domenica 3 gennaio 2016

L’economia tribale: quando il non fare diventa abbondanza

L’economia tribale: quando il non fare diventa abbondanza

Fonte http://www.emergenzeweb.it/

di Matteo Minelli

La Civiltà ci ha indotto a credere che le popolazioni tribali lottino perennemente per garantirsi la mera sopravvivenza quotidiana. L’estenuante ricerca di acqua e cibo, la deprimente realizzazione di rifugi temporanei, le marce sfibranti; queste soltanto sarebbero le attività che dall’alba al tramonto riempiono le giornate dei membri delle tribù. Immense e spossanti fatiche volte ad ottenere solo il minimo necessario, e talvolta nemmeno quello. È ovvio che, nell’ambito di questa ricostruzione, la natura avversa, l’assenza di tecnologie, la disorganizzazione e l’incompetenza sono gli elementi indicati come le cause  principali della terribile condizione in cui da sempre versano i “selvaggi” di tutto il pianeta. In definitiva l’economia tribale sarebbe un’economia della miseria, in cui è già un miracolo riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena.
Fino agli anni settanta nessuno, nemmeno all’interno del mondo antropologico, si arrischiò a mettere in dubbio questo racconto dogmatico che oggi invece ci appare per quello che è: una mistificazione totale della realtà. Il merito di questa rivoluzione copernicana nell’ambito degli studi sui sistemi produttivi tribali è da ascrivere a Marshall Sahlins e al suo saggio L’economia dell’età della pietra. Prendendo in esame alcuni dei popoli tradizionali considerati più svantaggiati, tra cui i cacciatori-raccoglitori aborigeni della terra di Arnhem e i boscimani del Kalahari, ed esaminando una vasta schiera di dati numerici, Sahlins capovolse la visione dominante e ci offrì per primo un’analisi schietta delle autentiche condizioni economiche di queste tribù.
La conclusione a cui giunse è che i cacciatori raccoglitori, nonostante le condizioni ambientali assai sfavorevoli, di certo non si ammazzano dalla fatica. Il periodo giornaliero dedicato al procacciamento dei beni primari come cibo, acqua e ricovero varia in media dalle tre alle quattro ore. Oltretutto il lavoro procede in maniera intermittente e, se le condizioni materiali del gruppo lo consentono, può essere interrotto perfino per diversi giorni. Vecchi, bambini e giovani di ambo i sessi sono totalmente esentati dalla ricerca del cibo mentre le donne hanno spesso “orari di lavoro” inferiori a quelli dei propri compagni. La stragrande maggioranza del tempo quotidiano di ogni individuo è impiegato in attività ludiche, ricreative, culturali e soprattutto in riposo. Se per i latini l’ozio è il padre dei vizi, per i figli della tribù soste, pause e lunghe interruzioni di tutte le attività pratiche sono il sale della vita. Inframmezzare le occupazioni strettamente necessarie con momenti di break, quali chiacchierate, giochi e spuntini è semplicemente la norma.
Dal 1972 – anno di pubblicazione di L’economia dell’età della pietra – ad oggi, molte ricerche confermano le tesi di Sahlins e questo, nonostante, le società tradizionali su cui abbiamo la maggiore quantità di materiale etnografico siano caratterizzate da un peggioramento della qualità della vita, dovuto principalmente all’incontro con noi uomini della Civiltà. Lo studio delle popolazioni tribali, infatti, avviene quando esse sono state da tempo sradicate dalle loro terre ancestrali e sospinte in aree geografiche ostili e con scarse risorse ambientali. I raccoglitori di oggi, gli agricoltori taglia e brucia, i pochi autentici nomadi, le tribù incontaminate sono in realtà gruppi di profughi che, in certi casi da diversi secoli, vivono ai margini degli ecosistemi più accoglienti, quelli che puntualmente ci siamo riservati senza averne alcun diritto. Deserti e ghiacciai, tundre e foreste tropicali sono gli ambienti da cui uomini e donne coraggiosi traggono tutto il necessario per vivere dignitosamente e senza utilizzare un’unità di energia in più di quelle strettamente necessarie. Come ci riescono?
Questo piccolo grande miracolo risulta possibile grazie ad una serie di strategie a lungo spettro messe in campo dalle varie comunità. Tattiche legate dal medesimo filo conduttore: il non fare. Il paradigma del non fare si declina attraverso una serie di pratiche che rappresentano perfettamente la negazione di tutti i concetti economici che abbiamo ben piantati nella testa. Mentre noi puntiamo ad aumentare costantemente le produzioni i popoli tribali mirano a diminuirle, mentre noi inseguiamo la continuità del lavoro loro lavorano a intermittenza, mentre noi sfruttiamo ogni risorsa ambientale disponibile loro si rifiutano categoricamente di utilizzare buona parte delle risorse dei territori in cui vivono. Discontinuità, sottoproduzione, inefficienza; tutto ciò che ci spaventa e che vediamo come un pericolo nella tribù è una parte importante della ricetta che porta ad un economia dell’abbondanza. Fu proprio Sahlins per primo ad indicare le società dei cacciatori-raccoglitori come società dell’originaria opulenza. Una definizione che evidentemente ha infastidito e infastidisce ancora chi non vuole accettare che la macchina produttiva tribale, senza grandi sforzi e molto ad di sotto delle sue possibilità, riesce ad assicurare la soddisfazione completa di tutti i bisogni materiali della comunità. E allora come altro si potrebbe definire, se non società opulenta, quella società in cui tutte le necessità sono perfettamente appagate dal lavoro, scarso e discontinuo, di una parte della popolazione?
È evidente quindi che la Civiltà bolla, ancora oggi, come incapacità cronica di incrementare la  produzione, quella che in realtà si dimostra essere una scelta accuratamente meditata, figlia di una volontà ben precisa. Una volontà radicata fin nel nucleo sociale di base, quello della famiglia. Il modo di produzione domestico nelle tribù, infatti, è per sua natura stabilmente avverso alla formazione di surplus, così come è avverso alla mancanza cronica di risorse. Nella famiglia, come nell’intera società, prevale l’ideale di autarchia economica, che è alla base dell’indipendenza politica dell’intera società. Essere in grado di sostenere in autonomia il proprio nucleo familiare e la propria tribù mette infatti gli individui al riparo dal perdere la propria libertà. Ovviamente questo ideale non si realizza sempre e ovunque. Le mutazioni climatiche, le avversità ecologiche, le influenze esterne, le nuove necessità possono condurre un gruppo a sentire il bisogno di un alimento, un oggetto, un materiale che al momento non possiede. Ed è questo il motivo principale dell’incontro inter-tribale, degli scambi, dei flussi di beni più o meno intensi.
Da tutto ciò che abbiamo detto si evince che il settore economico, così come quello politico, nelle società tribali si sviluppa sotto il rigido controllo dell’intera comunità e possiede dei limiti ben definiti, impossibili da valicare. L’economia non è il campo in cui realizzare patrimoni, realizzare oggetti e nemmeno realizzare se stessi. Il settore produttivo deve servire esclusivamente ad assicurare il procacciamento di quei beni considerati indispensabili alla vita di ognuno. Agli uomini tribali sembra chiarissimo che l’economia, sciolta da ogni vincolo, finisce per fagocitare la stessa società in cui è nata, attraverso l’innesco di quelle disparità e ineguaglianze che da sempre essi rifuggono. La divisione in ricchi e poveri, lo sfruttamento reciproco, l’alienazione, i disastri ambientali sono il prezzo che le società del primato economico debbono pagare. Un sacrificio che i “selvaggi” si guardano bene dal voler compiere.
Un sacrificio che noi ritualmente rinnoviamo ogni giorno sull’altare della Civiltà.

mercoledì 30 dicembre 2015

Il supremo trucco


"Vedi questo è il vero segreto della vita: essere completamente coinvolto con quello che stai facendo nel qui e ora. E invece di chiamarlo lavorare realizza che questo è giocare."~Alan WattsPreso da questo splendido sito.http://www.non-dualita.it/

lunedì 28 dicembre 2015

Reportage: Angkor, storia e futuro del «luogo più bello del mondo»

Buddhist_monks_in_front_of_the_Angkor_Wat
Fonte http://www.milleorienti.com/Cari lettori, ecco un mio articolo sulla Cambogia recentemente pubblicato su Sette, il magazine del venerdì del Corriere della Sera. Racconta storia e significati del celebre sito archeologico di Angkor, giudicato nel 2015 dagli esperti di Lonely Planet «il luogo più bello del mondo». Ma l’articolo parla anche delle “nuove Angkor”, cioè i siti più lontani e ancora poco noti, nonché dei rischi a cui il turismo di massa, quando non è ben gestito, sottopone questi luoghi tanto belli quanto fragili. E fornisce infine dei consigli di lettura per saperne di più su Angkor e la Cambogia. Auguro a tutti voi un 2016 ricco di soddisfazioni e…di viaggi!  MR
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Qual è il luogo più bello del nostro pianeta? Il sito archeologico dei templi di Angkor, in Cambogia. Questo, perlomeno, è il parere del celebre editore turistico Lonely Planet, che pochi mesi fa ha pubblicato The Ultimate Travelistun libro con la classifica dei 500 posti più affascinanti del mondo. Tutte le classifiche sono discutibili e questa è discutibilissima: l’Italia appare solo al settimo posto con il Colosseo di Roma, mentre Piazza San Marco a Venezia è soltanto in ventiseiesima posizione, preceduta alla venticinquesima dalle piramidi dei faraoni egiziani. Si potrebbe dibattere all’infinito ma, a prescindere dalle classifiche, un fatto è indubbio: Angkor è di una bellezza abbagliante. «È uno di quei pochi, straordinari luoghi del mondo, dinanzi ai quali ci si sente orgogliosi di essere membri della razza umana», scriveva Tiziano Terzani in un reportage del 1993, quando ancora quasi nessuno visitava l’antica capitale dell’impero Khmer.
Il sito archeologico comprende centinaia di meravigliosi templi induisti e buddhisti, la maggior parte dei quali si trovano dispersi nella giungla oppure nella placida, incantevole campagna cambogiana. Edificati dagli imperatori Khmer fra il nono e il quindicesimo secolo, sono tutto ciò che ci resta di questa civiltà che si estese anche su larghe parti del Vietnam, del Laos e della Thailandia; gli edifici civili invece, che venivano costruiti in legno, sono andati perduti. Nel Medio Evo, quando le città europee contavano poche decine di migliaia di abitanti, Angkor ne contava fra il mezzo milione e il milione, in un’area di quattrocento kilometri quadrati; ma considerando anche i templi più lontani, alcuni studiosi parlano di tremila kilometri quadrati. Un immenso complesso urbano a bassa densità abitativa, ma ricchissimo: il segreto della sua fortuna stava nelle grandi opere di ingegneria idraulica che permettevano, fra l’altro, di ottenere due-tre raccolti di riso all’anno.
STATUE-ANGKOR-WAT-CopiaA noi restano i templi, gioielli d’arte in una cornice di mistero. Perché di misteri Angkor è ricca: la sua simbologia religiosa – induista in origine, buddhista più tardi – è stata decifrata solo in parte. Ad esempio, il celebre tempio del Bayon, è (come le piramidi egizie) il sepolcro di un imperatore; rappresenta una montagna cosmica, centro dell’universo, attorno a cui si snodano le mura della cittadella di Angkor Thom che simboleggiano i monti, circondati da un oceano primordiale rappresentato dal fossato della cittadella. Mentre i serpenti tenuti dai giganti alle porte di ingresso di Angkor Thom sono corde-arcobaleno che legano il mondo degli uomini a quello degli Dei. Però nessuno studioso è ancora riuscito a capire che cosa significhino esattamente i 126 volti di pietra, contraddistinti da un enigmatico sorriso, che stanno sopra il Bayon. Sono volti di divinità buddhiste? Oppure ritratti dell’ imperatore Khmer? O che altro? Senza contare che nemmeno sappiamo le vere ragioni per cui finì la civiltà angkoriana nell’anno 1431. La città fu abbandonata perché non poteva più difendersi dalla minaccia del vicino esercito Thai? O piuttosto – come molti oggi ritengono – per un lento disastro ecologico, dovuto alla deforestazione, all’eccessivo sfruttamento dell’ambiente e alla pressione insostenibile di centinaia di migliaia di abitanti?
preah_vihear_CambodiatourismSappiamo invece perché ci affascinano i suoi templi, soprattutto quelli che oggi non ci si presentano addomesticati in un lindo giardinetto, perché non sono stati (ancora) ripuliti dalla vegetazione trionfante. Templi come il Ta Prohm – molto noto perché si trova vicino alla città di Siem Reap – ma soprattutto quelli meno visitati perché più lontani da Siem Reap, nei siti angkoriani come Beng Mealea, Phnom Kulen, Koh Ker (foto sotto) e Prasat Preah Vihear (foto sopra), quest’ultimo sul confine con la Thailandia. I loro edifici si presentano con torri avvolte dalle liane, padiglioni strangolati dagli alberi, gigantesche radici che scendono dai tetti dei templi, incorniciano le loro porte e ne spaccano le pietre. Sono Arte e Natura indissolubilmente abbracciate in un lungo atto amoroso. Luoghi capaci di esercitare un forte richiamo sull’immaginario occidentale, una fascinazione che si è espressa anche nella spettacolarizzazione di Angkor, realizzatasi attraverso film e videogiochi (basta pensare alla serie Tomb Raider di Lara Croft o a certe scene dei vari Indiana Jones).
Koh-Ker-temple-14Questa spettacolarizzazione di Angkor comincia in realtà nella Francia ottocentesca. Nel 1863 vengono pubblicati postumi i taccuini di Henri Mouhot, un naturalista che tre anni prima si era imbattuto, per caso, nella “meravigliosa città abbandonata”. I taccuini suscitano curiosità in tutta Europa e vengono subito tradotti in varie lingue (italiano compreso, nel 1871); pochi anni dopo, nel 1878, all’Expo universale di Parigi vengono presentati statue e calchi di opere d’arte dei templi, con enorme successo. È l’inizio della “Angkormania”, che porterà in Cambogia un gran numero di missioni archeologiche francesi ma anche una quantità di ladri di opere d’arte, per “lavoro” o per passione; fra questi ultimi si trovano personaggi insospettabili come lo scrittore André Malraux, che viene arrestato per contrabbando di antichità ma poi, pentitosi, si getterà contro lo sfruttamento coloniale in Indocina scrivendo nel 1930 il diario-romanzo La via reale. In un’atmosfera di colonialismo orientalista Angkor diventa per gli occidentali una terra – più onirica che altro – di avventure e di esotismi. Il suo simbolo è l’Angkor Wat, il più famoso e imponente dei templi angkoriani, che con le sue cinque spettacolari torri viene raffigurato un po’ ovunque, e del resto ancora oggi compare sulla bandiera stessa del Regno di Cambogia. Ma nonostante l’Angkormania il Paese dovrà attendere ancora la fine del ventesimo secolo per avere ciò che si può definire “un turismo normale”. Prima dovrà passare attraverso i bombardamenti americani, il genocidio commesso dai Khmer Rossi di Pol Pot, l’occupazione del Paese da parte del Vietnam.
Nei primi anni Novanta del secolo scorso inizia finalmente la rinascita della Cambogia. E di Angkor, che nel 1992 entra a far parte dei Patrimoni Unesco dell’Umanità. Il Paese è stremato ma Angkor, pur ferita da tante guerre, si apre al turismo. Nel primo anno, il 1993, quasi nessuno osa andarci: i visitatori sono 7.600. Pochi anni dopo, nel 1998, in un’intervista a Phnom Penh il Segretario al turismo cambogiano, Sambo Chey, mi dice: «Ho un sogno. Vedere il giorno in cui Siem Reap pullulerà di alberghi e in Cambogia arriveranno 400mila turisti all’anno». Il sogno di Sambo Chey si è avverato moltiplicato per 10 volte: Siem Reap oggi è fin troppo piena di alberghi e nel 2014 in Cambogia i turisti non sono stati 400mila bensì quattro milioni e mezzo. E cresceranno. Che si fermino al mare nelle spiagge di Sihanoukville, oppure che passino rapidamente per poi andare in Vietnam e Thailandia, tutti prima o poi visitano Angkor. Ma è un turismo mordi-e-fuggi: si fermano ad Angkor un paio di giorni, si assiepano in qualche tempio vicino a Siem Reap e se ne vanno. Così, Angkor mantiene il proprio fascino nei templi più lontani, avviluppati dalla giungla. Ma è un fascino fragile, che può sopportare soltanto viaggiatori rispettosi. La capitale dell’impero Khmer dovrà essere tutelata di più.
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Angkor-Rat1I LIBRI PER SAPERNE DI PIU’
– Marilia Albanese: «I tesori di Angkor», White Star.
Un’esperta di arte asiatica analizza la cultura dei templi di Angkor. Riccamente illustrato e con cartine dettagliate.
– Stefano Vecchia: «I Khmer. Storia e tesori di un’antica civiltà», White Star.
Vita quotidiana, costumi, religione e politica degli antichi Khmer.
– Bruno Dagens: «Angkor, la foresta di pietra», Universale Electa Gallimard.
La storia della scoperta europea di Angkor nell’ 800 e nel ‘900, fra orientalismo, colonialismo e fascinazione.
– Tiziano Terzani: «Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia», Longanesi.
Un grande giornalista racconta il genocidio operato dai Khmer Rossi di Pol Pot ma anche il fascino di Angkor, ferita dalla guerra.
– Pierre Loti: «Un pellegrino ad Angkor», Obarrao.
Il racconto dell’avventurosa spedizione di Loti in Cambogia nel 1901, lungo il corso del Mekong e poi nella giungla fino ad Angkor.
– Alberto Caccaro: «Cento specie di amori. Lettere dalla Cambogia», Lindau.
Un missionario del Pime racconta la sua vita con la gente di un villaggio nella campagna cambogiana, fra il 2001 e il 2011.
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giovedì 24 dicembre 2015

Ispirato dal ponte

Aforisma 885 sul DESIDERIO,dopo essere stato su questo chilometrico ponte.

Cosa succede se non si desidera niente?
La mente non ha spazio
e se non ha spazio
non altera la visione reale.
Si può percepire l"unicità della realtà
in quanto è il desiderio
che divide,
conta solo il desiderio,
il mondo è uno
ma il tuo desiderio lo frammenta.
Possiamo accettare senza problemi
l"UNO  il TUTTO
solo il desiderio crea infelicità.
Tutto è energia
non lo dico io
lo dice la fisica,
privilegiare forme particolari d"energia
non può che creare infelicità.
La mente è il conosciuto,
e desidera solo il conosciuto
non sa cos"è lo sconosciuto.
La mente e i suoi desideri
sono perciò la grande
immensa prigione dell"uomo comune.
Perchè la mente non può accettare lo sconosciuto?
Significherebbe la sua morte
non si sarebbe più uomini
ma DEI
il paradiso è infatti
vivere senza mente
in quanto solo la mente
può creare l"inferno.
Koh Kong Cambogia 13 02 07

In questi giorni di consumismo,di desideri da soddisfare,questo aforisma calza a pennello.
Aggiungo,mai un essere umano ,potrà comprendere la sua reale natura,finche sarà imprigionato dai desideri.
Il mondo occidentale,la sua supremazia mondiale esiste soltanto,perchè riesce a muovere milioni di persone,
schiavi che non sanno di esserlo,soltanto perchè inseguono desideri,il Budda lo disse il desiderio è schiavitù,ma se lo dici in giro oggi sembri un pazzo,ciao dal pazzo,uno che ha sperimentato la futilita dei desideri,e si diverte a guardare le nuvole in cielo,ahahah




Un mio vecchio aforisma

862 riflessioni thailandesi

Bambini tantissimi
che accudiscono  bambini più piccoli.
Non si ha paura
che qualcuno possa morire
se succederà
se ne farà un altro,
solo i migliori sopravviveranno.
Si è compreso incosciamente
che tutto è illusorio
e non ci si attacca
più di tanto
a forme illusorie.
In Europa,
la cultura cattolica
ha messo al primo posto
la sacralità della vita umana,
ma ogni individuo
è nulla di nulla
solo lo spettacolo della vita
è davvero importante.
Facendo cosi l"Europa
produce uno spettacolo televisivo
veramente affascinante,
il contrario
della vita reale
dove il preservare
a tutti i costi
tutti gli esseri viventi
produce uno spettacolo orripilante.
Qui in Asia
vedo solo vitalità
da noi non vi sono
che zombi viventi.
Proteggere il non vitale
è un grande errore
specialmente ora con un pianeta sovrappopolato.
Qui in Asia altro errore
fare tanti figli
i condizionamenti predominanti
vogliono a tutti i costi
preservare la propria cultura,
anch"essa come gli individui
chiaramente illusoria
ma molto più difficile da estirpare,
che bene o male
produce una ricchezza di vitalità
INEGUAGLIABILE.
Il solitario che è in me
l"eterno osservatore
gode di questo fantasmagorico
spettacolo chiamato vita,
perchè libero da qualunque legame.
Chi è legato a qualcosa
non può capire
l"immenso potere che dispone
dentro di se,
al contrario ,deve solo preservare
il suo ego individuale o sociale.
La vita è uno spettacolo meraviglioso
solo per lo spettatore,
chi partecipa
 ha troppi obblighi
troppe regole da seguire
non sapra mai cos"è la libertà
La libertà è
essere o non essere spettatore
si può scegliere,
chi appartiene a qualcosa
non può essere spettatore.
Sangklaburi 05 12 06

Un aforisma sull"illusorietà dell"esistenza,un illusiorità spettacolarissima.

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mercoledì 23 dicembre 2015

La malattia è una bugia, ogni sintomo ti parla

08f189fd-2390-4eb2-bd09-c9d2b2a30d87_largeTi do una ricetta contro ogni malattia, che ti garantirà di preservare la tua salute a tuo piacimento fin quanto vorrai.
“Smettila di raccontarti delle bugie”.
Fatto! Semplicissimo, nient’altro. Scegli di Essere Onesto e Sincero con Te Stesso ed eviterai ad ogni Sintomo del corpo e della tua mente di venire a parlarti per indicare dove non ti stai raccontando la Verità, la Tua Verità.
E quando non riesci a capire “dove” e “come” ti stai raccontando una bugia nella tua vita, nel tuo lavoro, nella tua relazione, nei rapporti con la tua famiglia, allora rivolgiti ad una persona che ha studiato il significato “simbolico” di ogni sintomo, non gettarti subito nel panico. Alla farmacia ti ci potrai rivolgere, e anche al dottore se vuoi, ma fallo solo in un secondo momento, quando hai capito “che cosa” ti sta dicendo il tuo amato corpo poiché il suo linguaggio simbolico che parla attraverso sintomatologie, funziona sempre come un indicatore per fornirti moltissime informazioni utili su che cosa cambiare nella tua vita per trasformarlo in Luce, ossia trasformarla in meglio.
Alcuni ci credono ciecamente a queste parole, altri lo vorrebbero tanto, e certi altri ancora lo escludono del tutto… Chi ha ragione? Nessuno, poiché il Mondo concorda con tutti, che senso ha dibattersi per capire chi ha ragione? Niente. Se Tu “decidi” che le cose stanno come ti sto suggerendo: così diventeranno per Te, e ne ricaverai tanti risultati. Per quelli che decidono di usare soltanto medicine, senza farsi nessuna domanda, anche loro hanno le loro motivazioni ragionevoli per fare quello che fanno, e sicuramente non bisogna cercare di convincere nessuno a fare qualcosa che davvero “non sente”.
Ogni sintomo è tuo amico, uno dei tuoi migliori amici. Anzi, è un Angelo, angelo viene dalla parola “messaggero”, ecco cos’è. Tu lo combatti, lo demonizzi, ti ci arrabbi. E’ una follia… Perché arrabbiarsi contro un messaggero, perché combattere contro un Angelo che è dalla tua parte? Eppure c’è una società intera basata tutta su questa battaglia inutile. Avrai sentito tante volte che “tutto l’Universo Obbedisce all’Amore”. Esatto, niente di più vero.
L’Amore che il tuo apparato psicofisico ha per Te e la Tua Evoluzione non è eguagliabile a niente. Appena vede e sente che tu stai sbagliando strada, seguendo quella di qualcun altro inizia a parlarti con un sintomo. Appena vede che non stai vivendo la tua vita, ma la stai sacrificando per qualcosa che ti pesa, inizia a parlarti con un sintomo. Appena vede che non riesci a diminuire l’importanza che stai dando ad alcune persone o alcune situazioni che stai vivendo che stanno diventano gigantesche rispetto la loro vera natura, inizia a parlarti con un sintomo. Quando tu stesso non riesci a dire quello che vuoi dire a una persona della tua vita, morta o viva che sia, e ti tieni le parole dentro, inizia a parlarti con un sintomo. Ogni volta che fai finta di non essere arrabbiato per alcuni atteggiamenti tuoi o di altre persone nei tuoi confronti, inizia a parlarti con un sintomo. Ogni volta che non riesci ad accettare il tuo passato con certe persone o con certe situazioni, e quindi rimani pieno di rancore e di sospesi, inizia a parlarti con un sintomo.
E potrei continuare questa lista facendola molto più lunga sai? Eppure non serve, perché sento che hai già capito, perché è così familiare questa sensazione…
E non accanirti se un sintomo non se ne va anche quando “hai capito” perché è arrivato nella tua vita e di che cosa ti sta parlando… poiché lui ti ama talmente tanto che finché non è sicuro che tu non ci “ricaschi” più, lui non se ne va. Vuole essere “certo” che tu hai capito, in modo che puoi procedere per la tua strada, per il tuo destino, per quello che è la tua Vita, né migliore né peggiore delle altre vite di tutti, semplicemente la Tua Vita.
Ripeti a voce alta e serena: “Io scelgo di Essere Onesto e Sincero con Me Stesso”, “Io ascolto con attenzione i messaggi del mio corpo, e mi lascio guidare dalla Voce dell’Anima”.
La Vita è semplice, ma ti hanno convinto del contrario. Prova a sentirti più piccolo di un filo d’erba, più umile di un albero, quanta meravigliosa semplicità, tutto scorre. Si ammala solo quello che fa resistenza, quello che blocca il fluire… Ed è sempre la mente che si ostina nelle cose, non le lascia passare, le blocca.
Inizia ad accorgertene, inizia a non raccontartela più. Ti voglio bene.
Un abbraccio
“Come farò a sapere quando avrò terminato la mia missione?”
“Se stai ancora respirando, significa che non hai finito”.
(Il gabbiano Jonathan Livingston)
Andrea Zurlini

sabato 19 dicembre 2015

Chi sei veramente – E. Tolle

Conoscendo te stesso in quanto consapevolezza in cui avviene l’esistenza fenomenica, ti liberi della dipendenza dai fatti e dalla ricerca di te stesso nelle situazioni, nei luoghi e nelle condizioni. In altre parole, ciò che accade e ciò che non accade non sono più così importanti. Le cose perdono la loro pesantezza, la loro rigidità. Una certa spensieratezza fa il suo ingresso nella tua vita.
Testi e immagini per la meditazione - yoga - meditation - zen
Riconosci questo mondo come una danza cosmica, la danza della forma, niente di più, niente di meno. Quando sai chi sei veramente, c’è un durevole senso di viva pace. Puoi chiamarlo gioia, perché così è la gioia: pace vibrante e viva. È la gioia di conoscere se stessi come la vera essenza vitale prima che la vita prenda forma. Questa è la gioia di Essere, di essere chi sei veramente. Proprio come l’acqua può presentarsi allo stato solido, liquido o gassoso, la coscienza può essere considerata “congelata” sotto forma di materia fisica, “liquida” come mente e pensiero o senza forma come pura coscienza.
La pura coscienza è Vita prima che si manifesti, e quella Vita osserva il mondo della forma attraverso i “tuoi” occhi, perché la coscienza è chi sei. Quando sai di essere Questo, allora riconosci te stesso in ogni cosa. È uno stato di assoluta chiarezza percettiva. Non sei più un’entità con un pesante passato che diventa uno schermo di concetti attraverso il quale viene interpretata ogni esperienza. Quando percepisci le cose senza interpretarle, puoi sentire ciò che viene percepito. Il massimo che possiamo esprimere a parole è che c’è un campo di attenta quiete nel quale avviene la percezione.
Attraverso di “te”, la coscienza senza forma è diventata consapevole di se stessa. Le vite della maggior parte della gente sono guidate dal desiderio e dalla paura.Il desiderio è il bisogno di aggiungere qualcosa a te stesso per essere te stesso più pienamente. Tutte le paure dipendono dall’unica paura di perdere qualcosa e quindi di ridursi ed essere meno. Questi due movimenti oscurano il fatto che l’Essere non può essere né dato né tolto. L’Essere nella sua totalità è già dentro di te, Adesso.
(DA: CHI SEI VERAMENTE DI E. TOLLE)

Questo mondo esiste solo grazie al respiro, ossia del…vento! Siete potente, dormendo un pensiero sorge e voi create un altro mondo, un sogno...