.Nisargadatta Maharaj. La meraviglia è l'alba della sapienza

L’appercezione in cui tutto sorge, è questa la realtà. Un’appercezione pura e chiara, quella che chiamano l’occhio di Dio.Karl Renz

« La persona non- risvegliata vive nel suo mondo, la persona risvegliata vive nel mondo. » Andrew Cohen

Finché immagino "come dovrei essere", continuerò ad essere quello che sono ora.U.G.Krishnamurti

"Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti." Eraclito

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezzaBenjamin Franklin

In televisione non c'è la pubblicità, il mezzo televisivo è "solo" pubblicità.Dioniso 777


lunedì 29 febbraio 2016

Le risposte della memoria ~ Sri Nisargadatta Maharaj

Visitatore: Alcuni dicono che l’universo è stato creato. Altri che è sempre esistito e che è in perenne trasformazione. C’è chi dice che è soggetto a leggi eterne e chi ne nega persino la causalità. Alcuni dicono che il mondo è reale, e altri che non esiste affatto.
Maharaj: Di quale mondo stai parlando?
V. Del mondo delle mie percezioni, naturalmente.
M. Il mondo che riesci a percepire è davvero molto piccolo e del tutto personale. Prendilo come un sogno e passaci sopra.
V. Come posso considerarlo un sogno? Un sogno non dura.
M. E quanto durerà il tuo piccolo mondo?
V. Dopotutto, il mio piccolo mondo è pur sempre una parte del totale.
M. L’idea di un mondo totale non fa forse parte del tuo mondo personale? L’universo non viene a dirti che tu ne sei una parte. Sei tu che hai inventato una totalità che ti contiene come una sua parte. Infatti, conosci soltanto il tuo mondo personale, per quanto tu lo abbia abbellito con immaginazioni e aspettative.
V. La percezione non è certo un’immaginazione!
M. E che altro? La percezione è un riconoscimento, no? Una cosa completamente sconosciuta puoi intuirla, ma non percepirla. La percezione implica la memoria.
V. Sicuro, ma la memoria non la rende un’illusione.
M. Percezioni, immaginazioni, aspettative, anticipazioni, illusioni, sono tutte basate sulla memoria. Non c’è quasi confine tra loro. Si fondono una nell’altra. Sono tutte risposte della memoria.
V. Però c’è la memoria a provare la realtà del mio mondo.
M. E quanto riesci a ricordare? Prova a elencare, a memoria, ciò che pensavi, dicevi e facevi il 30 del mese scorso.
V. E vero, ci sono dei vuoti.
M. Non è così grave. Anzi, ricordi molto: è la memoria inconscia che ti rende tanto familiare il mondo in cui vivi.
V. Ammetto che il mondo in cui vivo è soggettivo e parziale. Ma tu, in che mondo vivi?
M. Il mio mondo è esattamente come il tuo. Io vedo, ascolto, sento, penso, parlo e agisco in un mondo che percepisco, proprio come te. Ma per te è tutto, per me è quasi niente. Siccome so che il mondo è parte di me, non gli presto più attenzione di quanta tu ne dia al cibo che hai mangiato. Mentre lo prepari e quando lo mastichi è separato da te, e ce l’hai in mente; ma quando l’hai ingoiato, non ci pensi più. Io ho ingoiato il mondo e non ho più bisogno di pensarci.
V. E non diventi completamente irresponsabile?
M. Come potrei? Come posso far del male a ciò che è un tutt’uno con me? Al contrario, senza pensare al mondo, ogni cosa che faccio gli è di beneficio. Come il corpo si regola da solo, senza rendersene conto, così io sono incessantemente attivo nel regolare il mondo.
V. Tuttavia, sei consapevole dell’immensa sofferenza del mondo?
M. Certo che lo sono, e molto più di te.
V. E allora, che fai?
M. Lo guardo con gli occhi di Dio e trovo che tutto va bene.
V. Come puoi dire che tutto va bene? E le guerre, lo sfruttamento, il conflitto crudele tra stato e cittadino?
M. Tutte queste sofferenze sono create dall’uomo, ed è in suo potere porvi fine. Dio aiuta l’uomo mettendolo di fronte ai risultati delle sue azioni ed esigendo da lui che venga ristabilito l’equilibrio. Quella del karma è una legge che opera per la giustizia, è la mano guaritrice di Dio.
Nisargadatta Maharaj
Sri Nisargadatta Maharaj, tratto da “Io Sono Quello

domenica 28 febbraio 2016

RAGION DI STATO: PROIBITO DIFENDERSI

Fonte http://marcodellaluna.info/
Molti si stupiscono e si indignano perché spesso i magistrati accusano e condannano cittadini che si sono difesi da ladri e rapinatori. Perché punire chi si difende dai criminali? Perché costringere la gente a subire la delinquenza passivamente? Con forze dell’ordine che spesso non intervengono per convenienza o mancanza di soldi per la benzina, e con tribunali che scarcerano subito i malfattori, col 97% dei crimini che rimangono impuniti, parrebbe logico, al contrario, incoraggiare l’autodifesa, a tutela della società e della legalità.
Però bisogna considerare che gli Italiani subiscono il grosso dei crimini e degli abusi non da parte dei criminali di strada, ma da parte del potere costituito, di un regime che viola sistematicamente i diritti civili, sociali e costituzionali dei cittadini, dei lavoratori, dei giovani, dei pensionati…
Se gli Italiani iniziassero a resistere a questi crimini dell’Autorità, non sarebbe più possibile usarli e sfruttarli, e il potere costituito andrebbe in crisi, l’Italia diverrebbe ingovernabile.
E siccome in ogni regime la funzione del potere giudiziario è proteggere l’apparenza di legalità del potere costituito, quale che questo sia, il potere giudiziario non può fare altro che mettersi ad educare gli Italiani alla sottomissione, alla passività, ad insegnar loro, nei modi più vistosi e clamorosi, che resistere al delitto è il delitto per eccellenza (perché va contro il potere), che difendersi è più pericoloso che subire, che bisogna rassegnarsi e porgere l’altra guancia. Salus rei publicae suprema lex. Amen.

sabato 27 febbraio 2016

La Storia del Me ~ Tony Parsons


Tutto ciò che c’è è totalità, interezza.. energia sconfinata che appare come ogni cosa… il cielo, gli alberi, le emozioni, i pensieri e qualsiasi cosa. E’ il mistero del nulla che allo stesso tempo è il tutto.
Non c’è nulla al di fuori della sconfinata immensità ma nonostante questo, visto che è libera, può apparire come fosse separata da se stessa…può apparire come fosse la storia del me. Non c’è nulla di giusto o sbagliato in questa apparizione che è la totalità nella sua apparente manifestazione.
L’energia contratta sembra sorgere nell’essere umano e creare un senso di separazione dal quale nasce il senso d’identità… la coscienza di sé. Il me è nato e la storia del me pare cominciare. Il me è la storia e la storia è il me, e uno non può esistere senza l’altro. Tutti e due si manifestano e funzionano in una realtà dualistica come soggetto e oggetto. Ogni cosa sembra essere personalmente esperita come una serie di eventi che stanno accadendo in un tempo reale a un me reale. All’interno di questa storia, il viaggio, lo scopo e il libero arbitrio sembrano essere reali.
Questo senso di separazione non è solo un’idea, un pensiero o una credenza. E’ un’energia contratta incorporata nell’intero organismo che influenza ogni esperienza. Come conseguenza il me esperisce un albero, il cielo, un’altra persona, un pensiero o un sentimento attraverso un velo di separazione. E’ come se il me fosse un qualcosa e tutto il resto tante altre cose separate che accadono proprio al me. Ciò che sorge da questa sensazione è una sottile percezione d’insoddisfazione. Come se qualcosa fosse stato perso o nascosto.
Per la maggior parte delle persone questo senso d’insoddisfazione non è così evidente, e dato che credono di essere individui con libertà di scelta e di volontà sembrano motivati a provare a creare una storia di successo…buone relazioni, buona salute, benessere, potere personale e qualsiasi altra storia.
Invece per altri esiste una mggiore sensibilità rispetto al fatto ci sia qualcosa che sembra essere andato perso. Questa sensazione produce un desiderio per un più profondo senso di appagamento. Da qui può nascere una ricerca nella religione, nella terapia o nel significato dell’illuminazione. E dato che il me si è convinto di avere i mezzi per influenzare la sua storia, inizia anche a presupporre di potere trovare un maggiore appagamento attraverso le proprie scelte, la propria determinazione, le proprie azioni.
Il me potrebbe, ad esempio, recarsi da un prete o un terapista o un insegnante d’illuminazione per trovare quello di cui pensa di avere bisogno.
Spesso, dato che il me sente di avere perso qualcosa, ci può essere un senso di inadeguatezza e quindi viene ricercato un insegnamento che soddisfi la necessità di fare qualcosa che porti a una trasformazione personale e faccia sentire degni di essere soddisfatti. Tutta quest’attività accade in apparenza all’interno della storia del me la quale funziona in una realtà artificialmente dualistica. In questo modo il me cerca nel mondo del ‘finito’ quello che è infinito. E’ un qualcosa che cerca un altro qualcosa, e quello cui veramente anela rimane irraggiungibile essendo già ogni cosa. E’ come cercare di catturare l’aria con una rete da farfalle. Non è difficile, è meravigliosamente impossibile. L’essenziale futilità di questa ricerca inevitabilmente nutre un senso del me che si sente ancora più inadeguato e separato.
Inoltre, nell’attività di ricerca ci possono essere esperienze lungo il cammino che incoraggiano il me a cercare ulteriormente e a provarci con rinnovato vigore. La terapia può portare un temporaneo senso di equilibrio personale nella storia. Pratiche come la meditazione possono portare a uno stato di pace e di silenzio. L’autoinvestigazione può portare a un’apparente progressiva esperienza di comprensione e rafforzata consapevolezza. Ma affinché la consapevolezza lavori necessita di qualcosa di separato di cui essere consapevole. La consapevolezza semplicemente nutre la separazione, e uno stato di distacco può sorgere ed essere scambiato per illuminazione. Tutti questi stati vanno e vengono all’interno della storia del me.
Alla base di tutti gli insegnamenti su come diventare illuminati sta l’idea che un cambio di convinzione o d’esperienza possa portare a una conoscenza personale dell’essere uno, dell’autorealizzazione o della scoperta della propria vera natura. Tutto l’investimento in un percorso che prosegue nutre la storia di un me che può ottenere qualcosa. Anche la suggestione di un arrendersi o di un’accettazione personale può all’inizio essere molto attraente e portare a uno stato di soddisfazione…per un po’. Ci sono tanti cosiddetti insegnanti non-duali che nutrono la storia del me che diventa liberato.
In ogni caso, l’unità a cui aneliamo è senza confini e gratuita. Non può essere afferrata e nemmeno avvicinata. Non esiste nulla che dovrebbe essere fatto o cambiato o fatto meglio di qualcosa che è già tutto.
L’esperienza del me può sembrare molto convincente perché ‘il mondo’ in cui vive sembra dominato da molti di questi me in molte storie. Ma il costrutto del me è incostante e senza fondamenta. Tutta le storia del me è solo una danza senza alcun significato o scopo.
Un’esposizione profonda e senza compromessi del costrutto artificiale del senso di separazione e della storia del me può allentare la presa che li tiene saldi al loro posto e rivelare il modo in cui la ricerca può solo rinforzare il dilemma. L’apparente senso di separazione, comunque, è nella sua essenza energia contratta che nessuna quantità di chiarezza concettuale potrà mai disfare.
Quando però esiste un’apertura verso la possibilità di un qualcosa che esiste oltre la ricerca, allora sembra che l’energia contratta possa dissolversi nella libertà sconfinata che già è. E comunque questa è un’altra storia che cerca di indicare e descrivere un totale paradosso…l’apparente fine di qualcosa che non è mai stato reale…la storia del me.
Tutto quello che c’è, è libertà senza limiti.
Tony Parsons 2
Tony Parsons

L'Italia serva degli USA non farà nulla sulle intercettazioni

Fonte http://it.sputniknews.com/

Chissà perché alla notizia delle intercettazioni che gli americani facevano sulle telefonate del nostro Presidente del Consiglio mi sono venute alla mente queste due citazioni!

" Il servo fedele e onesto sempre rimarrà servo e mai uscirà di servitù" (Nicolò Machiavelli — cito a memoria).
" La servitù è quasi come una di quelle erbe amare che dopo che sono state macerate e ammorbidite nella bocca degli uomini diventano piacevoli" (Baldassar Castiglione).
In realtà ci sarebbe da stupirsi che ci si stupisca. Che gli Stati Uniti siano la potenza dominante nel mondo e che noi si sia niente più di una colonia che gode di una finta indipendenza è addirittura un'ovvietà. D'altra parte, nella storia umana si è sempre verificata la stessa cosa: chi è più forte impera, detta le condizioni e fa quel che vuole. Solo tra pari esiste uguale dignità e noi europei, dalla fine della seconda guerra mondiale, non siamo più "pari". Certamente, il metodo "del comando" è cambiato e, forse a causa della comunicazione globale, si cerca almeno di salvare le forme. Tuttavia, ciò che non è visibile, o almeno non dovrebbe esserlo, della forma se ne frega e il più forte impone le sue regole.
Indignarsi è bello, e forse anche giusto, ma cosa si può fare per cambiare le cose?
Tutti abbiamo sempre saputo che gli americani ci spiavano e ci condizionavano, ma non averne l'evidenza ci consentiva di far finta di nulla. Quando si apprese che anche la Cancelliera Merkel e il Presidente francese Hollande erano stati intercettati, qualcuno in Italia, pur senza dirlo, si sentì umiliato: non ascoltano noi perché non contiamo nulla. Beh, ora, abbiamo la certezza che anche noi contavamo qualcosa. Si scopre, dalle conversazioni registrate, che perfino i nostri partner europei non erano così amichevoli nei nostri confronti. Arrivarono anche a minacciare il nostro Presidente del Consiglio e, molto probabilmente con complicità interne, a obbligarci al cambio dei nostri governanti che erano stati democraticamente scelti.  Non è certo la prima volta che succede nella nostra storia recente. Qualcuno ricorda come fu eliminato dalla scena politica Bettino Craxi, l'unico vero statista, assieme ad Alcide De Gasperi, presente nella nostra storia dopo il '45?
Ora cosa potremmo fare?
La decisione di convocare l'ambasciatore americano per chiedere spiegazioni e le formali proteste sono una mossa obbligata. Tuttavia il loro unico scopo resta quello di salvare il gioco delle apparenze. Anche la possibile creazione di una commissione parlamentare d'inchiesta, sempre ché riesca a concludere qualcosa, potrà essere utile solo agli storiografi di domani.  Altre iniziative non ci sono consentite.
C'è però una domanda che dovremmo porci e che è tutta interna al nostro Paese. Che cosa ha fatto il nostro controspionaggio? E' semplicemente stato inutile o inefficiente oppure, più servo dei servi, ha chiuso un occhio o ha perfino collaborato?
La risposta a questa domanda non è peregrina perché, in caso di manifesta incapacità, qualcuno dovrebbe provvedere. Se però, al contrario, si fosse trattato addirittura di complicità, significherebbe che non siamo più solo servi, siamo addirittura schiavi.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.


Leggi tutto: http://it.sputniknews.com/mondo/20160225/2165658/usa-spiavano-italia.html#ixzz41LplNA3E

giovedì 25 febbraio 2016

Via la fedeltà tra coniugi, Fusaro: "Dopo lo Stato nemico, tocca alla famiglia: è il modello migrante"

Questo è uno di quei post,che mi fanno soltanto riflettere,condivido, non condivido,,,,RIFLETTO
"Togliere dall'articolo 143 del codice Civile il riferimento all'obbligo reciproco di fedeltà tra i coniugi". E' un disegno di legge di una sola riga depositato oggi a Palazzo Madama scrive La Repubblica, a prima firma della senatrice del Pd Laura Cantini e sottoscritto anche dai colleghi Alessandra Bencini (Idv), e dai Dem Daniele Borioli, Rosaria Capacchione, Valeria Cardinali, Monica Cirinnà, Camilla Fabbri, Sergio Lo Giudice, Alessandro Maran, Mario Morgoni, Stefania Pezzopane, Francesca Puglisi. Diego Fusaro, giovane filosofo marxista, spiega perché c'è un disegno ben preciso dietro a questa decisione. 

Cosa c'è dietro un disegno di legge che vuole togliere l'obbligo reciproco di fedeltà tra i coniugi?

"La nostra è l'epoca che deve scardinare ogni radicamento, ogni fedeltà e ogni solidità. Deve produrre l'uomo effimero, senza radici e senza identità. Non mi stupisce che in questa nuova legge ci sia questo assunto. In questo senso, oggi nel tempo del capitale vincente, non c'è più l'amore ma il godimento di individui che usano l'altro come strumento di piacere. Mentre l'amore è fedeltà alla scelta. Lo dice bene Kierkegaard: la vita etica è quella dove scegli sempre e di nuovo ciò che hai scelto, sei fedele alla scelta. Ma questa condizione nella società dei consumi deve porti continuamente alla ricerca del nuovo".

E' la prova della mala fede di certi senatori? 

"E' la prova che questi personaggi sono solo delle maschere di carattere dell'economia di mercato e del capitale che vuole imporre la sua legge. Il neoliberista diventa il neolibertino. Il neoliberista individua il nemico nei lacci e lacciuoli dello Stato, il neolibertino nei vincoli etici familiari. E' la prova che a questi non gli importa nulla delle famiglie e la vogliono distruggere, come lo Stato, il sindacato e i diritti sociale. Per imporre la competitività sia in ambito economico che erotico. Io la chiamo deregulation erotica, puoi avere i rapporti con chi vuoi, l'importante è godere.

Quindi per lei un mondo infedele è un mondo che consuma? 

"Certo, pensiamo alle banche. Si reggono sull'infedeltà ormai, quale fiducia abbiamo? La società del capitale è una società di infedeltà generalizzata". 

C'è chi afferma questo sia il nuovo pensiero, il pensiero ultimo della modernità. E' così e secondo lei ha dei limiti? 

"Intanto io diffido sempre da chi come argomento dice sempre: questa è la tendenza, questo è il pensiero. Che sia una tendenza generale in atto è ovvio, che vada tutto a vantaggio dell'economia di mercato è altrettanto ovvio. Ma a trarne vantaggio non saranno né le coppie etero, né quelle omo. Potranno astrattamente sposarsi come vorranno ma in concreto non si potrà più sposare nessuno. Se distruggi lo Stato sociale come si fa a metter su famiglia? Non vogliono che ci siano famiglie? Perché? Vale l'esempio della casa di proprietà: è un luogo di sicurezza e che ti rende meno precario. Loro invece vogliono l'individuo mobile assoluto, modello migrante, ti devi muovere senza vincoli di affetti e di casa e di lavoro". 

Eco è morto e lotta insieme a voi, zombi

Si sono celebrati i funerali di Umberto Eco , si dice in forma modesta, a un passo da casa sua. Un tripudio di popolo e di autorità nella cornice regale del castello sforzesco di Milano. Discorsi commemorativi, popolo plaudente in commosso silenzio, dirette televisive, partecipazione da tutto il mondo. I giornali non hanno voluto mancare l’omaggio all’illustre scomparso, che onora l’Italia, in un periodo in cui i grandi nomi, noti fuori dagli angusti confini nazionali, sono ben pochi, anzi pochissimi.
Ho trovato in rete un solo articolo critico (1). Un articolo in cui si ricorda il suo tenace ed ossessivo antifascismo, che considerava tutt’uno con il nazismo. Un minimo di senso della realtà storica avrebbe dovuto separare i due movimenti: fascismo dal nazismo. Il secondo non essendo esportabile fuori dalle popolazioni germaniche. Mentre il primo è ancora ben vivo e vegeto in molte nazioni, sia pure sotto mentite vesti. Nessuno lo dice ma in Cina vige un sistema politico nazional-fascista, come in molti paesi usciti da un recente passato di regime comunista.
Dice Scianca: Eco «odiava quelli .. che non sono di sinistra, che non sono antifascisti. Ci odiava perché l’odio è stato la cifra del suo impegno metapolitico. Un odio mai triviale, si badi, bensì raffinato, colto, ironico. Il peggiore. C’è anche grandezza intellettuale, in questo odio, ovviamente, grandezza che non si può minimamente sottrarre a un personaggio che ha saputo incarnare un idealtipo sociale, anzi, forse ha persino contribuito a crearlo: se noi oggi immaginiamo l’intellettuale democratico, il firmatore inesausto di petizioni, la firma tagliente che stabilisce il bene e il male tramite dotte citazioni e sofisticati giochi di parole, il progressista disprezzatore del popolo che non è alla sua altezza – ecco se immaginiamo questo tipo umano, noi oggi inevitabilmente ricreiamo mentalmente l’immagine di Umberto Eco, e lo facciamo anche qualora non l’avessimo mai conosciuto, perché egli ha saputo dare il suo volto a una figura tipica.
Non poteva mancare la sua firma, quindi, nella “lettera di autodenuncia” pubblicata nell’ottobre 1971 dal quotidiano Lotta Continua … : «”Quando i cittadini … affermano che in questa società ‘l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione della lotta di classe’, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono ‘se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andare a riprendere quello che hanno rubato’, lo diciamo con loro. Quando essi gridano ‘lotta di classe, armiamo le masse’, lo gridiamo con loro. Quando essi si impegnano a ‘combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento’, ci impegniamo con loro”. Ma Eco non impugnerà mai le armi, preferendo … la guerriglia semiologica, come lui stesso dichiarava in un seminario con questo titolo tenuto nel 1967 a New York.…Eco spiegava che “il pensiero è una vigilanza continua, uno sforzo per discernere ciò che è pericoloso anche in circostanze e discorsi in apparenza innocenti”. .. Il 24 aprile del 1995, invece, tenne alla Columbia University di New York, nell’ambito delle celebrazioni per la “liberazione dell’Europa dal nazifascismo”, un famoso discorso in cui definiva i tratti dell’Ur-Fascismo, ovvero del fascismo eterno, che si può presentare in qualsiasi forma. Il fascismo che è sempre tra noi, che si può celare ovunque. “L’Ur-Fascismo – diceva – è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse ‘Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane’. Ahimè, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo”. La missione dell’intellettuale è quindi quella di cercare, come un rabdomante, i filoni celati del fascismo eternamente ritornante.
E poiché il fascismo può essere ovunque, siccome può travestirsi, siccome il mimetismo è una delle caratteristiche con cui il fascismo normalmente si dà, allora tutti sono sospetti o sospettabili. E anche la negazione, alla bisogna, può essere interpretata come una affermazione rimossa, secondo un delirante abuso del freudismo. La cultura ridotta a crimonologia politica: una pietra miliare nella storia del libero pensiero.
Poiché il fascismo torna sempre ed è solito camuffarsi, poteva forse sfuggire all’accusa di essere il nuovo Mussolini quel Silvio Berlusconi che per vent’anni ha fatto ammattire (ed è forse la parte migliore del suo lascito politico) tutta la sinistra, soprattutto quella colta, sgomenta di fronte al fatto che il popolo se ne sbattesse di farsi guidare da tale élite illuminata? Eco avrà per Berlusconi una sorta di ossessione, non tanto, però, rivolta verso l’uomo, quanto verso la categoria antropologica che egli sosteneva fosse incarnata dal patron delle reti Mediaset. In un’intervista al Manifesto, il semiologo ben esprimeva questa tesi della superiorità antropologica della sinistra, pur trovando disdicevole che essa non fosse blindata e certificata attraverso un governo dittatoriale degli ottimati progressisti, che mettesse una volta tanto in riga questo schifoso popolo di evasori e di fascisti. “Il problema – diceva Eco – non è cacciare Berlusconi con un colpo di stato, contro il 75 per cento degli italiani, al quale in fondo le cose vanno bene così”. Sì, il 75%, ovvero “quella maggioranza naturalmente berlusconiana che non vuole pagare le tasse, ha voglia di andare a 150 chilometri all’ora sulle autostrade, vuole evitare carabinieri e giudici, trova giustissimo che uno se può se la spassi con Ruby, trova naturale che un deputato vada dove meglio gli conviene.” Bisognerebbe, invece, cambiare gli italiani in quanto tali attraverso “un’azione più profonda, di persuasione ed educazione”. Rieducare il popolo: stavolta senza gulag, però, basta una rubrica su L’Espresso. »
Per essere stato in gioventù un dirigente dell’azione cattolica, Umberto Eco ne ha fatta di strada!
Ma c’è un altro articolo (2) degno di nota. E’ un articolo di Ferraris, dove si vorrebbe tessere uno dei tanti elogi indirizzati ad Eco. Invece si dimostra la sua superficialità e l’insaziabile bisogno di stupire, ricorrendo anche a mezzi piuttosto meschini. L’articolo a sua volta ci fa ricordare un pezzo che appartiene alla serie delle tanto decantate “bustine di Minerva” (3), la serie in cui Eco fa un’esposizione estemporanea di pensieri che vorrebbero essere originali e taglienti.
Ogni tanto (2) negli incontri conviviali con allievi e simpatizzanti, come avviene sempre, si verificavano momenti di silenzio. Allora il maestro se ne usciva dicendo: “E poi, c’è quel problema della morte“. A New York, nel 2011, parlando con Putnam del carattere vincolante della realtà, diceva che la cosa veramente inemendabile, quello che nessuna vita potrà mai correggere, è la morte. La coscienza acuta di questa mortalità è stata, come spesso avviene, la vera musa, filosofica e no, di Eco. L’origine del suo incontenibile buon  umore, anzitutto”.
Innanzitutto sembra che chi scrive non abbia un’idea molto concreta circa la morte, fatto ed argomento laicamente rimosso. Che la morte induca sic et simpliciter al buon umore rivela quantomeno una dose eccessiva di superficialità. Non si vede come si possa definire filosofo un personaggio così descritto.
Infatti se, sempre parlando della morte, andiamo a vedere l’articolo (3), di cui ho accennato sopra, troviamo le parole autentiche del maestro Umberto Eco: «Non sono sicuro di dire una cosa originale, ma uno dei massimi problemi dell’essere umano è come affrontare la morte. Pare che il problema sia difficile per i non credenti (come affrontare il Nulla che ci attende dopo?) ma le statistiche dicono che la questione imbarazza anche moltissimi credenti, i quali fermamente ritengono che ci sia una vita dopo la morte e tuttavia pensano che la vita della morte sia in se stessa talmente piacevole da ritenere sgradevole abbandonarla; per cui anelano, sì, a raggiungere il coro degli angeli, ma il più tardi possibile.
Un discepolo (Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni. Allo stupore di Critone ho chiarito. “Vedi,” gli ho detto, “come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani di ambo i sessi danzano divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, … imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente ….?
Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.
Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”
Critone mi ha allora domandato: “Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?” Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perché qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione.
Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno (sei miliardi) siano coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta. Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il giorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire. Quindi la grande arte consiste nello studiare poco per volta il pensiero universale, scrutare le vicende del costume, monitorare giorno per giorno i mass-media,… i filosofemi dei critici apocalittici, gli aforismi degli eroi carismatici, studiando le teorie, le proposte, gli appelli, le immagini, le apparizioni. Solo allora, alla fine, avrai la travolgente rivelazione che tutti sono coglioni. A quel punto sarai pronto all’incontro con la morte.
E’ naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perché varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perché vale la pena (anzi, è splendido) morire.
Critone mi ha allora detto: “Maestro, non vorrei prendere decisioni precipitose, ma nutro il sospetto che Lei sia un coglione”. “Vedi”, gli ho detto, “sei già sulla buona strada.»
Forse Eco era un filosofo che si prendeva qualche passatempo. Forse …

Note

1) Adriano Scianca. “Umberto Eco l’Ur-Antifascista che ridusse il pensiero a vigilanza democratica”, 22 febbraio 2016
2) Maurizio Ferraris, “Umberto Eco e la “musa” della morte”, 21-2-2016
3) Umberto Eco, La ‘Bustina di Minerva’ : ‘Come prepararsi serenamente alla morte. Sommesse istruzioni a un eventuale discepolo’. Ironica lettera a un discepolo immaginario che il semiologo scrisse nel 1997. Pubblicata sull’Espresso il 12 giugno 1997 Riportata sull’Espresso del 20 febbraio 2016 –

martedì 23 febbraio 2016

Motivi principali della propaganda negativa sull"islam



Principi del Sistema Bancario Islamico


[Questo articolo è stato pubblicato nella decima edizione del periodico Nida’ul Islam, novembre-dicembre 1995]

Per milioni di musulmani le banche sono istituzioni da evitare. L’Islam è una religione che tiene i credenti lontani dallo sportello del cassiere. Il credo islamico li allontana da affari che implicano usura o interessi (Riba). Tuttavia i musulmani hanno bisogno dei servizi bancari come chiunque altro e per diversi scopi: per finanziare nuove imprese commerciali, per comprare una casa, per comprare una macchina, per facilitare gli investimenti di capitali, per intraprendere attività di scambio e per mettere al sicuro i propri risparmi. Quindi i musulmani non sono contrari al legittimo profitto poiché l’Islam incoraggia le persone ad utilizzare il denaro in imprese legali in base ai principi islamici, e non certo a lasciare i loro fondi inattivi.

Tuttavia in questo mondo che si muove velocemente, più di 1400 anni dopo il Profeta (saw), possono i musulmani trovare lo spazio per i principi della loro religione? La risposta scaturisce dal fatto che una rete globale di banche islamiche, centri di investimento e altre istituzioni finanziarie ha cominciato a prendere forma in base ai principi della finanza islamica fissati nel Corano e nelle tradizioni del Profeta quattordici secoli fa. Il sistema bancario islamico, basato sul divieto coranico di addebitare gli interessi, è nato da un concetto teoretico evolvendosi fino ad abbracciare più di 100 banche operanti in 40 paesi con depositi multimilionari in tutto il mondo. Il sistema bancario islamico è ampiamente considerato come il fattore in più rapida espansione nel mercato dei servizi finanziari medio orientali. Esploso nel panorama finanziario appena 30 anni fa, in accordo con la Shari'ah gestisce ora fondi finanziari per un valore approssimativo pari a 70 bilioni di dollari americani. Le ricchezze detenute dalle banche islamiche sottoforma di deposito nel 1985 ammontavano a circa 5 bilioni di dollari americani ma sono aumentate fino a 60 bilioni di dollari nel 1994.

La caratteristica più nota del sistema bancario islamico è il divieto di addebitare interessi. Il Corano vieta l’attribuzione di interessi (Riba) sul denaro prestato. È importante comprendere alcuni principi dell’Islam sui cui si fonda la finanza islamica. La Shari'ah si basa sui principi coranici così come sono stati fissati nel Sacro Corano e sulle parole e le gesta del profeta Muhammad (saw). La Shari'ah proibisce gli interessi (Riba) e gli economisti islamici sono ora concordi sul fatto che il termine Riba non si riferisce solo all’usura ma anche ai tassi di interesse. Il Corano è chiaro riguardo al divieto di Riba, che viene a volte definita come interesse eccessivo. “Oh Voi dov’è la vostra fede! Abbiate timore di Allah e se siete davvero credenti, riponete le vostre rivendicazioni da usurai”. Gli studiosi musulmani hanno accettato il termine Riba per riferirsi a qualsiasi corresponsione di interessi, fissa o garantita, sui prestiti di denaro contante o sui depositi. Numerosi passaggi coranici ammoniscono espressamente il fedele a guardarsi dagli interessi.


Le regole della finanza islamica sono piuttosto semplici e possono riassumersi nel seguente modo:


a)      Qualsiasi pagamento predeterminato oltre e in aggiunta all’effettivo importo di denaro è vietato.

L’Islam permette solo un tipo di prestito chiamato qard-el-hassan (letteralmente, buon prestito) dove il prestatore non addebita alcun interesse o importo addizionale alla cifra prestata. Gli antichi giuristi musulmani hanno fissato questo principio in modo così ferreo che, secondo un commentare “questo divieto si applica a qualsiasi vantaggio o beneficio che il prestatore potrebbe ricavare dal qard (prestito) così come cavalcare il mulo del debitore, mangiare alla sua tavola, o anche approfittarsi dell’ombra del suo muro di cinta”. Il principio sotteso a questa citazione enfatizza che benefici associati o derivati (N.d.A. dal prestito) sono proibiti.


b)     Il prestatore deve dividere i profitti o le perdite derivanti dall’impresa commerciale per cui fu prestato denaro.
     
L’Islam incoraggia i musulmani a investire il loro denaro e a diventare soci tra loro dividendo i rischi e i profitti dell’attività commerciale piuttosto che diventare creditori. Come stabilito nella Shari'ah, ovvero la legge islamica, la finanza islamica si fonda sulla credenza che colui che fornisce il capitale e colui che lo utilizza dovrebbero spartire in ugual misura i rischi delle imprese commerciali, sia che si tratti di fabbriche, aziende agricole, compagnie di servizi o semplici attività commerciali. Tradotto in termini bancari, il depositante, la banca e il debitore dovrebbero tutti dividere i rischi e i guadagni derivanti dal finanziamento di imprese commerciali. Questo è differente dal sistema bancario commerciale basato sugli interessi, dove tutta la pressione è sul debitore: il debitore deve restituire il suo prestito, insieme all’interesse concordato, indipendentemente dal successo o dal fallimento della sua impresa commerciale. Ciò che emerge da quanto detto è che l’Islam incoraggia gli investimenti affinché la comunità possa trarne beneficio. Tuttavia, (l’Islam, N.d.A.) non desidera lasciare scappatoie per chi non vuole investire e correre rischi, ma preferisce piuttosto ammassare denaro o depositarlo in una banca in cambio di un aumento di questi fondi senza alcun rischio (tranne quello che la banca possa diventare insolvente). Di conseguenza, in base all’Islam, le persone devono investire correndo dei rischi oppure devono subire le perdite economiche determinate dalla svalutazione del denaro per l’inflazione derivante dal mantenere i loro fondi inattivi. L’Islam incoraggia il principio “maggiori rischi, maggiori guadagni” e lo promuove sbarrando tutte le altre strade disponili agli investitori. Lo scopo è fornire uno stimolo all’economia e spingere gli imprenditori a massimizzare i loro sforzi tramite investimenti ad alto rischio.


c)      Guadagnare denaro dal denaro non è islamicamente accettabile.

Il denaro è solo un mezzo di scambio, un modo per definire il valore di una cosa; non ha alcun valore intrinseco e quindi non dovrebbe poter generare altro denaro, tramite il pagamento di interessi fissi, semplicemente venendo depositato in una banca o prestato a qualcun altro. Lo sforzo umano, lo spirito di iniziativa e il rischio insito in un’attività produttiva sono più importanti del denaro usato per finanziarli. I giuristi musulmani considerano il denaro come capitale potenziale piuttosto che come capitale in senso stretto, nel senso che il denaro diventa capitale solo quando viene investito in un’attività commerciale. Di conseguenza, il denaro anticipato per un’attività commerciale sottoforma di prestito è considerato come un debito dell’impresa commerciale e non come un capitale e, in quanto tale, non dà diritto ad alcun profitto (i.e. interesse). I musulmani sono incoraggiati ad acquistare e sono scoraggiati dal mantenere il denaro inattivo, ragion per cui, ad esempio,
ammassare denaro viene visto come inaccettabile. Nell’Islam il denaro rappresenta il potere d’acquisto che viene considerato come l’unico uso legittimo del denaro. Questo potere d’acquisto (denaro) non può venire usato per creare maggiore potere d’acquisto (denaro) senza passare attraverso la tappa intermedia dell’acquisto di beni e servizi.


d) Gharar (Incertezza, Rischio o Speculazione) viene anche proibita.

Sotto questo divieto qualsiasi transazione effettuata dovrebbe essere esente da incertezza, rischio e speculazione. Le parti contraenti dovrebbero essere perfettamente a conoscenza dei contro valori che verranno scambiati come risultato delle loro transazioni. Inoltre, le parti contraenti non possono predeterminare un profitto garantito. Questo si basa sul principio dei “guadagni incerti” che, interpretati in senso stretto, non permettono nemmeno un’iniziativa da parte del cliente per ripagare la cifra presa in prestito più un ammontare supplementare dovuto all’inflazione. La ratio dietro al divieto è il desiderio di proteggere il debole dallo sfruttamento. Quindi, le azioni e i futures (N.d.A. promesse di acquisto/vendita future) sono considerate non-islamiche così come le transazioni finanziarie in valuta estera perché i tassi di scambio sono determinati dai differenziali dei tassi di interesse. Molti studiosi islamici disapprovano l’indicizzazione del livello di indebitamento tramite l’inflazione e giustificano questo divieto alla luce del qard-el-hassan (N.d.A. buon prestito). Secondo questi studiosi, il creditore offre il prestito per ottenere la benedizione di Allah e si aspetta di ottenere una ricompensa solo da Allah. Molte transazioni vengono considerate come eccezioni al principio delgharar: vendite con pagamento anticipato (bai' bithaman ajil); contratto di produzione (Istisna); e contratto di assunzione (Ijara). In ogni caso esistono requisiti legali per far sì che questi contratti vengano stipulati e conclusi in modo da minimizzare qualsiasi rischio.

e)      Gli investimenti dovrebbero favorire esclusivamente pratiche o prodotti che non sono vietati o anche solo scoraggiati dall’Islam.

Il commercio di alcohol, per esempio, non verrebbe finanziato da una banca islamica; un prestito immobiliare non potrebbe venir concesso per la costruzione di un casinò; e la banca non potrebbe prestare denaro ad altre banche dietro la corresponsione di interessi.

domenica 21 febbraio 2016

L'utero in affitto è un crimine del capitalismo

Fonte http://medioevosociale-pietro.blogspot.it/2016/02/21.html
I bambini non sono giocattoli a disposizione di chi ha i mezzi per procurarseli. 
Le madri non sono mucche da ingravidare per ottenere il vitellino da portare via.
I bambini hanno diritto alla madre naturale. Il legame di sangue è importante perchè esiste una vita ed alcuni sostengono anche una memoria prenatale che non possono essere ignorati. 
Le madri hanno diritto al loro bambino. Io non credo alla esistenza di una sola madre disposta a privarsi del proprio bambino se non fosse per una necessità di sopravvivenza. Se una madre non ha i mezzi per nutrire il suo bambino la si aiuti finanziariamente. 
Le "esigenze" delle coppie omosessuali non possono essere prevalenti sui diritti di madre e bambini che non possono essere separati.
Le madri che affittano il loro corpo per procreare per conto terzi subiscono una indicibile violenza, uno sfruttamento maggiore di coloro che vendono un rene o un occhio per pagare un usuraio al quale si debbono soldi. 
Il sistema capitalistico basato sulla mercificazione di tutto e quindi anche della maternità e sulla disparità sociale che obbliga qualcuno a vendere se stessi e mette altri nella condizione di comprare un bambino è abietto e cerca di fare passare la cessione come un diritto.
Non credo proprio che una società comunista permetterebbe la pratica della cosidetta maternità surrogata. 
Fare un bambino per cederlo a terzi dovrebbe essere considerato un crimine. 
Gli omosessuali non hanno il diritto di comprarsi il bambino che non possono procreare. Se vogliono un bambino lo adottino tra i tanti abbandonati negli orfanotrofi che purtroppo esistono in tutto il mondo.

venerdì 19 febbraio 2016

MARCELLO FOA PUBBLICA IL GRAFICO CHE DIMOSTRA CHE L’EURO È UNA FREGATURA. ECCOLO


MARCELLO FOA PUBBLICA IL GRAFICO CHE DIMOSTRA CHE L’EURO È UNA FREGATURA. ECCOLO

Guardate questo grafico e poi chiedetevi: l’euro conviene davvero?
di Marcello Foa
L’uscita dall’euro è un tabù per i grandi media e per buona parte dei politici. Ma è un atteggiamento incomprensibile alla luce di quel che sta accadendo nell’Unione europea. Draghi afferma che la moneta unica ha un grande futuro; sarà. D’altronde Draghi ha sempre ragione, per definizione. Come hanno sempre ragione la Commissione europea e il Fmi. Però se evochiamo le loro promesse ci accorgiamo che mai il futuro radioso da loro pronosticato si è realizzato. L’Italia continua a scendere, come dimostra da tempo Alberto Bagnai.
Durante l’ultimo convegno di Asimmetrie– l’associazione economica da lui fondata e di cui sono vicepresidente – presentò una relazione da cui traggo questo illuminante grafico:
IMG_0067E allora, considerando che il Pil non cresce, a dispetto dei proclami renziani, sarebbe doveroso domandarsi se all’Italia convenga davvero restare nella moenta unica.
L’Europa chiederà lacrime e sangue ai cittadini italiani, ma poi? A giudicare da quel che accade in Grecia e in Portogallo e in Finlandia ci saranno altre lacrime e sangue, in un tormento senza fine, in un’illusione senza fine, in una paura senza fine.
Non si tratta di sostenere tesi preconcette ma di chiedersiresponsabilmente quale sia la soluzione migliore per il Paese. Non converrebbe piuttosto affrontare subito lo choc di un’uscita dell’euro per poi ripartire davvero?
Domande scomode ma doverose, eppure scansate dai giornalisti perché imbarazzanti, troppo fuori dal mainstream. E dire che non ci vorrebbe molto. A me sono bastati appena due minuti e mezzo, intervenendo a “I conti in tasca” con Alfonso Tuor. Naturalmente su una tv privata svizzera (TeleTicino). Sulle grandi rete televisive italiane certe idee – salvo qualche lodevole eccezione (la7 e TGCOM24) – non le ascoltate mai. Sono pericolose.
Guarda qui il video del mio breve intervento e ricordati di seguirmi anche sulla pagina Facebook (basta un like!) e su twitter (@Marcello Foa)
Fonte: Il Giornale

martedì 16 febbraio 2016

M. Blondet: "Regeni un agente di Sua Maestà, forse perfino senza saperlo. Come accade alla gente di sinistra"

American University, Cairo
American University, Cairo

Per Regeni, chiedere i danni ai britannici.

by Maurizio Blondet ,  

La cosa è ormai così evidente che anche i media ufficiosi lo fanno capire: era un agente. Britannico. Incaricato di inserirsi nei gruppi sindacali anti-regime. Mandato allo sbaraglio, approfittando della sua ingenuità?

Ricapitoliamo: Regeni, 28 anni, era dottorando alla American University del Cairo. Che la American University sia uno strumento della Cia, è persino superfluo dirlo. 

Basta ricordare che John Brennan, l’attuale capo dell’Agenzia, è stato mandato a studiarvi nel 1975-76. Un corso di perfezionamento per quelle carriere. Vi si sono formategenerazioni di agenti detti “gli arabisti della Cia”, un bel gruppo di competenti che, per essere filo-palestinesi più che filo-sionisti, sono stati epurati dai neocon perché, dopo l’11 settembre, cercarono di opporsi alle inutili e criminali guerre per Sion, e alla demonizzazione di Saddam e dei regimi baathisti. Ma questa è storia vecchia.

Adesso la visione del Medio Oriente che   domina i servizi Usa è quella israeliana: smembrare i paesi islamici istigandone gli odii etnico-religiosi.

John Brennan. Ha studiato al Cairo
John Brennan. Ha studiato al Cairo
L’American University del Cairo, ovviamente, non è solo un centro di perfezionamento per funzionari della Cia. Prestigiosa università, frequentata da figli di famiglie danarose, è il centro di raccolta ideale per   identificare, promuovere, selezionare, profilare “amici degli Stati Uniti” che saranno destinati a diventare in futuro esponenti di governi, ministri, direttori di giornali, insomma membri della classe dirigente locale con lo stampino di “amici dell’America”. 

Oppure anche agenti informatori, infiltrati; o anche agitatori di piazza per rivoluzioni colorate o fiorite, secondo i casi.   Tutti i paesi sottosviluppati o soggetti all’impero hanno qualche centro così: in Italia è la John Hopkins University; ci sono borse di studio per corsi negli Usa, eccetera.

Al Cairo, basta entrare alla American University per capire dentro quale sistema si viene cooptati; figurarsi poi se ci si segue un dottorato di ricerca. Nei giornali appare il nome del professor Khaled Fahmi: i giornali inglesi e americani erano pieni di sue interviste   ai tempi della rivoluzione di piazza Tahrir, dove inneggiava alla caduta di Mubarak. Adesso è visiting professor ad Harvard (tipico) e in interviste sostiene: Al Sisi è più pericoloso dei Fratelli Musulmani.

Ancor più interessanti i rapporti del povero Regeni con Cambridge. Dai media si ricava che la sua “tutor” a Cambridge, Maha Abdelrahman, “è molto impegnata nello studio delle opposizioni politiche in Medio Oriente”. Secondo Repubblica, sarebbe stata costei,  che,  dopo la partecipazione del giovanotto all’assemblea dei sindacati clandestini egiziani (di cui aveva mandato un resoconto al Manifesto, pubblicato postumo…) “aveva cambiato il format (sic) del lavoro   di ricerca di Regeni: “Non più una semplice ricognizione analitica e su “fonti aperte” dei movimenti sindacali, ma una “ricerca partecipata”, embedded. Che prevedeva, dunque, una partecipazione diretta alla vita e alle dinamiche interne delle organizzazioni da studiare”.
Si può essere più chiari?

Giulio Regeni aveva un altro referente accademico a Cambridge. La professoressa Anne Alexander”. Una giovin signora che nel suo profilo dichiara che le sue “ricerche accademiche” vertono sulla “disseminazione di nuove tecniche mediatiche” per “la mobilitazione per il cambiamento politico in Medio oriente”, con cui “attivisti politici” creano “reti, o sfere di dissidenza e generano nuove culture di attivismo”.

Anne Alexander, la sua guida
Anne Alexander, la sua guida
Dr Anne Alexander
Non sembra esagerato concludere che ci troviamo qui di fronte ad una di quelle centrali dell’impero britannico (che è “un impero della mente”, come disse Huxley) volte a creare gli “états d’esprit” collettivi che servono a maturare in una società delle rivoluzioni culturali, o (secondo un dizione britannica tipica), il “salto di paradigma”.
L'Istituto Tavistock  

Una specialità dell’Istituto Tavistock di Londra, strana scuola superiore di psichiatria e sociologia, fondati negli anni ’30 dall’ebreo tedesco Kurt Lewin.  
Come ha spesso ripetuto lo EIR, Executive Intelligence Review, “L’oggetto degli studi più del Tavistock è la creazione di “salti di paradigma” (paradigm shifts), ossia del mezzo per indurre nelle società valori “nuovi”, attraverso eventi traumatici collettivi (turbulent environments).

Ad esempio, un ciclo di conferenze tenute al Tavistock nel 1989 aveva come tema il seguente: Il ruolo delle Organizzazioni non Governative nell’indebolire gli Stati Nazionali. Oggi l’Istituto Tavistock compie ricerche su come reagirà la gente, a livello individuale e collettivo, di fronte ad eventi, cambiamenti e parole-chiave”. 

La “liberazione sessuale”, l’accettazione della omosessualità, la teoria del “gender”, o la “accoglienza agli immigrati”, sono altrettanti “salti di paradigma” già attuati o in corso di imposizione nelle masse europee.

La professoressa Alexander è molto interessata – scientificamente, disinteressatamente – a come gli oppositori di Al Sisi generano “sfere di dissidenza e culture di attivismo”. La tutor di Regeni ad Oxford, Maha Abdelrahman, interessatissima per motivi squisitamente scientifici “allo studio delle opposioni politiche in Medio Oriente”, gli dice di partecipare ai sindacati clandestini egiziani. Lui, entusiasta di   fare qualcosa di sinistra (ne scriverà al Manifesto) si butta. Embedded, come gli dicono da Oxford. 

Loro stanno ad Oxford, è lui che si ficca nei guai al Cairo – al Cairo della guerra civile tenuta a freno   col ferro e col fuoco.  Morto lui, se ne occupa il New York Times, cosa alquanto insolita: fa’ la sua inchiesta, trova le anonime fonti dei servizi egiziani che dicono “sono stati i servizi egiziani”…insomma, la famiglia, o lo Stato italiano, dovrebbero chiedere i danni ai servizi britannici.

Del resto è quel che   sostiene Paz Zàrate, esperta di diritto internazionale a Oxford, amica fraterna di Giulio Regeni nonché sua ex collega al think tank Oxford Analytica, dove lui lavorò tra il 2012 e il 2014: “Dato che Giulio stava facendo ricerca all’università britannica e ha abitato e lavorato nel Regno Unito praticamente tutta la sua vita adulta, crediamo sia compito del governo inglese di unire le forze con l’Italia”.

Il povero Regeni era un agente di Sua Maestà. Forse, perfino senza saperlo – come accade alla gente di sinistra.

FONTE: http://www.maurizioblondet.it/per-regeni-chiedere-i-danni-ai-britannici/