UN LUNGO SOGNO.
STORIA DI UN RISVEGLIO, viaggiando nel sud est asiatico,da cui è nato un libro.Cliccando nelle ETICHETTE,,,LIBRO FINE,,potrete leggere la parte finale del libro,il mio incontro con il GRANDE MISTERO.Cliccando LIBRO, invece si avra un lungo riassunto.Nel blog informerò su argomenti che i normali mass media non trattano.Una volta conosciuti se stessi,ci si diverte un mondo a conoscere la realtà,che chiunque proietta.
Documentario di Robert Kenner del 2008 Sulla Produzione Alimentare un LIVELLO industriale, in Particolare, Quella statunitense gestita Dalle Grandi Corporazioni, venire Monsanto, Cargill, Coca-Cola, Walmart, ecc. E Stato Candidato al premio Oscar Nel 2010 come documentario migliore. Con Sottotitoli in italiano https://www.youtube.com/watch?v=Yb15ryfNS58
Poveri americani, Il paese più messo male al Mondo.
L’Isis è una creatura dell’Occidente al 100%: perché non aspettarsi che siano proprio gli “alleati coperti” del Califfato Islamico a firmare l’eventuale prossimo replay dell’11 Settembre? Se lo domanda Brandon Smith, in una lucida analisi nella quale mette a fuoco la storia recente e recentissima. «Il terrorismo “false flag” architettato dai governi è un fatto storico accertato: per secoli, le élite politiche e finanziarie hanno affondato navi, incendiato edifici, assassinato diplomatici, rimosso leader eletti e fatto saltare la gente per aria, per poi incolpare di questi disastri un conveniente capro espiatorio, così da generare paura nel pubblico e acquisire più potere». Gli scettici potranno discutere se una qualche specifica calamità sia stata o meno un evento terroristico “sotto falsa bandiera”, ma nessuno può negare che queste tattiche, in passato, siano state usate puntualmente, in tutto l’Occidente. «I governi hanno ammesso apertamente di creare tragedie sanguinarie e catalizzatrici con falsi pretesti, come l’Operazione Gladio, un programma false-flag in Europa, supportato dai servizi segreti europei e americani, che durò per decenni, dagli anni ’50 ai ’90».
Gladio, scrive Smith su “Alt-Market” in un post tradotto da “Controinformazione”, utilizzava «gruppi ben pagati e addestrati di malviventi e agenti, ma anche dei fessacchiotti, compartimentalizzati e controllati, che commettevano atrocità contro il pubblico europeo». Di queste atrocità venivano incolpati gli “estremisti di sinistra”, galvanizzando i cittadini e i rappresentanti politici «verso il falso paradigma Est-Ovest». Il movente superficiale fornito dalle “talpe” è che Gladio venisse usata per tenere al potere gli anti-comunisti. «Tuttavia, lo scopo più ampio e profondo era chiaramente di manipolare gli europei per far loro accettare una mentalità unificante e spianare così la strada alla centralizzazione dell’Europa nel blocco sovranazionale dell’Ue». Gladio è solo un esempio ben documentato del terrorismo “false-flag” usato dai governi per modellare la psicologia delle masse. E’ obbligatorio, dunque, interrogarsi sempre sulla vera natura di qualsiasi “attacco terroristico” o incidente geopolitico, «altrimenti potremmo venire indotti con l’inganno a supportare le guerre e le azioni incostituzionali che finiscono solo con l’avvelenare la nostra società ed elevare i tiranni».
Perché Brandon Smith crede che un nuovo “false-flag” sia imminente? A 13 anni dall’attacco alle Torri Gemelle, condotto da manovali del terrorismo di cui l’Fbi sapeva tutto, come scrive “Human Rights Watch” nel suo ultimo esplosivo dossier, «le attuali tendenze e gli sviluppi internazionali paiono condurre verso un punto di rottura, un punto decisivo; e se capite che la maggior parte di questi eventi è deliberatamente architettata – ragiona Smith – allora capite anche che l’inevitabile punto di rottura è anch’esso architettato». La maggiore minaccia di oggi? Ovvio: è l’insorgenza dell’Isis, cioè «il capro espiatorio più utile». Nel caso ci si sia informati solo con i media mainstream, avverte l’analista, si può essere inclini a credere che l’Isis si sia materializzato dal nulla per diventare una minaccia così organizzata ed efficace da eclissare Al-Qaeda come spauracchio agitato dall’establishment. Uno nuovo spauracchio perfetto: sinistro abbigliamento paleo-islamico, barbe, teste mozzate, stragi indiscriminate. Non cascateci: la «natura teatrale» dell’Isis, praticamente «da cartone animato», non è affatto casuale. E’ ideale per spaventare i cittadini americani.
Terroristi brutti e cattivi: «Se non sapessi che sono finanziati dagli Usa e dall’Arabia Saudita e armati da Israele, potrei trovarli anch’io un enigma terrificante», scrive Smith, che però fornisce una ricostruzione della genesi del fenomeno, risalendo addirittura alla normativa del 2009, firmata da Bush e applicata da Obama, per il rilascio di numerosi prigionieri jihadisti da strutture come Camp Bucca. Scoppiò la guerra civile libica, con i “ribelli” aiutati dalla Cia e da numerosi governi stranieri. «Erano gli stessi ribelli che avrebbero poi partecipato al raid contro il consolato Usa di Bengasi». Come confermano anche fonti ufficiali, dal “Guardian” alla “Reuters”, insieme a specialisti della Cia gli agenti libici penetrarono in Giordania, dove addestrarono gli “insorgenti” siriani per più di un anno, nonostante l’apprensione del governo di Amman. Poi gli “insorti” libici, insieme ai nuovi addestrati, si spostarono anche in Siria, trasformando i primi tumulti politici contro Assad in guerra aperta. «Da anni – scrive Smith – gli Usa armano e addestrano segretamente gli estremisti dell’Isis in Siria, ma solo tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 hanno cominciato una campagna di supporto più aperta».
Inoltre, «anche il governo israeliano ha aiutato i gruppi di insorti in Siria, con attacchi aerei che paralizzavano i centri di comando regionali del governo siriano». Attualmente, aggiunge Smith, Israele sta anche fornendo assistenza medica ai “ribelli” siriani. «Furono i gruppi di insorti a maggioranza sunnita, addestrati in Giordania e finanziati dall’Arabia Saudita, a mettersi in contatto con gruppi sempre finanziati dai sauditi in Iraq e formare ciò che conosciamo come Isis. Non sono affatto gruppi separati e autonomi. Sono organizzazioni supportate dagli Usa», come scrive lo “Spiegel”, «che agiscono di concerto e si sono fuse in un singolo movimento: l’Isis». Loro, i nuovi macellai del Medio Oriente. E attenzione: «Nonostante gli sviluppi orripilanti, Obama sta tuttora richiedendo oltre 500 milioni di dollari di aiuti per i “ribelli” siriani, sebbene la retorica ora specifichi che denaro e armi andranno solo a quelli “moderati e selezionati”». Ci sarebbe da ridere: «Che io sappia – scrive Smith – non ci sono insorgenti “moderati” in Siria». Per giunta, gli “insorgenti” (nient’affatto moderati) si stanno spostando in Iraq, «portando con loro il proprio stile di barbarie».
Il sito del “Council on Foreign Relations”, grande “pensatoio” globalista, si spiega come l’inclusione di estremisti di Al-Qaeda nella sollevazione siriana «ha migliorato il morale del movimento», testualmente. E si afferma che «l’Esercito Libero Siriano ora ha bisogno di Al-Qaeda». Si sostiene che l’obiettivo degli uomini di Al-Qaeda non è più necessariamente di rovesciare Assad, ma di istituire uno Stato islamico. «In un’assurda manifestazione di schizofrenia – protesta Smith – le organizzazioni globaliste, insieme alla Casa Bianca burattina, ora dicono che l’esistenza dell’Isis in Iraq e in Siria, lo stesso Isis che esse stesse hanno creato, rende necessario agli Usa eseguire attacchi aerei e interventi militari nella regione. Ovviamente – continua l’analista – per restare “equa e bilanciata”, la Casa Bianca propone di colpire anche obiettivi del governo siriano, per evitare di “rinforzare Assad”: proprio così, avete letto bene». Aggiunge Smith: «Vi ricordate dellacrisi siriana alla fine dell’anno scorso? Vi ricordate come Usa e Russia fossero sull’orlo del conflitto a causa del fatto che Obama finanziava gli insorti e proponeva di fornire loro supporto aereo? Bene, ora il piano è di compiere attacchi aerei contro gli stessi insorti che all’inizio avevamo in mente di aiutare con attacchi aerei».
L’America che bombarda i terroristi a cui lei stessa ha dato vita: ironia del destino? Niente affatto. Per Brandon Smith, bisogna cominciare a preoccuparsi davvero. Perché c’è qualcosa di profondamente pianificato: «L’Isis è la nuova Al-Qaeda riveduta e corretta. Tutti gli scenari terroristici mostrati nelle trasmissioni di propaganda sembrerebbero piuttosto ridicoli a molti americani, se venissero progettati da pastori di Al-Qaeda nascosti nelle grotte in Afghanistan e Pakistan, ma ora diventano credibili se progettati da agenti dell’Isis altamente organizzati ed esperti. Non credete che all’Isis siano esperti? Non lo credo neanch’io, a parte per gli agenti della Cia che li manovrano. Tuttavia, gli ufficiali del dipartimento alla difesa e altri stanno bombardando i media mainstream con un’idea fissa: l’Isis è impressionante!». Per Chuck Hagel, segretario alla difesa, l’Isis «è una minaccia più grande dell’11 Settembre», perché quei barbari «sono più di un semplice gruppo terroristico», dal momento che «uniscono all’ideologia una sofisticata abilità strategica e tattica, e sono estremamente ben finanziati». Questo, aggiunge Hagel, «va molto oltre qualsiasi cosa avevamo visto finora. Dobbiamo essere pronti a tutto. Preparatevi!».
Quello che ormai si sta alzando è un autentico coro: fonti delle Operazioni Speciali, cioè le opache strutture che avrebbero “liquidato” Bin Laden in Pakistan, argomentano come l’Isis sia «una forza da combattimento incredibile», che si comporta più come «uno Stato con un esercito» piuttosto che come una guerriglia disorganizzata. Ovvio, replica Smith: se le tattiche dell’Isis sembrano sofisticate è perché sono gestite da una intelligence di Stato, la Cia. Solo che lo Stato in questione non è il Califfato Islamico, ma gli Usa. Preoccupa l’insistenza “da grandi occasioni” di certe voci, dice l’analista. Secondo il tenente generale in pensione Thomas McInerney, un nuovo 11 Settembre è imminente. Il senatore James Inhofe, dell’Oklahoma, massimo repubblicano del comitato senatoriale per i servizi armati, afferma che i membri dell’Isis stanno «rapidamente sviluppando un metodo per far saltare in aria una grande città statunitense». Dunque ci risiamo: il governatore del Texas, Rick Perry, esponente del Bilderberg, afferma addirittura che agenti dell’Isis potrebbero già aver attraversato il confine dal Messico agli Usa. Nel frattempo, senatori democratici e repubblicani avvertono Obama: secondo loro, l’Isis è «il gruppo terroristico meglio finanziato della storia». Già, ma da chi?
«Con tutto questo clamore intorno all’Isis – scrive Smith – devo suggerire che forse, e sottolineo forse, ci stanno fornendo il capro espiatorio ideale per un grandioso attacco “false-flag”». Attenti ai dettagli: «Se guardate ai media mainstream e alla geopolitica come a un copione teatrale, anziché una serie di eventi casuali, vi appare come l’Isis stia venendo dipinto come un cattivo così pervasivo e subdolo che potrebbe compiere qualsiasi cosa». Di fatto, insiste Smith, «credo che i tempi siano maturi per un grande attacco “false-flag” in terra americana». Varie ipotesi: «Potrebbe essere un singolo attacco a una città o regione, oppure numerosi attacchi più piccoli eseguiti di concerto». Secondo Brandon Smith, «la febbre mediatica dell’Isis serve a condizionare il pubblico affinché creda nel mito dell’Isis, ovvero che questo è un sofisticato conglomerato internazionale super-terrorista, una legione dell’apocalisse». Sicché, «se gli americani cadranno nell’inganno e crederanno a questo mito, forse saranno convinti con l’inganno anche arinunciare alle loro garanzie costituzionali e libertà naturali, di fronte a un attacco ben pianificato di cui verrà incolpato l’Isis».
Probabilmente, conclude Smith, «verrà un giorno in cui il solo denunciare la menzogna od opporsi all’invasività del governo verrà chiamato “tradimento”, e le persone come me verranno etichettate “non migliori dell’Isis”». Se davvero ci sarà un attacco nel nome del fantomatico Califfato, «è vitale che gli americani si ricordino che non è l’invasione di un esercito straniero, non sono i nostri alleati terroristi che inaspettatamente si rivoltano contro di noi, non esiste un nemico islamico tranne quello creato dal nostro stesso governo». Inoltre, l’eventuale attacco «sarà architettato dagli impiegati del nostro stesso apparato di difesa che manovra un’orda di utili psicopatici: proprio come durante l’Operazione Gladio, lo scopo sarà di terrorizzarvi, affinché affidiate la vostra sicurezza a un’autorità governativa più potente e centralizzata». Come al solito, il compito del terrorismo pilotato dal governo sarà quello di «fornire la copertura per il pianificato collasso della società americana verso una condizione da terzo mondo, dalle cui rovine emergerà la centralizzazione politica e finanziaria del mondo nelle mani di una ristretta élite».
La mente umana oppone un rifiuto al solo prendere in considerazione determinate idee o ipotesi che metterebbero in pericolo l'equlibrio psichico, e spesso preferisce vivere nell'illusione pur di non dover vedere in faccia una realtà troppo dolorosa.
Speciale tv dedicato alla carriera di Bill, in modo particolare al suo rapporto con la tv e il "David Letterman Show". Questo speciale è andato in onda prima del 2009, quando Letterman invitò Mary Hicks nel suo show e mandò finalmente in onda l'ultima esibizione di Bill, che nel 1993 fu censurata.
Natalia Akindinova, capo del Centro dell’Istituto di Sviluppo della Scuola Superiore di Economia, ha detto che la spiegazione è alquanto semplice: le restrizioni alle importazioni hanno innescato un intensificarsi di molte pressioni inflazionistiche. “In simili circostanze, i cittadini a basso reddito, le cui uscite economiche più grandi in famiglia sono per la spesa, starebbero decisamente meglio potendo fare affidamento sul loro stesso lavoro, soprattutto negli orti delle dacie”, ha detto l’esperta. “Inoltre, sono molti i cittadini che già li coltivano. Quello che dovranno fare è iniziare a utilizzarli di più”.
Il governo, a questo proposito, è stato molto esplicito. Le autorità dicono che il governo deve incoraggiare la popolazione a tornare a coltivare l’orto di famiglia (per esempio nella regione di Ulyanovsk). A San Pietroburgo le autorità hanno perfino snocciolato i numeri: in questa area ci sono 622mila famiglie che coltivano per sé, il che significa che nel 2013 sono stati in grado di raccogliere circa 500mila tonnellate di derrate, e ancor più quest’anno.
Nel complesso, le cifre sono veramente impressionanti: secondo la Fondazione Pubblica Opinione (Pof, Public Opinion Foundation), il 59 per cento dei russi ha una dacia. Naturalmente, le cifre variano moltissimo a seconda della città: a Mosca, per esempio possiede una dacia appena il 41 per cento della popolazione. Per la metà di queste persone, la frutta e la verdura coltivate nei propri orti costituiscono "un’integrazione sostanziale ai prodotti alimentari acquistati" (nel 2014 tale cifra in effetti è cresciuta, arrivando al 54 per cento di proprietari di dacie, contro il 49 per cento dell’anno precedente).
Al tempo stesso, il numero delle persone che considera i prodotti coltivati in proprio come una piccola integrazione alla propria alimentazione di fatto è calato (passando dal 20 al 17 per cento). “Per il momento è difficile dire se queste fluttuazioni hanno qualcosa a che vedere con l’economia o no”, ha detto l’analista del Pof, Irina Osipova. “La stagione è ormai conclusa, quindi l’unica cosa che possiamo fare è continuare le nostre ricerche l’anno prossimo. Dopotutto, nessuno produrrà parmigiano nella propria dacia. In ogni caso, i prodotti coltivati negli orti delle dacie hanno sempre aiutato moltissimo la popolazione nei periodi di crisi”.
I ricercatori hanno notato anche un rinnovato interesse per le vacanze in dacia da parte dei russi, sebbene le motivazioni addotte siano un po’ diverse, per esempio una maggiore attenzione per l’ambiente, i prodotti naturali e uno stile di vita sano, tutte cose diventate molto trendy. “Se alla metà degli anni Duemila molte persone hanno iniziato a coltivare fiori invece di frutta e verdura, oggi assistiamo a un ritorno alla coltivazione tradizionale di prodotti freschi dell’orto” ha detto Osipova. “Naturalmente, quando chiediamo informazioni sulle derrate fresche, i russi tendono a dare la preferenza a quelli coltivati in loco, considerati più salutari e naturali”. Gli esperti sono fiduciosi: pare proprio che assisteremo a un ritorno alla natura.
In futuro potrebbe perfino essere possibile una vera e propria rinascita degli orti. Naturalmente, i rischi non mancano. “Da un punto di vista sociale, il fatto che ognuno possa provvedere da solo al proprio sostentamento, procurandosi prodotti freschi, è sicuramente una cosa positiva. Non possiamo che dare il benvenuto a braccia aperte a uno stile di vita di questo tipo”, ha detto Natalia Akindovna. “Naturalmente, però, la produttività cala a causa di questo trend e alla lunga potrebbe avere un effetto negativo sull’economia nel suo complesso. La gente potrebbe distrarsi troppo dal suo vero lavoro. In sé e per sé il desiderio di avere un orto proprio e di recarsi fuori città per rilassarsi è normale, ma fare affidamento solo sull’orto per procurarsi prodotti freschi è una pratica strana per chi vive in un paese normale”.
Vladimir Kagansky, geografo, rinomato studioso e pubblicista, ha detto di essere un feroce critico delle dacie intese come “fenomeno sociale di massa”, e ha insistito particolarmente sulla parola “massa”. Il suo ragionamento è molto convincente: la cinta di dacie tutto intorno alle grandi città ha distrutto la struttura preesistente di risorse naturali e della terra. Per esempio, le aree tutto intorno a Mosca appaiono oggi molto frammentate. Le foreste e le terre coltivabili non si estendono più per chilometri e chilometri (come sarebbe ideale), ma sono intervallate da lotti di terreno con le dacie. Ci sono sempre meno luoghi nei quali andare a fare una passeggiata, perché gli amanti delle dacie si portano sempre appresso le loro auto e producono spazzatura. Molti tipi di uccelli e di animali selvatici sono scomparsi, e i bambini che vanno a scuola non hanno più molte occasioni di vedere dal vivo come sono una vera foresta e un fiume. Intorno alla città ormai non esiste più niente del genere.
“L’equilibrio ecologico è stato alterato”, ha detto l’esperto. “Molti appezzamenti di terreno delle dacie sono impregnati d’acqua perché la gente abbatte gli alberi che assorbono l’acqua dal terreno. Le piante rare stanno scomparendo e gli incendi sono frequenti perché molti residenti delle dacie sono poco accorti. Secondo i miei calcoli, un’ara di terreno per dacia trasforma completamente e in senso negativo circa 5-6 are di terreno circostante”.
Di fatto, secondo Kagansky, il trend delle dacieequivale a una sorta di colonizzazione della periferia di Mosca da parte di un gruppo di persone (vacanzieri) a detrimento delle altre. “Naturalmente le dacie, soprattutto negli anni Novanta, furono un mezzo di sopravvivenza, ma è errato mettere a repentaglio il destino di regioni intere a causa di questo trend” ha detto l’esperto. Al tempo stesso egli ha anche effettuato una distinzione precisa tra le attuali “sei are” e le vecchie dacie pre-rivoluzionarie che fungevano da centri di cultura e creatività. Secondo lui, le due cose sono completamente diverse.
Che ne sarà delle dacie in futuro, dunque? Gli esperti sono cauti a dare una risposta a questo interrogativo. Indubbiamente, c’è stato un aumento di interesse per la natura e l’ambiente, ma l’effettivo ritorno all’orticoltura sovietica deve essere ancora confermato. Come sempre, tutto dipenderà dalla politica estera.
Oggi stavo vangando un pezzo di terra vergine,e molto duro farlo,ma la terra ti ripagherà,è ricchissima.
Sorpresa,esce fuori una piccola vipera,ho i guanti,senza pensarci 2 volte,è mezza addormentata, la acchiappo.
Faccio vedere il rettile a mio zio ,mi conferma che è una vipera,mi dice di ucciderla,io gli rispondo,io credo che se uccidi una vipera,lei ucciderà te,dopo pochi minuti,la libero lontano da dove l"avevo acchiappata.
Già avevamo fornito il quadro dei dati reali circa l’epidemia di Ebola nel nostro articolo “Ebola, il nuovo incubo (l’ennesimo)” . Ora vogliamo proporvi l’analisi di Adam Levine. Innanzi tutto, anche in questo caso, Levine fornisce dati, che già aiutano a farsi un’idea. «Durante gli ultimi sei mesi – scrive Levine - mentre Ebola metteva in pericolo la vita di circa mille adulti e bambini, nella sola Africa Sub-Sahariana circa 298.000 bambini sono morti per polmonite, 193.000 per diarrea, 288.00 tra adulti e bambini sono morti di malaria e 428.000 tra bambini e adulti hanno avuto bisogno di cure d’emergenza per ferite dovute a vari incidenti. Un migliore e più efficace accesso alle cure potrebbe, dunque, salvare non solo chi è affetto da Ebola ma anche chi è colpito da questi killer molto più diffusi». Levine critica poi i media che passano dall’ignorare completamente l’Africa a parlarne a spot allarmistici solo in occasione di epidemie o quando si teme che qualche gruppo terroristico arrivi fino a casa nostra.
E coglie il vero nocciolo della questione: «Dobbiamo fare attenzione a Ebola non perché possa mettere in pericolo noi ma per quello che ci dice sull’attuale situazione del sistema sanitario nella maggior parte dell’Africa».
Esamina inoltre alcuni luoghi comuni che hanno destato allarme.
«Ebola può essere fatale ma non dovunque. L’incidenza di mortalità per Ebola varia moltissimo a seconda del contesto. La prima epidemia registrata, nel 1967 in Germania e Yugoslavia, aveva una mortalità del 23%, molto lontana dal 53-88% che si è visto negli ultimi 40 anni nell’Africa Sub-Sahariana. Peraltro quella prima epidemia accadde quando ancora non si sapeva nulla della malattia e non erano disponibili le moderne cure intensive. Il rischio di morte per individui infettati in Usa e Europa sarebbe molto più basso di ogni precedente epidemia. I due americani recentemente infettati in Liberia sono migliorati e non per avere usato qualche siero magico, ma grazie al monitoraggio accurato e alle cure prestate loro dai colleghi in un moderno ospedale. Negli ultimi dieci anni ho trattato moltissimi pazienti nell’Africa Sub-Sahariana e la mortalità per pressochè tutte le malattie è molto più alta di quella che si registra negli Usa per le stesse patologie».
Un altro mito che Levine sfata è che non ci siano cure disponibili per Ebola. «Ci sono molti trattamenti efficaci che possono aiutare il paziente a superare la fase peggiore della malattia aumentando le sue possibiltà di sopravvivenza: fluidi intravenosi, emoderivati, antibiotici, ossigeno e ventilazione, farmaci vasoattivi, strumenti che potrebbero essere usati anche per altre patologie diffuse in Africa».
Interessante anche la sua analisi sul contagio. «Ebola non è affatto una delle malattie più contagiose. Non si diffonde nell’aria né per particelle in aerosol, ma solo con stretto contatto soprattutto con fluidi corporei. I sanitari devono adottare precauzioni come guanti e lavaggio frequente delle mani. Nell’Africa occidentale la malattia si è diffusa perché mancano misure di salute pubblica e attrezzatura di base negli ospedali» ed è su questo che Levine sollecita ad intervenire.
Riguardo poi al fatto di testare in Africa farmaci sperimentali direttamente sui malati nel pieno delle emergenze epidemiche (l'emergenza, reale o presunta, spesso favorisce le deroghe...), Levine sottolinea come le persone dei paesi poveri necessitino di particolare protezione e non possano essere utilizzate semplicemente come cavie senza però ricevere tutte le cure possibili esistenti, cure che purtroppo, come visto, in Africa spesso non sono disponibili.