venerdì 18 dicembre 2015

La Tribù contro lo Stato: l’Anarchia Selvaggia di Matteo Minelli

Homo homini lupus 
La civiltà, ovvero quel moloch di cultura, economia, politica, religione che da 5500 anni fa la voce grossa nel corso della storia, non fa altro che ribadire questo assioma trito e ritrito. Un postulato assoluto che siamo soliti collegare alla figura e all’opera di Hobbes, sebbene sia stato Freud a coniare nella sua chiave definitiva la celeberrima citazione. Una sentenza che, in tutte le svariate declinazioni, da almeno venticinque secoli viaggia di bocca in bocca tra filosofi, storici, dotti, santi, cantastorie e scienziati un po’ improbabili.
Da Plauto a Tucidide, da Sant’Agostino a Tommaso d’Aquino, da John Owen a John Adams passando per Machiavelli e Kant fino ad arrivare a Schopenauer, una nutritissima schiera di “pensatori” ha incessantemente alimentato il fantasma di una natura umana avida, meschina, cattiva ed egoista.
Che sia tutta colpa del peccato originale o del nostro discendere dalle ceneri dei perfidi Titani, o ancora dal nostro bagaglio genetico troppo affine a quello dei gorilla, fatto sta che sembriamo proprio essere inclini alla sopraffazione dei nostri simili.
E così l’uomo per poter tenere a freno i suoi malefici istinti deve gioco forza assoggettarsi a stati e governi capaci di imprigionare queste sue tremende pulsioni.  Ma quale stato e quale governo? “Menti raffinatissime” hanno prodotto un numero pressoché infinito di riflessioni, studi, libri e articoli in cui ci si è domandati come organizzare le istituzioni statali e governative. Ed è evidente che se ancora oggi ci si interroga su questo tema è sia perché non siamo affatto soddisfatti dai modelli attualmente in auge sia perché riteniamo impossibile sviare questo dibattito.
A nessuno, o meglio a pochissimi, viene in mente che in fondo si potrebbe vivere senza stato e senza governo. E questo nonostante tutte le forme di stato e di governo abbiano dimostrato nel corso della storia di essere un coacervo inestricabile di fallimenti, contraddizioni e violenza più o meno gratuita. E se invece non fosse così? Se questa idea di un’umanità barbarica e violenta fosse soltanto una visione culturale instillata nelle nostre menti e trasmessa di individuo in individuo nel corso dei millenni? Se quello stato dibellum omnium contra omnes non fosse mai esistito?
A questo punto dell’analisi sarebbe sufficiente una piccola digressione per dimostrare quanto imperatori, sacerdoti e legislatori, faraoni e rajah, consiglieri e senatori abbiano cercato in ogni modo di instillare nella mente dei propri sudditi, cittadini e seguaci l’idea che senza uno stato e un governo saremmo solo delle belve inferocite sempre pronte ad azzannarci reciprocamente; e dimostrare allo stesso tempo quanto questa idea abbia condizionato la storia di una parte dell’umanità. Per almeno 5000 anni abbiamo abbattuto tiranni e oligarchi, dittatori e scia; abbiamo sostituito i parlamenti ai monarchi, gli eletti ai nominati, il diritto degli uomini a quello di Dio; abbiamo modificato le istituzioni, scritto costituzioni e inventato associazioni, sindacati, partiti; eppure non siamo mai riusciti a superare quello steccato invalicabile edificato sull’idea che no, non possiamo vivere e prosperare senza un governo.
E tutto ciò è avvenuto mentre lì, proprio davanti ai nostri occhi, dalle steppe dell’Asia centrale ai deserti del Sahara, dai ghiacci della penisola di Terranova alla foresta Amazzonica, uomini e donne sono vissuti senza che un re, un governo e uno stato ne limitassero le libertà e ne condizionassero l’esistenza. Ancora oggi queste comunità ci dimostrano empiricamente che è possibile costruire società in cui non esiste la coercizione istituzionale e in cui gli individui godono di spazi di autodeterminazione e di partecipazione alla vita pubblica della comunità che noi possiamo solo sognarci di avere. Ma noi uomini civilizzati non avremmo mai potuto accettare l’esistenza di questi esempi perfettamente funzionanti di Anarchia Selvaggia, che di fatto rendono carta straccia parecchie pagine di molti cosiddetti “grandi pensatori”. Perciò abbiamo preferito negare l’evidenza ed opporre una serie di argomenti approssimativi racchiusi in due correnti tuttora in auge. Per la prima, semplicemente, le società “primitive” non sarebbero realmente anarchiche poiché ogni comunità ha il suo “capo” che proprio come i re barbari del basso medioevo possiede potere di vita e di morte su tutti gli individui del gruppo. Per la seconda scuola di pensiero invece questo stato di anarchia sarebbe soltanto sinonimo di incompiutezza: l’organizzazione sociale di questi uomini “selvaggi” rappresenterebbe una forma embrionale ed apolitica dell’autentica società umana, un bambino che deve ancora crescere.
Entrambe le tesi sono piuttosto etnocentriche e poco supportate da riscontri concreti.
Le società dell’Anarchia Selvaggia sono evolute, adulte e compiute. Spesso rappresentano la sintesi di un percorso lungo migliaia di anni. Un percorso, è bene sottolinearlo più volte squisitamente politico. Un percorso caratterizzato dal rifiuto netto e collettivo dello Stato. Se queste comunità non hanno uno stato non è per infantilismo, bensì è perché esse non lo vogliono. Rifiutano qualsiasi rapporto di dominazione interpersonale e frappongono ostacoli di ogni natura alla creazione di un organo di potere separato dalla società. È proprio questa la straordinaria forza delle tribù: organizzare società nelle quali il potere coincide perfettamente con il corpo sociale della comunità. Un potere indivisibile e soprattutto inalienabile. Ne consegue che quelli che noi chiamiamo, con un linguaggio tutto civilizzato capi, e che l’antropologia definisce invece Big Men, sono figure lontane anni luce da re, rappresentanti del popolo, parlamentari e presidenti. Come dimostrano molti studi etnologici compiremmo infatti un grave errore confondendo il ruolo che il prestigio personale può donare con l’effettivo potere che da esso deriva. I “grandi uomini”, peraltro presenti solo nelle comunità di determinate dimensioni, hanno raggiunto una posizione di prestigio attraverso il duro lavoro proprio e del nucleo familiare a cui appartengono. Hanno accumulato beni sfruttando se stessi e la parentela al fine di produrre un surplus da donare al resto della comunità (sì, avete capito bene!), avendo in cambio solo (si fa per dire) gratitudine e rispetto.
Tale meccanismo il cui premio finale  è il più delle volte una dose massiccia di autostima e orgoglio è diametralmente opposto a quello che caratterizza le società statalizzate in cui i leader gestiscono e si spartiscono tutti i beni realizzati dalla comunità.  Paradossalmente i Big Men sono oggetto di una sorta di sfruttamento da parte degli altri membri del villaggio, che grazie ai doni ricevuti possono permettersi di lavorare molto meno di coloro che noi consideriamo loro capi. Questo rapporto, in cui è palese quale sia la parte che nutre un obbligo verso l’altra, non è mutabile. Qualora il Big Man tenti di invertire il flusso dello scambio e trasformare il suo prestigio in potere la reazione della comunità non tarderebbe a manifestarsi: esilio e talvolta omicidio sono i mezzi utilizzati  per impedire l’avvento di quello spettro che è la divisione sociale.
È evidente: la società tribale più che essere una società senza stato è una società contro lo stato (come ha raccontato magnificamente Pierre Clastres). Risulta perciò difficile immaginare un punto di incontro, uncontinuum tra i figli dell’anarchia selvaggia e i figli della Civiltà, tanto ampia è la distanza che separa l’organizzazione politica degli uni da quella degli altri. Appare più semplice immaginare che la comparsa dello stato, ilmalencontre, come già nel cinquecento lo definiva quel genio ineguagliabile di Étienne de la Boétie, sia stato un grave punto di rottura di un equilibrio naturale sapientemente conservato per decine di migliaia di anni dalla nostra specie.
Concludendo possiamo affermare che Yanomani e Kung, così come Seminole e Guaranì ci insegnano che l’uomo è nato per godere di una libertà assoluta e non limitabile, tanto lontana dal libertinaggio individuale quanto dal liberalismo collettivo. Una libertà autentica realizzata in società perfettamente compiute, cementate da solidi legami interpersonali e basate sul rifiuto totale di organi di potere estraneo alla comunità. Una libertà che può sopravvivere solo in un rapporto tra pari, poiché ogni relazione di dominio risulta mortale per quel modello sociale. Una libertà che anche noi uomini della Civiltà abbiamo dentro e che dovremmo incessantemente cercare di far riemergere.

Pensiero anarchico dal libro.Malatesta fra i contadini

Noi  vogliamo mettere tutto in comune.
Noi partiamo da questo principio che tutti quanti deb­
bono lavorare e tutti debbono stare il meglio che si può.
A questo mondo senza lavorare non si può vivere: per­
ciò se uno non lavorasse, dovrebbe vivere sopra il lavo ­
ro degli altri, il che è ingiusto ed è dannoso. Si capisce
che quando dico che tutti debbono lavorare, intendo tutti
quelli che possono e per quanto possono. Gli storpi,
gl'impotenti, i vecchi, debbono essere mantenuti dalla
società, perchè è dovere d'umanità di non far soffrire
nessuno; e poi, vecchi diventeremo tutti, e storpi o im­
potenti possiamo diventare da un momento all'altro, tan­
to noi quanto i nostri più cari.
Ora, se voi riflettete bene, vedrete che tutte le ric­
chezze cioè tutto ciò che esiste di utile all'uomo si può
dividere in due parti. Una parte, che comprende la terra,
le macchine e tutti gli strumenti da lavoro, il ferro, il le ­
gno, le pietre, i mezzi di trasporto, ecc. è indispensabile
per lavorare e deve essere messa in comune, per servire
a tutti come strumento e materia da lavoro. In quanto al
modo di lavorare poi, è una cosa che si vedrà. Il meglio
sarebbe lavorare in comune, perchè così con meno fati­
ca si produce di più: anzi è certo che il lavoro in comune
sarà abbracciato dappertutto, perchè per lavorare ognu­
no da sè bisognerebbe rinunziare all'aiuto delle macchi­
ne, che riducono il lavoro a cosa piacevole e leggera, e
perchè, quando gli uomini non avranno più bisogno di
strapparsi il pane di bocca, non staranno più come cani e
gatti, e troveranno piacere a stare insieme e a fare le
cose in comune. In ogni modo, anche se in qualche po­
sto la gente volesse lavorare isolatamente, padronissima.
L'essenziale è che nessuno viva senza lavorare, obbli­
gando gli altri a lavorare per suo conto, questo non po­
trebbe più avvenire perchè, ognuno avendo diritto a ciò
che serve per lavorare, nessuno certamente vorrebbe la­
vorare per conto altrui.
L'altra parte comprende le cose che servono diretta­
mente al consumo dell'uomo come alimenti, vestiti e
case. Di esse, quelle che già ci sono, debbono senz'altro
essere messe in comune e distribuite in modo che si pos­
sa andare fino alla nuova raccolta, e aspettare che l'indu ­
stria abbia nuovi prodotti. Quelle cose poi che saran
prodotte dopo la rivoluzione, quando non vi saranno più
padroni oziosi che vivono sulle fatiche di lavoranti affa­
mati, si distribuiranno secondo la volontà dei lavoratori
di ciascun paese. Se questi vorranno lavorare in comune
e mettere ogni cosa in comune sarà il meglio: allora si
cercherà di regolare la produzione in modo da assicurare
a tutti il massimo godimento possibile, e tutto è detto.
Se no, si terrà conto di quello che ciascuno avrà pro­
dotto, perchè ciascuno possa prendere la quantità di og­
getti equivalente al suo prodotto. È un calcolo abbastan­
za difficile, ch'io credo anzi addirittura impossibile, ma
ciò vuol dire che quando si vedranno le difficoltà della
distribuzione proporzionale, si accetterà più facilmente
l'idea di mettere tutto in comune.
In ogni modo, bisognerà che le cose di prima necessi ­
tà, come pane, case, acqua e cose simili, sieno assicurate
a tutti, indipendentemente dalla quantità di lavoro che
ciascuno  può  fornire.  Qualunque  sia  l'organizzazione
adottata, l'eredità non dovrà esistere più perchè non è
giusto che uno trovi, nascendo, tutti gli agi, e l'altro la
fame e gli stenti, che uno nasca ricco e l'altro povero; e
anche se si accettasse l'idea che ognuno è padrone di
quello che ha prodotto e che quindi può fare delle eco ­
nomie per suo conto personale, alla sua morte tutte le
sue economie ritornerebbe alla massa comune....
I fanciulli intanto dovranno essere allevati ed istruiti a
spese di tutti, in modo da procurar loro il massimo svi ­
luppo e la massima capacità possibile. Senza questo non
vi sarebbe nè giustizia, nè uguaglianza e sarebbe violato
il principio del diritto di ciascuno agli strumenti di lavo ­
ro, poichè l'istruzione e la forza fisica e morale sono
veri strumenti di lavoro: ed il dare a tutti la terra e le
macchine sarebbe una cosa ben insufficiente, se non si
cercasse di mettere tutti in grado di servirsene il meglio
possibile.
Della donna non ti dirò nulla, perchè per noi la donna
deve essere uguale all'uomo, e quando diciamo uomo,
intendiamo dire essere umano, senza distinzione di ses ­
so.
Fonte http://www.tempadelfico.com/wp-content/uploads/2015/05/Malatesta-fra_contadini.pdf

mercoledì 16 dicembre 2015

La cultura dell’humus può salvare il mondo

Fonte: Comune info 



Ogni essere vivente ospite di questa Terra è costituito da catene di carbonio. L’uomo,  però, con l’uso sconsiderato del petrolio, dei combustibili fossili e con altre irresponsabili attività ha sconvolto in maniera radicale il ciclo del carbonio. Tuttavia, ognuno di noi può compiere un’azione che, seppur piccola, è di grande importanza: producendo humus, attraverso il compostaggio, può restituire alla terra  il carbonio che ci presta
1339512233_zemlya-v-rukah
di Gustavo Duch
Dopo aver tolto il tè dal fuoco, Pierre si sedette accanto al tavolo della cucina. Mentre serviva le due tazze fumanti, le sue mani richiamarono la mia attenzione: mani maghrebine piene di solchi dove erano penetrate migliaia di minuscole particelle nere che generavano sulla sua pelle una vera e propria stampa giapponese.
È il risultato della mia passione” mi disse anticipando la mia indiscrezione. “E se senti il loro odore  – aprì le mani vicino alle mie narici formando con esse un calice – potrai scoprirla”. Effettivamente odoravano come il compost che preparo nel mio orto.
Approffitai di questo dettaglio, un po’ imbarazzato com’ero, per iniziare la conversazione che tanto desideravo.
“Pierre, perché così tanti anni a sottolineare il ruolo dell’humus per l’agricoltura?”
shutterstock_154641506“Immagino – rispose – che anche nel tuo paese valga il detto che una persona non deve morire senza prima piantare un albero e avere un figlio, vero? Ebbene, è chiaro che sono due questioni fondamentali affinché la vita della nostra specie continui ad essere possibile su questo Pianeta che ci accoglie. Effettivamente, piantare alberi – tanti quanti ci sia possibile – ed evitare la deforestazioneprovocata dalla brama capitalista per le monocolture di soia, gli agrocombustibili o l’allevamento di bestiame su grande scala, è indispensabile per poter disporre dell’ossigeno di cui abbiamo bisogno per respirare”.
“È importante mantenere la consapevolezza e la tensione su questo aspetto,però credo che ci dimentichiamo di qualcosa di ancora più rilevante. I nostri corpi, così come quello degli alberi e di ogni altro essere vivente, il cibo che abbiamo qui su questo tavolo, tutto è principalmente un insieme ordinato di milioni di molecole di carbonio. Anche osservandolo molto da vicino: il glucosio che ci permette di camminare, le vitamine che ci danno vitalità o le proteine che sono le nostre minute strutture, tutto, è composto da carbonio. Compreso l’ossigeno, che i vegetali ci regalano con la fotosintesi, è il processo di digestione del diossido di carbonio dell’atmosfera”.
La sua voce ammaliante si ferma un attimo per dare un primo sorso al tè e poi riprende chiedendomi: “Hai pensato qualche volta che tu stesso non sei altro che catene di carbonio riciclate da precedenti esseri viventi? Forse nelle tue ossa c’è carbonio che a suo tempo è stato un olmo o un pellicano”.
compost_yard-fall“Ebbene è così …la Terra contiene una quantità specifica di carbonio che non varia nel tempo: semplicemente, passa da una fase all’altra, in un ciclo continuo. Dall’aria, alla terra, all’acqua, alla materia, all’aria, alla terra…” -e le sue mani tracciano un cerchio sopra una lavagna immaginaria-  “Allora, non è vero che non siamo coscienti dell’importanza del carbonio per la nostra vita? Sembra che lo teniamo in conto solo quando revisoniamo le riserve di petrolio, perché, chiaramente, anche il petrolio non è altro che carbonio. Carbonio vecchio e rugoso dal tanto aspettare”.
“Bene – continua Pierre con un tono più rilassato ma senza perdere la forza che, nelle sue discussioni, ha tanto attirato la mia attenzione-  io penso che sia ovvio che la nostra civiltà sta sconvolgendo in maniera radicale e pericolosa il ciclo del carbonio. L’abuso nell’utilizzo del petrolio fa sì che nell’atmosfera si accumuli più carbonio, più CO2, del naturale. Dico che siamo la civiltà cocacola, una civiltà più carbonizzata del normale”.
“Allora, il nostro dovere in quanto esseri fatti di carbonio, è riportare il carbonio nel suo luogo appropriato, la terra, e compensare così questo squilibrio che riscalderà il pianeta. Dobbiamo restituirle il carbonio che ci presta, restituirle tutto quello che possiamo. Per questo, caro amico, per questo faccio compost, humus, -e giocherellando con lo sguardo così come ora gioca con le parole, conclude- perché sono umano, è il mio umile contributo all’umanità. Il mio lavoro degli ultimi trent’anni è consistito nel diffondere e spiegare la necessità di tornare alla terra, di rendere la terra fertile, di trasmettere e sostenere progetti ed iniziative per questa ‘cultura dell’humus’. Speriamo di vedere in queste piccole azioni la grande capacità di cambiamento che può generare, speriamo che riusciamo a capire che dobbiamo sostenere un’ agricoltura ‘umanizzata’ anziché un’agricoltura ‘industrializzata’ “.
omissisnews
Si alza dal tavolo e con gentilezza mi invita a seguirlo: mi mostrerà quell’humus del quale stiamo parlando.
Molto vicino all’orto, di fronte a tre grandi file di cumuli di materia organica in decomposizione, affonda la sua mano all’interno del compost e mi indica che è molto caldo, “al dente”, dice, come un cuoco che sta provando il suo stufato.
Produrre compost, humus, a partire dalle rimanenze dei nostri raccolti, dagli escrementi degli animali, dagli avanzi del nostro cibo: bisognerebbe insegnarlo nelle scuole così come si insegnano le addizioni e le sottrazioni. Nei programmi dei partiti politici dovrebbero, in primo piano, figurare progetti per riciclare in questo modo tutta la materia organica possibile”.
Come il buon maestro che è stato in gioventù, per completare la risposta alla mia domanda, riassume: “Produrre humus è fondamentale per correggere i nostri eccessi, ci consentirà di combattere con certezza il cambiamento climatico.”
“Inoltre, restituendo materia organica alla nostra terra, la rendiamo più fertile, più sana, più forte contro i parassiti, più produttiva e, beninteso, poiché non dobbiamo mai dimenticare i contadini, ci rende più autonomi, ci pone al margine -al di fuori- del modello criminale dell’agricoltura industriale che rovina la terra con i fertilizzanti chimici. Più humus è più sovranità“.

Tratto dal blog Palabre-ando. La pubblicazione su Comune è autorizzata dall’autore (traduzione di Daniela Cavallo)

Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it 

domenica 13 dicembre 2015

Mi sento un po anarchico

Uno spezzone di questo splendido libro anarchico.
http://www.tempadelfico.com/wp-content/uploads/2015/05/Malatesta-fra_contadini.pdf
Da pagina 17 e 18

Beppe. — Ma allora, quando non vi fossero più si ­
gnori, come si farebbe a campare? Chi ci darebbe da la ­
vorare?
Giorgio. — Pare impossibile! Come! voi lo vedete
tutti i giorni; siete voi che zappate, che seminate, che
falciate, che battete e portate il frumento nel granaio,
siete voi che fate il vino, l'olio, il formaggio e mi do ­
mante come fareste a campare senza signori? Domanda­
te piuttosto come farebbero a campare i signori se non
vi fossimo noi poveri imbecilli, lavoranti di campagna e
di città, che pensiamo a nutrirli, e a vestirli e... sommini­
striamo loro le nostre figlie, perchè possano divertirsi!
Poco fa, volevate ringraziare i padroni perchè vi dàn­
no da vivere. Non capite che sono essi che campano sul ­
le nostre fatiche e che ogni pezzo di pane che essi met ­
tono in bocca, è tolto ai nostri figliuoli? che ogni regalo
che essi fanno alle loro donne, rappresenta la miseria, la
fame, il freddo, forse la prostituzione delle donne no­
stre?
Che cosa producono i signori? niente. Dunque tutto
quello che consumano è tolto ai lavoranti.
Figuratevi che domani sparissero tutti i lavoranti di
campagna: non vi sarebbe più chi lavora la terra e si
morrebbe di fame. Se sparissero i calzolai, non si fareb­
bero scarpe; se sparissero i muratori, non si potrebbe far
case, e così via via per ogni classe di lavoranti che ve ­
nisse a mancare, sarebbe soppresso un ramo della pro ­
duzione e l'uomo dovrebbe privarsi di oggetti utili e ne­
cessarii.
Ma che danno si risentirebbe se sparissero i signori?
Sarebbe come se sparissero le cavalette.
Beppe.— Sì, va bene che noi produciamo tutto, ma
come ho a fare io a produrre il grano se non ho terra, nè
animali, nè semi. Via, te lo dico che non c'è modo: biso ­
gna per forza star soggetti ai padroni.
Giorgio.— O Beppe, c'intendiamo, o non c'intendia­
mo? Eppure mi pare d'avervelo detto che bisogna levar­
glielo ai padroni quello che serve a lavorare e a vivere:
la terra, gli arnesi, le sementi e tutto.
Lo so anch'io che fino a quando le terre e gli strumen ­
ti da lavoro apparterranno ai padroni, il lavorante dovrà
star sempre soggetto, e non avrà che schiavitù e miseria.
Perciò, tenetelo bene in mente, la prima cosa che biso­
gna fare è quella di levare la roba ai signori: se no, il
mondo non s'accomoda.

OGGI DIREI CHE BISOGNA LEVARE HAI PADRONI IL POTERE MONETARIO,
CHE HANNO ACQUISITO CON L'INGANNO.

venerdì 11 dicembre 2015

Progressisti in divisa (5): gli inganni di Avaaz

5ª puntata di "Progressisti in divisa: la Sinistra pacifista viene arruolata", saggio di P. Boylan di cui pubblicheremo l'e-book. Il caso di AVAAZ e Giulia Innocenzi.

Redazione
lunedì 5 agosto 2013 23:55


"Progressisti in divisa: la Sinistra pacifista viene arruolata": è il titolo di un libro di Patrick Boylan* che stiamo pubblicando a puntate su Megachip, capitolo dopo capitolo per poi pubblicarlo tutto insieme in forma di e-book. Sono messi a nudo i difetti dei pacifisti italiani e occidentali, che condividono i difetti della sinistra, nel frattempo auto-eliminatasi e cooptata nel campo di chi fa le guerre.
Nella precedenti puntate abbiamo iniziato a vedere i dieci tasselli da inserire nel vasto mosaico dell'espropriazione e contaminazione del pacifismo di sinistra da parte dei poteri forti.
Abbiamo visto per primo il piano internazionale, ossia il 1° tassello: Amnesty (USA); il 2° tassello: l'ong francese FIDH. Poi abbiamo visto il piano nazionale, ossia il 3° tassello: Tavola della Pace; il 4° tassello: RaiNews24. Poi siamo passati al piano individuale (5° tassello: Padre Dall'Oglio, 6° tassello: Giulio Marcon). Per una curiosa coincidenza, poche ore dopo la pubblicazione, Padre Dall'Oglio è stato coinvolto in uno stranissimo "rapimento-negoziato" dai contorni torbidi, a conferma della deriva della sua azione. In questa puntata vedremo il caso Avaaz (7° tassello).
Nelle prossime puntate vedremo i tasselli successivi.
Questa è la quinta puntata.
Buona lettura
(la Redazione)



Settimo Tassello - Il sito Avaaz

Sul piano virtuale, cioè quello dell'interazione in Internet, troviamoAvaaz, un movimento politico "progressista" che esiste esclusivamente in rete, con 17 milioni di iscritti in più di cento paesi (www.avaaz.org/it/).  Esso rappresenta un altro "tassello" del mosaico poiché, con grande efficacia, espropria e contamina ideologicamente la Sinistra (pacifista) planetaria.  Infatti, come fa Amnesty (USA) negli Stati Uniti - ma senza la rete di uffici regionali che consente ad Amnesty di organizzare attività territoriali faccia a faccia - Avaaz mobilita virtualmente l'opinione pubblica mondiale a favore di varie iniziative politiche senz'altro progressiste... e non pericolose per i piani egemonici delle potenze occidentali. 

Ma poi promuove altre iniziative che, invece, assecondano quei piani egemonici e non favoriscono la pace, come le petizioni ufficiali a favore dell'intervento militare immediato in Siria (con la scusa di creare zone protette - vedi: bit.ly/link-54   ).  Nel contempo Avaaz si astiene dal lanciare petizioni ufficiali per il ritiro immediato e totale delle truppe dall'Afghanistan.  La seguente scheda illustra l'ambiguità di molte petizioni Avaaz in apparenza progressiste.



     
Come Avaaz orienta l'opinione pubblica di sinistra 

Una delle ultime campagne eco-pacifiste di Avaaz (in data 27 gennaio 2013) è una petizione che critica implicitamente Rafael Correa, l'anticonformista Presidente dell'Ecuador - colui che ha offerto asilo, nella sua ambasciata a Londra, al fondatore di Wikileaks, Julian Assange.  La petizione chiede a Correa di ritirare la sua (deprecabile) autorizzazione per la ricerca del petrolio a Isla Sani, nel nord-est dell'Ecuador, perché l'eventuale trivellamento rovinerebbe le foreste pluviali e sradicherebbe gli indigeni, a beneficio di una "potente compagnia petrolifera". 

Si tratta dunque di una campagna a favore dell'ambiente, a favore dei diritti umani, e contro una Multinazionale del Male: che c'è di più progressista? (Vedi: bit.ly/link-55b  ► .)

Ma non appena si indaga un po' si apprende che nel 2006 l'Ecuador cacciò dal paese le aziende petrolifere USA, sostituendole con un'industria nazionale - i cui profitti, per intero, finanziano i servizi sociali del paese, i migliori in quell'angolo del mondo.  La "potente compagnia petrolifera" di cui parla Avaaz, senza nominarla, è dunque quella nazionale, la PetroAmazonas
Si scopre inoltre che, per dettame Costituzionale, essa può prospettare ma non estrarre petrolio senza il "sì" di un referendum popolare: quindi, niente imposizioni dall'alto di valsusina memoria. Del resto, gli indigeni di Isla Sani erano favorevoli alla ricerca del petrolio nella loro regione (per i benefici economici), fin quando una imprenditrice inglese del luogo, insieme al marito indigeno, non li abbiano dissuasi (vedi: bit.ly/link-56  ☼   ► ).

Si viene anche a sapere che il governo ecuadoriano ha già rinunciato a sfruttare il suo giacimento petrolifero più grande, lo Yasuni, perché si trova sotto una foresta primaria di straordinaria biodiversità.  Il giacimento di Isla Sani, invece, si trova fuori da quella zona.

Si scopre anche che, se oggi la PetroAmazonas osserva severi vincoli ambientali, nei ventennio prima del 2006 le compagnie petrolifere USA deturpavano senza restrizioni l'ambiente ecuadoriano.  Una di esse, la Chevron, deve ancora pagare una multa di sei miliardi di euro per disastro ambientale. In tutti quegli anni non c'è stata una sola protesta ambientalista. 

Infine si scopre che, da qualche anno, la già menzionata ong statunitense NED è al lavoro in Sud America, in modo prioritario nei paesi "troppo" a sinistra, tra cui l'Ecuador (vedi:  bit.ly/link-57b ☼   ► ). 
Infatti, se Washington trova "deprecabile" il Presidente Correa (l'epiteto è della Heritage Foundation), non è soltanto perché egli offre asilo politico a Julian Assange o perché ha nazionalizzato le industrie petrolifere statunitensi.  Egli ha anche chiuso la base militare americana installata da tempo nell'Ecuador; rifiuta di pagare alla Banca Mondiale una parte del debito accollato, dichiarandolo una "truffa" dei banchieri (molti esperti concordano); finanzia un'industria farmaceutica pubblica per produrre farmaci generici di ogni tipo, togliendo profitti alle case straniere titolari dei prodotti originali. 
Ma forse ciò che più dà fastidio, Correa si è alleato con la Cina. Un personaggio deprecabile (per gli Stati Uniti), altro che! 

Per metterlo in difficoltà, la NED opera per: (1.) destabilizzare politicamente l'Ecuador, ad esempio sostenendo le proteste antigovernative degli indigeni e, (2.) indebolirlo economicamente, ad esempio intralciando le sue industrie estrattive (vedi:bit.ly/link-57  ☼   ► ). 
Non è dato sapere se la NED sia implicata a Isla Sani, ma intanto la petizione di Avaaz: (1.) dà incoraggiamento agli indigeni a protestare, (2.) mira a frenare i piani di sviluppo dellaPetroAmazonas.  Questa petizione, dunque, contribuisce obiettivamente ai due traguardi della NED. 

Il copione è ormai familiare.  Come nel caso delle petizioni di Amnesty (USA), Avaaz arruola i suoi seguaci per sostenere una causa progressista in teoria giusta, ma, guardando meglio, anche parecchio strumentale.  Una causa, dunque, da prendere con le pinze. 

Infine va segnalato che Avaaz offre sul proprio sito, per par condicio, anche una petizione che chiede alla Chevron di ripulire l'ambiente che ha devastato in Ecuador (vedi: bit.ly/link-58  ► ). 
Ma la petizione contro la PetroAmazonas è stata a lungo sulla prima pagina del sito, è appar-sa in più email di Avaaz e ha oltre un milione di firme; mentre la petizione contro la Chevron sta, da più tempo, nascosta nelle pagine interne senza richiami sulla copertina né email.  Le firme sono cinque volte meno.  Par condicio, sì - ma fino ad un certo punto. 

In definitiva, per Avaaz bisogna salvare sì l'ambiente, ma sopratutto dai possibili futuri danni causati da un governo nemico, non dai disastri tuttora in atto, causati da un governo amico.


Come le organizzazioni descritte nei "tasselli" precedenti, dunque, Avaaz sa espropriare abilmente l'area politica progressista per fini non sempre del tutto progressisti.  Ma - diversamente da Amnesty (USA), dalla FIDH, dalla Tavola della Pace e da RaiNews24 - Avaaz non è stata, essa stessa, espropriata per svolgere questo ruolo.  E' statacreata ex novo grazie alle sovvenzioni di George Soros, speculatore miliardario e - tramite le sue fondazioni - potere forte mondiale. 
Per via delle sue molteplici iniziative sociali e politiche, come la creazione, appunto, di Avaaz e il finanziamento della campagna elettorale di Barack Oba-ma, Soros, Premio Dayton per la Pace, risulta per il pubblico americano un "progressista" molto ma molto di sinistra (per Fox News, un "socialista") - vedi: bit.ly/link-59   , bit.ly/link-59a     

E' stato Soros, come abbiamo già visto ("Secondo Tassello"), a co-finanziare le "rivoluzioni colorate" in alcuni paesi dell'ex URSS nel periodo 2000-2005, rivoluzioni sponsorizzate anche dal governo statunitense per introdurre in quei paesi le basi della democrazia - e, soprattutto, le basi della NATO (vedi: bit.ly/link-21   ). 
In sostanza, egli ha offerto a questi paesi, al posto della dittatura del Partito o di Putin, la dittatura FMI-Banca Mondiale e la sovranità limitata NATO-Dipartimento di Stato.  Invece delle grinfie dell'orso russo, gli artigli dell'aquila USA. 
Un mondo migliore?  Di sicuro non è il mondo che sognavano tutti coloro che hanno lottato duramente contro il passato regime, convinti che la rivolta avrebbe dato loro finalmente la libertà.

Intanto è il mondo al quale Avaaz, con le sue petizioni, ci chiede oggi di aderire tutti quanti: la Post-Democrazia dell'«Impero dell'Ovest» (la nuova NATO Globale - vedi l'elenco dei paesi qui: bit.ly/link-60     .) 
Un mondo che si contrappone sempre di più alla Pre-Democrazia dell'«Impero dell'Est» (la SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione: Cina, Rus-sia, Iran, Pakistan, ecc.; vedi l'elenco:bit.ly/link-61   ). 
Anzi, questi due imperi esprimono non solo due alleanze difensive contrapposte, la NATO verso la SCO, ma anche due alleanze economiche contrapposte, il G7 verso i BRICS.

Purtroppo queste contrapposizioni, invece di mitigarsi col tempo, si vanno irrigidendo - anche nell'opinione pubblica, spinta a schierarsi sempre di più e con sempre maggiore intransigenza grazie al lavoro di condizionamento da parte di organizzazioni come Avaaz.


Responsabile di Avaaz in Italia è Giulia Innocenzi, l'intervistatrice presso il programma Pubblico Servizio ed ex militante Radicale e poi del PD - una Progressista doc, dunque.  In divisa.  Infatti, all'inizio della guerra in Libia, gli italiani erano per la diplomazia, sopratutto i giovani (57%-35%). Pertanto la giovane Innocenzi fu invitata a L'Ultima Parola (Rai2, 26-03-2011) per far loro capire che: 1. dobbiamo salvare i civili a Bengasi anche con le bombe; 2. il NO che si diceva per la guerra in Iraq non vale più per la Libia; 3. infatti, il pacifismo è ormai di destra.  Vedi:  bit.ly/link-61a     

E così, con le sue petizioni, Avaaz, arruolandoci "dalla parte giusta", ci insegna quali siano i "paesi buoni" e quali siano i "paesi cattivi" nel mondo. 
Ad esempio, ci fa prendere le distanze dal deprecabile Presidente ecuadoriano Correa (peraltro, troppo agganciato alla Cina) e dal sanguinario Presidente siriano Assad (peraltro, troppo agganciato alla Russia e all'Iran). 
Ci fa invece chiudere un occhio sulla nostra occupazione dell'Afghanistan, evidentemente per Avaaz né deprecabile, né sanguinaria.  E si capisce perché: serve per spaccare l'Impero dell'Est e dirottare il petrolio dell'Asia centrale verso i paesi della NATO, anziché della SCO.

In una parola, Avaaz ci arruola per la neo Guerra Fredda che sta alle porte, in cui il pacifismo sarà un orpello. 
Sulla "Post-Democrazia" già avviata in Italia, vedi: bit.ly/link-62  
Sui due blocchi (o "imperi"), Est e Ovest, e l'emergente Guerra Fredda, vedi: bit.ly/link-63   . 




A breve saranno pubblicate le prossime puntate e i prossimi capitoli del libro di Patrick Boylan


*Patrick Boylan, ex docente all'università Roma Tre, dove approdò dalla sua nativa California, è entrato poi nella redazione diPeaceLink.it e ha co-fondato a Roma gli Statunitensi per la pace e la giustizia e la Rete NoWar. «Non è antiamericano contrastare le guerre imperialiste del mio paese, anzi!» tiene a precisare. «Abbiamo esportato la democrazia così tanto che ormai ce n'è rimasta ben poca. Salviamo almeno quella!»

lunedì 7 dicembre 2015

Washington ci manda il castigatore: “Mosca resta il nemico principale”

La vittoria del Front National? Lasciamo che ne parlino fino allo sfinimento i
media, nel panico, per metà finto (lo spiego poi). Per ora una notizia è più urgente:
Adam Szubin, sottosegretario al Tesoro Usa per il Terrorismo e l’Intelligence Finanziaria viene in Italia, Germania e Regno Unito per discutere le sanzioni contro la Russia”. Nella visita, dal 7 al 10 dicembre, l’americano si concentrerà con i governanti di quei paesi – dice il comunicato ufficiale del Tesoro Usa – “sulle correnti sanzioni contro la Russia per le sue attività di destabilizzazione in Ucraina”.
Mai sentito parlare, immagino, di Szubin. Segno che è uno di quelli che davvero comandano, incistati nello “stato profondo americano”. La sua strana funzione di Segretario al Tesoro per il Terrorismo gli dà la carica di poliziotto con poteri finanziari punitivi sugli stati satelliti insubordinati. La funzione di gestore della Intelligence Finanziaria significa che è quello che ha le leve su tutte le centrali europee come SWIFT, la camere di compensazione dove si registrano tutte le transazioni bancarie, transazioni magari segrete ma che invece le eurocrazie hanno aperto agli organi spionistici Usa, dalla Cia all’Fbi alla NSA – perché perbacco, occorre “combattere il Terrorismo”, e noi siamo alleati delle Superpotenza. Se ficca il naso nei pagamenti delle nostre imprese, se apprende segreti economici ed industriali, che importa? Gli Stati Uniti sono la potenza del Bene, lo fa’ per proteggerci – dal terrorismo globale che ha creato lei stessa.

Adam Szubin, dallo "Stato Profondo" americano
Adam Szubin, dallo “Stato Profondo” americano
Quindi Szubin viene qui per distribuire lavate di capo, dare ordini e minacciare – perché ci sono evidente segni di insubordinazione. Anzitutto, Matteo Renzi che non vuole impegnare le forze armate (sic) italiane in Siria a “bombardare l’ISIS” – ossia ad ostacolare la vittoria russa contro i terroristi preferiti dall’Occidente. Con molto coraggio, Renzi ha detto cose incaute: “Non rincorro le bombe degli altri – La cosa di cui non abbiamo bisogno e’ un moltiplicarsi di reazioni spot senza sguardo strategico” . Ha messo il dito nella piaga: l’Impero del Caos vuol risucchiarci tutti in “missioni spot di destabilizzazioni” casuali senza disegno. Come osa criticare il Caos? Immediatamente il Corriere della Sera si precipita a fare interviste a “europei” che criticano Renzi. “Quella di Matteo Renzi è una posizione deludente”, tuona sul Corriere Jean Marie Colombani, ex direttore di Le Monde (ossia, facciamola corta, Grand Orient de France).
In Germania, dove la Merkel ha decretato la partecipazione tedesca, la stretta di vite sarà probabilmente sulle sanzioni alla Russia: sì, Angela è riuscita a unire di nuovo tutti i governi europei nel prolungare (segretamente) per sei mesi del 2016, ma si sentono malumori nei settori industriali e nello stesso partito della cancelliera. Anche qui, Renzi è stato abbastanza esplicito: le sanzioni alla Russia ci danneggiano.

sabato 5 dicembre 2015

«IN VENEZUELA SIAMO SOTTO ASSEDIO, ECONOMICO E MEDIATICO»

Intervista all’ex ministro della salute Rodriguez. «Vogliono minare il sostegno popolare»
«Il Venezuela è sotto assedio, è in atto una guerra di bassa intensità per minare il morale della popolazione e aizzarla contro quello che viene descritto come un governo allo sbando».
Così dice al manifesto Erick Rodriguez. Medico, ex ministro della salute, analista dei media e volto noto della tv, nel 2006 Rodriguez ha fatto parte della Commissione antimonopolio dell’Assemblea nazionale.
Prezzi impazziti, scarsità di prodotti, code chilometriche, inchieste per narcotraffico aperte dalla Dea. Che succede?
Ogni processo rivoluzionario che intenda mantenersi nel tempo deve mettere in conto attacchi costanti a diversi livelli, più raffinati ancora di quelli organizzati contro il comunismo del Novecento. Il primo obiettivo è squalificare il socialismo, associando alla parola autoritarismo, corruzione e inefficienza per attaccarlo con interventi esterni: utilizzando gli elementi di debolezza per nascondere la prospettiva emancipatrice che contiene. Anche nel Cile di Allende, gli strateghi di Washington hanno deciso di «far urlare l’economia» con modalità analoghe. È in atto una guerra di quarta generazione che coniuga diverse strategie, usando i media e le reti sociali come apripista per costruire attacchi militari. Le grandi agenzie internazionali d’intelligence militari, studiano i contesti storici, la costruzione dell’identità nazionale, la psicologia sociale. Pervertendo l’economia e introducendo il paramilitarismo nella criminalità organizzata, agiscono sul cervello primitivo dell’individuo, sulla parte emozionale, per risvegliare pregiudizi e paure. Un elemento chiave è quello dei rumors, la circolazioni di false notizie e sondaggi internazionali, per demolire la credibilità dei leader, generare dubbi e far perdere l’orientamento.
Ma perché non si trova il caffè se è prodotto in una impresa nazionalizzata?
L’oligarchia parassitaria, industriale e commerciale, che ha gestito la rendita petrolifera nella IV Repubblica, lo ha fatto per conto terzi e per intascare gli utili, rendendo il paese dipendente dalle importazioni e dalla tecnologia esterna. A tutt’oggi, noi non controlliamo la struttura economica, la controllano loro attraverso le grandi corporazioni che hanno creato: Fedecamara, Conindustria…
Considera che noi non abbiamo espropriato, ma soprattutto nazionalizzato e compensato. Alcune compagnie venezuelane hanno terminali interni, ma rispondono a transnazionali: come la Polar, che gestisce non solo la birra, ma oltre cento prodotti di consumo giornalieri. Le corporazioni impongono i costi di mercato, impediscono l’accesso a chi non è gradito. Controllano la catena di commercializzazione degli alimenti e la pervertono per imporre la liberalizzazione dei prezzi, un’inflazione galoppante li fa salire tutti i giorni senza apparente logica. Provocano la corsa all’accaparramento, la coazione al consumo, insicurezza nella popolazione. Manca il latte, ma si trovano i derivati non calmierati che costano a seconda del posto in barba alla legge del prezzo giusto. Manca lo zucchero, ma biscotti, dolci e bibite zuccherate si vendono, e cari. Sono 171.000 i punti vendita, quelli del governo appena 22.000. Perché i prodotti arrivino negli scaffali dei supermercati, c’è bisogno di punti di refrigerazione, di trasporti reticolari coi relativi intermediari e altrettanti rischi di corruzione. E chi detta legge resta l’Associazione nazionale di supermercati e affini, la Cavidea.
La destra dice che nelle imprese statali i lavoratori sono troppo tutelati e i gerenti sono burocrati incapaci…
Il vero problema è il ritardo tecnologico. Nelle fabbriche recuperate o statali, il controllo operaio si scontra col controllo internazionale di quegli stessi che sono stati cacciati: che posseggono la tecnologia e te la vendono a prezzi stellari o cercano di condizionarti perché tu non possa essere autonomo. Se ci riesci, entri nel meccanismo della distribuzione che loro possono pervertire. Ci stiamo scontrando frontalmente con un modello economico che non ammette alternative.
In una rivoluzione, se non cambi la struttura economica e quella della riproduzione del pensiero dominante, non stai facendo una rivoluzione. Per capire cosa c’è in gioco, basta pensare a quello che significavano, per le oligarchie, i proventi della rendita petrolifera in un paese che possiede le più grandi riserve al mondo: dei circa 95mila milioni di dollari che entravano nel paese, si appropriavano di 45-55mila milioni di dollari, usandoli per portarli all’estero insieme ai sussidi alle importazioni decisi dallo stato. Un prodotto che gli costava qualche centesimo, lo vendevano poi nel paese a due dollari, in una triangolazione proficua con i loro terminali locali.
Il capitale gioca sporco perché è nella sua natura. E anche se nazionalizzi, trova modo di continuare a controllare per via indiretta. Le imprese del latte sono una succursale della Nestlé, legate a grandi gruppi neozelandesi, francesi, belgi che hanno il controllo di quasi il 70% del mercato generale. Abbiamo 52 imprese di torrefazione, prima c’era un duopolio che controllava il 72% del caffè. Ora, la Nestlè controlla per via indiretta il mercato del caffè aromatizzato. Di più. Da quando il governo ha nazionalizzato, i produttori vengono finanziati. Solo che, se noi gli compriamo un quintale a un dollaro, la grande compagnia gliene propone 10 in anticipo a patto di tenerle da parte la produzione dell’anno, e offre tutta l’assistenza tecnica necessaria. Comprano la materia prima, il grano verde, e lo smistano attraverso una rete di contrabbando verso la Colombia. Se ne va così circa il 38% del mercato.
Perdiamo fiumi di denaro nel contrabbando di benzina, di denaro, di alimenti. Abbiamo cercato di chiudere le frontiere, ma è un problema molto complicato. Una “mula”, un contrabbandiere proveniente dalla Colombia, in una sola giornata di trasporto guadagna più dello stipendio di un mese. Quando, nel 2006, abbiamo cominciato a studiare a fondo i problemi derivati dal modello basato sulla rendita, ci siamo resi conto che dovevamo agire in modo graduale, anche per non rovinare persone oneste, piccoli imprenditori che avevano lavorato tutta la vita per il paese. Nell’industria petrolifera, a livello tecnologico non eravamo in grado di gestire neanche una torre di perforazione, tutto era contrattato con le imprese internazionali.
Se non controlli la tecnica, il know-how, il tuo proceso può essere una grande allegria per qualche mese, ma poi ti arriva il conto. Oggi siamo sottoposti a un assedio permanente a diversi livelli. A livello internazionale, si deve aggiungere la campagna condotta attraverso i tribunali di arbitraggio, a cui si rivolgono le imprese nazionalizzate come Exxon Mobil, e che hanno sede a Washington, e attraverso la Camera internazionale di commercio che ha sede a Parigi: vale per noi come per l’Argentina, l’Ecuador, la Bolivia. A dargli manforte, le grandi imprese di qualificazione del rischio, come Standard & Poor’s: per sviluppare i programmi sociali, dobbiamo farci anticipare il denaro, ma basta dire che uno stato è insolvente, anche se possiede le maggiori riserve di petrolio al mondo, per imporre prestiti condizionati o interessi altissimi o rimborsi a cortissimo tempo. Ricostruire un paese in simili condizioni di assedio è un’impresa improba.
Ma perché altri paesi dell’Alba come Bolivia e Ecuador vanno meglio?
Ognuno ha la sua storia. Noi abbiamo cominciato per primi, sperimentando subito ogni genere di attacco. Dovevamo far fronte all’eredità pesante di un modello complicato da anni di gestione clientelare e alla crisi del socialismo. Per credere di nuovo in qualcosa, il popolo non voleva più promesse, ma fatti. Per questo, abbiamo cominciato a costruire le Misiones: per aggirare un cambiamento nella struttura dello stato che non era possibile in quelle condizioni. Abbiamo cominciato a pagare l’enorme debito sociale contratto verso il nostro popolo in centinaia di anni di colonialismo. Nel 2007, abbiamo cercato di accelerare con la riforma istituzionale, ma abbiamo perso, anche se per pochissimo. Le forze accomodate in una idea di gestione socialdemocratica, se non peggio, sono ancora molte. E intanto il campo avverso cerca di corrompere il proceso dall’interno, agendo sui nostri punti deboli, sugli intermediari o sui dirigenti incapaci. Le destre non hanno progetto, ma cercano di influenzare l’opinione pubblica per screditare le elezioni. Disprezzano il popolo che invece abbraccia di più la sua rivoluzione.

Questo mondo esiste solo grazie al respiro, ossia del…vento! Siete potente, dormendo un pensiero sorge e voi create un altro mondo, un sogno...