mercoledì 20 gennaio 2016

Aforismi di Michel Cioran

Fonte http://www.frasicelebri.it/

La timidezza, fonte inesauribile di disgrazie nella vita pratica, è la causa diretta, anzi unica, di ogni ricchezza interiore.”

“Il progresso è l'ingiustizia che ogni generazione commette con il consenso dei propri predecessori.” 

“La scomparsa degli animali è un fatto di una gravità senza precedenti. Il loro carnefice ha invaso il paesaggio; non c'è posto che per lui. L'orrore di vedere un uomo là dove si potevacontemplare un cavallo!”

“L’esercizio del potere non si concilia molto con il rispetto per l’uomo.” 


“La liberazione, se realmente ci sta a cuore, deve procedere da noi stessi: a nulla serve cercarla altrove, in un sistema già fatto o in qualche dottrina orientale.” 

“Non solo la vita non ha alcun senso, ma non può averne uno.” 

“Non c'è modo di provare che è preferibile essere al non essere.” 

“È vero non faccio nulla. Ma vedo passare le ore, che è molto meglio che tentare di riempirle.” 

“L'uomo emana un odore speciale: fra tutti gli animali, soltanto lui puzza di cadavere.” 

“Non è grazie al genio ma grazie alla sofferenza, e solo grazie ad essa, che smettiamo di essere una marionetta.”

“La sola cosa che possa salvare l’uomo è l’amore. E se molti hanno finito per trasformare in banalità questa asserzione, è perché non hanno mai amato veramente.”

“Tutti hanno lo stesso difetto: aspettano di vivere, giacché non hanno il coraggio di ogni istante.”

“Se c'è qualcuno che deve tutto a Bach quello è proprio Dio.” 

“Sono felici solo coloro che non pensano mai, vale a dire coloro che pensano giusto il poco che basta per vivere.” 

“La musica esiste solo fintantoché dura l'ascolto, come Dio finché dura l'estasi. L'arte suprema e l'essere supremo hanno questo in comune: dipendono interamente da noi.”

“La plebe vuol essere stordita da invettive, minacce e rivelazioni, da discorsi roboanti: ama gli imbonitori.” 

“Ha convinzioni solo chi non ha approfondito niente.”


..e gli ultimi saranno i primi". Promessa che basterebbe da sola a spiegare la fortuna del cristianesimo. 

“Ogni occidentale tormentato fa pensare ad un eroe dostoevskiano con un conto in banca.” 


“Se potessimo vederci con gli occhi degli altri, scompariremmo all'istante.”



“L'idea di Dio ha un solo senso: inventare qualcuno con cui parlare quando non si ha più nessuno a cui rivolgersi.”


“Il buddhista raggiunge il distacco e la serenità più sicuramente del cristiano.” 


“Sono talmente appagato dalla solitudine che il minimo appuntamento è per me una crocifissione.” 

“Appartengo a coloro che, fra il sistema e il caos, propenderanno sempre per il caos.” 


“Lei, chi è? − Io sono uno straniero per la polizia, per Dio, per me stesso.” 








L’ultima intervista di Cioran

CIORAN un grande

Di interviste Cioran ne ha rilasciato parecchie, nonostante la sua “ostentata” misantropia.
Tutte o quasi hanno la caratteristica di essere pregne di una tensione vibrante che li rende estremamente godibili.
Per la prima volta in italiano presento l’ultima intervista prima di essere ricoverato all’ospedale Broca di Parigi (il “triste ospedale parigino” di rue Pascal, 54 di cui ho parlato in questo post), dove trovò riposo eterno il 20 giugno del 1995.
La versione originale è in spagnolo, la traduzione in italiano dall’inglese è di Maria Barresi.

L’ultima intervista a Cioran
(Abstract)
Poco prima di morire a Parigi, nel giugno del 1995, il filosofo rumeno Emile Michel Cioran lasciò questa intervista allo scrittore tedesco Heinz-Norbert Jocks, pubblicata nel 5° numero del Kulturchronik magazine, edito a Bonn da InterNationes.
Vi presentiamo gli estratti più importanti di questa conversazione, in cui l’autore, tra gli altri, di “All Gall Is Divided” [Sillogismi dell’amarezza], “A short history of Decay” [Sommario di decomposizione] e “History and Utopia” [“Storia e Utopia”],  parla della morte, della noia, della sua giovinezza, dello scrittore Samuel Beckett, e del suo approccio alla filosofia.
Cioran è stato uno dei più corrosivi e polemici autori del XX secolo; tenne sotto scacco le pretese razionalistiche e tecnicistiche della civiltà occidentale, così come il dogmatismo religioso. I suoi libri sono scritti con rabbia e bellezza, spesso cedendo al linguaggio poetico, attraverso uno stile aforistico.
Cioran nasce a Rasinari, Romania, nel 1911, ma ancora giovane si stabilisce a Parigi. Considerato un filosofo nichilista radicale, affronta nei suoi testi, con insistenza, i temi della disperazione, della solitudine e del vuoto che circonda l’uomo contemporaneo. Solitamente viene posto accanto a pensatori come Pascal, Kierkegaard e Nietzsche.
Traduzione dallo spagnolo: Reynaldo Damazio
INTERVISTA
Qual è stato il significato della sua vita in Romania, della sua infanzia?
Cioran: la Romania era un paradiso terrestre, isolato da tutto e circondato da schiavi. Andavo  a casa solo per mangiare e dormire, altrimenti passavo il tempo fuori, all’aria aperta, in maniera semplice. Metà del villaggio viveva sulle montagne, i Carpazi. Ho mantenuto l’amicizia con i pastori e li ho ammirati molto. Era un altro mondo, al di là della civiltà. Forse perché vivevano in un paese di nessuno, sempre di buon umore, come se ogni giorno fosse un giorno di festa. Secondo il loro punto di vista, l’inizio del genere umano non doveva essere stato così male.
Quando finì tutto?
Cioran: Nel 1920, a dieci anni, quando dovetti abbandonare il mio villaggio e andare a Hermannstadt [Sibiu], per frequentare la scuola elementare. Non potrò mai dimenticare quel dramma, la disperazione di quel giorno. Mi sono sentito morire. A quel tempo non c’erano auto, quindi ci diede un passaggio un contadino che prese me e mio padre a dorso del suo cavallo. Lo stile primitivo vissuto laggiù mi sembrava l’unico possibile. Ciò che conta è la preistoria, il momento antecedente la presa di coscienza, l’inizio della storia, la vita nell’inconscio. L’umanità deve andare avanti nell’essere ciò che è (risate), per la storia, solo un errore; per la coscienza, un peccato; e per l’essere umano, un’avventura senza pari.
Una riflessione religiosa?
Cioran: Io non sono un ateo, anche se non credo in Dio e non prego. Per me esiste una dimensione religiosa indefinibile, al di là di ogni fede. Il credente si identifica con Dio, che può comprendere, invece io mi sento distante da tutto questo. Mi muovo su una linea di confine. Condivido la grande idea del peccato originale dell’uomo, ma non nel modo in cui si pensa ufficialmente. La storia, come l’essere umano del resto, sono, che noi lo vogliamo o no, il prodotto di una catastrofe. L’idea della deviazione umana è indispensabile per la comprensione dello sviluppo della storia. Secondo questa idea, l’essere umano è colpevole, non in senso morale, ma per aver preso parte a questa avventura. Quando abbandonai il mio villaggio, non ero più un primitivo.
Prima di allora, ero appartenuto alla Creazione, come gli animali, assieme a quelli che ebbero un rapporto personale con me; ora mi son trovato fuori, distante.
Lei discorreva di santi, di “Creazione abortita “, e si è visto in difficoltà?
Cioran: Sì. Mia madre era il presidente della Chiesa Ortodossa di Hermannstadt e mio padre – un buon prete, e anche sincero, ma in alcun modo un uomo di profonda religiosità – in realtà avrebbe voluto fare l’avvocato. Fu molto triste quando lesse il libro Lacrime e Santi, alla fine del 1937, poco prima del mio trasferimento a Parigi. Quando inviai il manoscritto al mio editore rumeno, lui, mio padre, un mese dopo mi chiamò, per dirmi che non poteva stamparlo. Non l’aveva letto lui personalmente, ma uno dei suoi linotipisti; tuttavia mi disse che doveva il suo patrimonio a Dio, e che non avrebbe potuto pubblicare un libro del genere per nulla al mondo. In quel momento, nel pieno dei preparativi del viaggio in Francia, mi chiesi, disperato, cosa potevo fare. In quel frangente, incontrai  un rumeno che aveva collaborato con la Rivoluzione russa e aveva conosciuto Lenin. Mi chiese cosa stesse succedendo, e così gli raccontai la storia e guarda caso lui possedeva una tipografia. Così, il mio libro fu pubblicato sprovvisto di un’etichetta editoriale, poco prima del mio trasferimento a Parigi. Pochi mesi dopo, ricevetti una lettera da mia madre, con la quale mi diceva della vergogna che il mio libro aveva provocato. Anche se lei non era una persona religiosa, si sentiva sotto forte pressione e mi pregò di rimuovere il libro dalla circolazione. Risposi che era l’unica opera religiosa scritta nei Balcani, perché era un balcanico confronto con Dio. Quasi tutti i miei amici ebbero una brutta reazione, soprattutto Mircea Eliade, che scrisse una dura critica, mentre una ragazza che conoscevo mi disse che era il libro più triste che avesse mai letto. È evidente che si trattava di una esperienza religiosa equivoca. Ero così immerso nella vita dei santi che, in verità, avrei dovuto pregare. Ma per questo mi mancava il dono necessario, anche se mi sentivo attratto dai grandi mistici. Tuttavia, la fede religiosa non è mai il risultato di una riflessione, ma qualcosa di molto più – troppo – complicato. La religiosità può essere stupida, ma ha radici molto profonde (risate).
Nel suo lavoro traspare un elogio della vita primitiva.
Cioran: In questo villaggio rumeno dove vivevo, avevamo un orto accanto al cimitero, e, per questo motivo, fin da piccolo divenni amico di un becchino di una cinquantina di anni.
Era un uomo che procedeva con gioia quando doveva scavare una tomba e giocare a calcio con i teschi. Mi sono sempre chiesto come poteva sentirsi giorno dopo giorno così felice. Io stesso, non ero come Amleto, non ero così sconvolto. In seguito, la nostra stretta amicizia subì un cambiamento e si trasformò in un problema. Mi sono chiesto perché abbiamo dovuto vivere tutto questo in vita. Per essere alla fine soltanto un cadavere? Queste impressioni rimasero come segni indelebili. Quell’uomo – che tutti i giorni si confrontava con la morte – si comportava come se non avesse mai visto un morto. Mi piaceva molto quell’uomo. Era sempre sorridente.
La morte è un tema a cui è stato fedele.
Cioran: Fin da subito. È una posizione a cui è legata un altro tipo di intensità. Ho convissuto con la morte, fin da molto giovane. Anche ora che ho più motivi per pensarci, non associo nessuna idea compulsiva alla morte. In gioventù, l’idea che avevo della morte era un’ossessione predominante, giorno e notte. Come un nucleo di realtà, aveva una presenza opprimente, molto distante da tutte le influenze letterarie. Tutto ruotava intorno ad essa, al di là del senso di ripugnanza e paura, seppur in modo patologico. Questo, naturalmente, fu anche il motivo per cui non ho dormito bene durante quei sette anni della mia giovinezza, e dei quali divenni esausto. In quel periodo scrissi “Al Culmine della Disperazione”. Questa insonnia persistente divenne il mio punto di vista sul mondo e il mio atteggiamento nei suoi confronti. Il momento peggiore di questa situazione lo vissi a Hermannstadt, quando vivevo con i miei. Vagai senza meta per la città, di notte. Mia madre piangeva disperata, ed io, che avevo appena compiuto 21 anni, ero sul punto di suicidarmi. Anche oggi io non so perché non lo abbia fatto. E’ possibile che abbia sedato la mia voglia di suicidio con la forza della scrittura. Non avevo la minima concreta idea di cosa fosse la mia vita.
Avete cambiato  idea sulla morte?
Cioran: Non è possibile che uno cambi idea sulla morte. Il problema dell’esistenza costituisce un problema in sé. Al cospetto, tutto il resto perde importanza. Curiosamente, ci sono molte persone che non  pensano alla morte, che non vogliono o non possono pensarci. Quelli che comprendono cosa significhi la morte sono la minoranza. Gli altri mancano di valori e anche i filosofi evitano il problema.
Ma uno filosofeggia sulla morte.
Cioran: Certo, la morte è un tema nella storia della filosofia (risate), ma non intima esperienza di vita. In Baudelaire c’è la morte, in Sartre non c’è. I filosofi hanno evitato la morte trasformandola in una questione, invece di viverla come qualcosa di esistente. Non lo considerano come qualcosa di assoluto, ma tra i poeti è diverso. Essi sentono il fenomeno profondamente, prefigurandola. Un poeta insensibile al tema della morte non è un grande poeta. Sembra esagerato, ma è così.
In una serie di saggi su alcuni amici, Lei ha scritto di Samuel Beckett.
Cosa le piace del suo lavoro?
Cioran: Il fatto di non aver bisogno di eroi, il fatto di aver creato un raro tipo umano e, con esso, aver mostrato un altro genere di umanità. Il suo lavoro, quindi, non è associato a un determinato periodo. È la singolare opera di un singolo individuo.
Non sarà l’essere entrambi affascinati dall’ozio che vi porta ad essere così vicini?
Cioran: L’esperienza della noia, non la noia volgare, per mancanza di compagnia, ma la noia assoluta, è molto importante. Quando qualcuno si sente abbandonato dai propri amici, quello è nulla. La noia vera esiste senza motivo, senza cause esterne. Con essa si ha la sensazione del tempo vuoto, qualcosa di simile alla vacuità, una cosa che conosco da sempre. Ricordo molto bene la prima volta, avevo cinque anni. Allora vivevo in Romania, con tutta la mia famiglia. Improvvisamente, ho avuto la chiara coscienza di ciò che era l’ossessione, la noia.
Erano circa le tre del pomeriggio, quando fui preso dalla sensazione del nulla, della carenza assoluta di sostanza. Fu come se, d’un tratto, tutto fosse scomparso, tutto fosse piombato nella nullità ed è stato l’inizio della mia riflessione filosofica. Questo stato intenso di solitudine mi colpì in modo così profondo che mi chiesi cosa realmente volesse dire. Non essendo in grado di difendermi, né di liberarmene attraverso la riflessione, sicuro che il presentimento sarebbe tornato altre volte, ne rimasi così sconcertato, da accettarlo come punto di orientamento.
Al culmine della noia si sperimenta il senso del Nulla, e, in questo senso, non si tratta di una situazione deprimente, dal momento che, per una persona non credente, rappresenta la possibilità di vivere l’assoluto, qualcosa come l’ultimo istante.

domenica 17 gennaio 2016

Paura della Libertà – Erich Fromm

“L’uomo crede di volere la libertà, in realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga a prendere decisioni e le decisioni comportano rischi. E poi quali sono i criteri su cui può basare le sue decisioni? L´uomo è abituato che gli si dica cosa deve pensare anche se gli si dice che deve essere veramente convinto di ciò che pensa. Ma l’uomo sa che questo è un trucco, perché ci si aspettano da lui cose ben determinate. Ciò dipende dalla situazione sociale. Deve cioè pensare ciò che è più utile al funzionamento della società esistente, non deve pensare ciò che può essere dannoso o che crea troppe frizioni. Certo, deve poter fare un pò di critica affinché non pensi che non abbia critiche da fare, ma ciò deve essere limitato (…)
Testi e immagini per la meditazione - yoga - meditation - zen
(…) ha paura della libertà. Perché deve decidere lui stesso e ciò comporta dei rischi, può danneggiarsi, perché deve assumersi tutta la responsabilità. Se invece si sottomette ad una autorità allora può sperare che l’autorità gli dica ciò che è giusto fare. E ciò vale tanto più se c’è un’unica autorità, come è spesso il caso, che decide per tutta la società ciò che è utile e ciò che è nocivo.
(…) scopo della società d’oggi non è l’uomo, scopo della società è il profitto del capitale investito … lo scopo della società contemporanea, non è l’uomo, è invece il profitto non inteso come avidità, ma nel senso della massima economicità del sistema.
(…) una classe professionale ben precisa, si assume il compito di amministrare e regolare i pensieri degli altri. Per finire, i burocrati diventano i veri potenti, i dirigenti della società. Ma cosa li legittima? Quali capacità hanno se non ottusità, se non l’incapacità di essere vivi, se non la tendenza a incasellare, se non a voler far sempre le stesse cose? Hanno paura del nuovo, del fresco, dell’avventura, di tutto ciò che rende la vita interessante.
(…) qual’è lo scopo della vita? Diventare più umani o produrre di più? …”

martedì 12 gennaio 2016

U.G. Krishnamurti: un non guru del non culto

di Isabella Di Soragna

Posted on  by ilterzoorecchio
U.G., ossia Uppaluri Gopala Krishnamurti, nasce nel 1918 in una famiglia di bramani nell’Andra Pradesh (India
del sud), legati alla Società teosofica. Come Jiddu, l’altro Krishnamurti, fu considerato fin dall’infanzia un istruttore spirituale predestinato. Come l’altro Krishnamurti, declinò questo onore: fin qui il paragone, ma temperamenti e destini assai diversi.
«Non esiste guru e non esistono “modelli” da imitare, ognuno è un “fiore unico”». Egli
afferma che non può aiutare nessuno e invita più o meno gentilmente a lasciarlo in pace.
Vive semplicemente, viaggia con pochissimo bagaglio ed è spesso ospite di amici.
Può essere rude e volgare, quando denuncia l’impostura dei guru, quanto dolce e comprensivo se la domanda è seria, ma non lascia indifferente nessuno.
Ne ebbi la prova le poche volte che andai a trovarlo nel piccolo appartamento messogli a disposizione da amici. Era seduto accanto a me su una sedia che aveva portato il peso di molte persone, da parecchi anni, e che traballando faceva eco alla mia. Ero un po’ delusa perché continuava a raccontare storielle, a ridicolizzare i guru che mostravano la bella facciata e poi conducevano vita dissoluta («almeno non siano ipocriti!») ed il mercato spirituale da Sai Baba a Jiddu Krishnamurti anche se aveva l’aria di sapere cosa diceva e non per il gusto di calunniare.
Qualcuno fece una domanda, forse non appropriata, ed egli lo liquidò in poche parole. Avevo letto i suoi dialoghi e notato il suo anticonformismo, dal diniego dei diritti d’autore alla veemenza con cui distruggeva ogni tentativo di metodo spirituale e rideva su chi sperava in un’illuminazione futura.
Timidamente gli chiesi che cos’era la coscienza. Di botto si fermò, cambiò espressione e vidi quasi un lampo di dolcezza nei suoi occhi scuri. «La coscienza è solo un tuo pensiero, sembra esserci perché lo sai, ma non esiste». E non aggiunse altro. Mi sentii fulminata e non riuscii più a seguire la conversazione.
Un episodio l’aveva marcato profondamente. Suo nonno era solito meditare all’alba e un giorno fu disturbato dalle grida di un bambino. Il vecchio, infastidito, picchiò il bambino fino a farlo piangere. Da allora si considerò eretico ed ateo e si consacrò alla vera esperienza della verità per sapere se le tecniche ed i paroloni dei maestri spirituali avessero un senso.
Come Nisargadatta, denuncia che «la spiritualità è una frode».
Si sposò, ebbe figli (uno ebbe la poliomielite ed uno morì di cancro), ma la sua ricerca ossessiva continuò.
Arrivò fino alla disperazione, finché un giorno si rese conto di non aver mai rimesso in questione la ricerca stessa che l’aveva allontanato dal suo «stato naturale».
A 49 anni avvenne ciò che egli nomina la «calamità».
Sconvolgimento fisiologico, mutazione biologica e arresto del pensiero discorsivo.
«Ho scoperto da me stesso e per me stesso che non c’è nessun Sé da realizzare. Di colpo tutto quello che avete investito nello stesso paniere si rivela inutile ed insensato: è un vero choc che cancella ogni concetto».
Secondo lui, la continuità del pensiero ininterrotto crea ciò che noi chiamiamo “Io”.
In lui questa continuità è stata spezzata. I pensieri si manifestano solo se necessari all’azione, come una reazione alle situazioni. Non si può per volontà personale o rigorosa disciplina raggiungere lo stato naturale, perché è proprio il pensiero a creare il divario, per il solo fatto di volere.
Come per Nisargadatta, i metodi ed i concetti sono inefficaci. Anche la “via negativa” è una trappola dell’ego. Nessuno sforzo dunque, ma un rimettere in questione tutto il condizionamento mentale di una identità fittizia e «spontaneamente, se siete fortunati» ritroverete il vostro stato naturale.
«I dottori dicono che le droghe danneggiano il cervello, ma anche la meditazione fatta seriamente danneggia il cervello: c’è gente che è impazzita per non poter fronteggiare quelle esperienze».
«Voi siete sempre in questo “stato naturale”. Ciò che impedisce di esprimerlo è proprio la vostra ricerca che è sempre nella direzione sbagliata. Il sacro, il santo ed il profondo ne sono già una contaminazione. Voi non potrete mai “sapere” o “conoscere” questo stato, perché tutto ciò che conoscete o definite è già falso in partenza” (definire = separare)».
L’inconoscibile è il nostro stato naturale.
«Il pensiero può creare qualunque esperienza desiderata da voi: beatitudine, estasi, dissoluzione nel nulla – che sono tutte esperienze – quindi definibili e che necessitano la conoscenza, cioè il pensiero, l’oggettivazione».
«”Io sono egoista” è un fatto. “Io voglio essere disinteressato” è una finzione».
Mette in ridicolo le frasi come “il silenzio tra un pensiero e l’altro è la realtà”, perché è uno stato di assenza di pensiero indotto dal pensiero stesso!
Se qualcuno esperimenta il silenzio dimostra che il pensiero è ancora attivo, il silenzio è un altro “pensiero”! Inoltre vi è l’impressione che ci siano due pensieri, ma in realtà c’è un solo movimento e ciò che crea la divisione è la definizione stessa che diamo del pensiero. Non si potrà mai sapere cos’è il pensiero “direttamente” perché potete solo esperimentare il pensiero attraverso “la conoscenza” che ne avete e che è il bagaglio che vi hanno inculcato.
«Alla domanda: “Cos’è il pensiero?”, la domanda si brucia da sola perché non c’è che la risposta che già “sappiamo”. E al posto della domanda – che è materia – rimane solo l’energia, la manifestazione della vita. Il pensiero va solo usato per comunicare, non per definire o controllare i sensi. L’organismo è guidato dall’attività sensoriale ed è solo dopo la percezione che il pensiero interviene e crea l’entità illusoria “io”».
«Prima di realizzare cos’è Dio o la realtà devo capire la natura della mia struttura interna. E a quel punto capirete che non potrete mai esperimentare, catturare la verità, perché qualunque cosa facciate sarà solo una definizione dell’apparato mentale, non “La” realtà. E se non si può esperimentare una cosa non la si può nemmeno comunicare».
«Prima di tutto c’è un assunto da parte vostra che ci sia una realtà, e poi che ci sia qualche cosa che voi potete fare per esperimentare questa realtà. Se non ci fosse la “conoscenza”, il sapere della realtà, voi non potreste avere nessun’esperienza della realtà stessa».
La stessa cosa vale per tutto, anche per quello che si chiama “coscienza”.
«È solo il vostro pensiero che vi fa credere di essere vivi, di essere coscienti, svegli. Succede quando lo “sapete”: voi non avete modo di sapere se siete vivi o morti perché siete consci solo quando la conoscenza entra in azione. Quando la conoscenza è assente, al pensiero – che finisce prima che la morte abbia luogo – non importa se la persona sia viva o morta. Voi diventate coscienti solo con l’aiuto del pensiero. Quando manca
il movimento del pensiero, tutte le domande circa la coscienza finiscono».
«Ogni volta che un pensiero nasce (esempio: “Io esisto”), voi create un’entità, un centro e quel centro vi serve come riferimento per sperimentare le cose. Se non c’è pensiero, non è possibile per voi sperimentare nulla e non potete mettere in relazione nulla con la cosa inesistente che voi stessi siete.
Il pensiero ha vita breve e quando è passato è realmente finito: questo è ciò che la tradizione nomina morte e rinascita. E non è che muoia quell’entità non esistente che pensate di essere. La fine della nascita e della morte è lo stato di cui parlano quei saggi.
Ma quello stato non può essere descritto in termini di beatitudine, amore e compassione e tutti quei nonsensi ben noti, perché non può essere sperimentato.
L’esperienza del mondo è generata dallo stesso principio. Ci deve essere un punto che crea uno spazio: se questo punto non c’è, non c’è neanche spazio. Così tutte le vostre esperienze sono illusorie. Il mondo non è un’illusione, ma tutto ciò che sperimentate con riferimento a questo centro, esso stesso illusorio, è condannato ad essere un’illusione. “Maya” significa “misura”. Voi non potete misurare nulla se non avete un punto.
Se manca il centro, non ci sarà circonferenza. Semplice aritmetica.
La luce illumina l’oggetto, ed il riflesso attiva il nervo ottico che a sua volta attiva le cellule della memoria. Quando le cellule della memoria sono stimolate entra in gioco tutta la conoscenza che avete dell’oggetto. È quel processo che sta avvenendo, che crea il soggetto (io); il soggetto è solo la “conoscenza” (ciò che sapete) che avete voi
dell’oggetto. La parola microfono è l’Io. Non vi è altro là a parte la parola microfono. Quindi vedete l’assurdità di parlare del Sé, Sé alto o basso, autoconoscenza: è tutta
spazzatura. Non c’è soggetto che crea un oggetto.
Quello che chiamate Io è solo il pronome di prima persona: non c’è alcuna entità permanente in voi.
Quindi per vivere in modo sano in questo mondo bisogna accettare le sue convenzioni, altrimenti, se chiamo questo microfono “scimmia”, dobbiamo ricominciare da capo ad imparare, ma è una convenzione, non una realtà.
Quando guardate un oggetto non vedete quello, ma la conoscenza che ne avete: c’è l’illusione che il pensiero sia qualcosa di diverso dall’oggetto, ma siete voi che
create l’oggetto. L’oggetto può essere lì, ma ciò che percepite è solo la conoscenza che ne avete al
riguardo. Non potete fare esperienza diretta di niente.
Quando non c’è continuità di pensiero quello che rimane è vivere di momento in momento.
Il pensiero è essenziale per sopravvivere, quando non serve, la domanda sparisce.
Voi non dovete fare nulla, non siete separati dal pensiero: una cosa del genere è un’illusione e voi continuate a rimpiazzare un’illusione con un’altra.
Essere libero da illusioni è impossibile: il volere stesso è un’illusione e poi sarebbe la tua fine…Quel mucchio di illusioni siete voi, come vi conoscete. Quando la conoscenza che avete di voi stessi svanisce, finisce anche la conoscenza che avete del mondo. Ma quella
conoscenza non finirà così facilmente, essa tenterà di rimpiazzare sempre un’illusione con un’altra. Tutto attorno a voi e voi stessi nascete dal pensiero». U.G. non scrive libri e delle raccolte pubblicate dei suoi dialoghi informali non solo non chiede alcun diritto di autore, ma afferma che ognuno è libero di diffondere, interpretare, deformare ciò che lui dice e anche
attribuirsene la paternità senza il suo consenso!
Ogni anno passa alcuni mesi a Gstaad in un piccolo appartamento, riceve senza regolarità nel suo salottino numerosi amici e curiosi un paio d’ore nel pomeriggio.
Il coraggio di essere liberi dal passato, Jubal (96 pag, 9,60€) Il coraggio di stare in piedi da soli, Aequilibrium (114 pag, 11€) Il pensiero è il tuo nemico, Aequilibrium (146 pag, 13€)
Lo stato naturale – scopri l’essenziale con U.G., Aequilibrium (82 pag, 5€) L’inganno dell’illuminazione, Jubal (120 pag,13€) La mente è un mito, Aequilibrium (185 pag, 13€)

sabato 9 gennaio 2016

Malattia salute stress

Preso da questo fantastico blog,,https://ilterzoorecchio.wordpress.com

Uno psicologo insegna ai suoi studenti come gestire lo stress.
Prese un bicchiere d’acqua e si avviò per la stanza, in silenzio.
Tutti si aspettavano una domanda tipo: “è mezzo pieno o mezzo vuoto?”
Ad un certo punto si fermò, alzò il bicchiere e chiese ai suoi studenti:
“Quanto è pesante questo bicchiere d’acqua?”
Meravigliati, gli studenti hanno dato risposte tra 250 e 500 ml.
Psicologo risponde: peso assoluto non importa, importa quanto tempo lo tieni alzato… Un minuto, nessun problema… Un’ora, un braccio dolorante… Un giorno, paralizza il braccio…
In ognuno di questi tre casi il peso del bicchiere non cambia. Cambia solo il tempo.
Più il tempo passa, più diventa pesante.
Lo stress e le preoccupazioni della vita sono come il bicchiere d’acqua. Se si pensa di meno a loro, non succede quasi nulla.
Se si pensa di più, il cuore inizia a far male.
Se stai pensando a loro per tutto il tempo, paralizzano la tua mente.
Quando arrivi a casa la sera, lascia fuori le tue preoccupazioni.
Non portarle con te durante la notte.
Metti giù il bicchiere.

giovedì 7 gennaio 2016

Quo Vado di Checco Zalone, fenomeno sociale? No solo indottrinamento culturale!

Premetto che non è mia intenzione fare nessuna critica al comico pugliese Luca Medici, tra l'altro anche mio conterraneo. Non entro in merito al suo reale pensiero augurandomi che non diventi strumento inconsapevole di certe istanze, portate avanti da alcune lobby di potere.
Dal punto di vista professionale, visto il suo successo, non posso che essere felice per i suoi strepitosi risultati. Ma il punto non è questo.

Il film “Quo vado” di Zalone sta facendo numeri da record e sono sicuro che questo sia il risultato di una strategia studiata a tavolino per far passare messaggi mirati ad indottrinare le masse ad un pensiero dominante che sta stravolgendo dalle fondamenta la nostra società.   


Secondo le informazione prese da un articolo di ItaliaOra.net in merito alla distribuzione del film Quo Vado, leggiamo: (http://www.italiaora.net/numeri-record-quo-vado-film-zalone-dietro-ce-strategia-studiata-tavolino/)
E’ il business monopolistico della distribuzione. Riguarda il cinema come i libri. Loro scelgono cosa dobbiamo vedere e cosa dobbiamo leggere. E noi vediamo e leggiamo quello che ci impongono, credendo di deciderlo, decidendo che ci piace, o non ci piace, discutendone fino allo sfinimento e alimentando quel caso che fa soldi e nuovo business. Due numeri per capirci: il film di Zalone è stato distribuito in 1500 copie. Mai nessun film, nella storia del cinema italiano, ha avuto questa distribuzione. Si è trattato di una vera e propria occupazione di tutti gli spazi disponibili. Il primo gennaio, Zalone in tutti i cinema. Questo l’ordine della Medusa.
Gli schermi in Italia sono 3800. Su oltre il 40% degli schermi italiani c’è il film di Zalone. Considerando che l’80% degli schermi è riunito in multisala, si può dire che oltre il 60% dei cinema italiani montava una o più copie di Quo Vado”.
Il film di Checco è uno spot all'attuale cultura imperante che vede il nord Europa portatore di civiltà, mentre l'Italia viene mostrata incivile e retrograda. La protagonista, Valeria, una ricercatrice che studia gli animali al Polo Nord, è la metafora della modernità. Si è sposata tre volte, ha tre divorzi alle spalle, tre figli di nazionalità differenti che seguono tre religioni diverse compreso un ateo e un suo ex marito, durante il film, si risposa con un uomo. Invece noi in Italia? Siamo retrogradi, abbiamo le famiglie tradizionali e tutti coloro che hanno il posto fisso ormai si dovrebbero vergognare, il film è stato una sorta di attacco a coloro che lo hanno, mi ricordo quando Mario Monti disse che il posto fisso era noioso, bisognava diventare flessibili. Nel film, i luoghi comuni sono imperanti. I figli che non vogliono lasciare la casa dei genitori per non prendersi le loro responsabilità rimanendo così eterni fidanzati, quando in realtà è una conseguenza della tremenda crisi indotta dall'usurocrazia che non permette alle nuove generazioni di mettere su famiglia. Per non parlare degli impiegati statali che sono stati tutti etichettati come fannulloni e scrocconi. Lo stesso “lavaggio del cervello” ci fu fatto quando si diceva alla fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 che tutte le strutture pubbliche e le aziende strategiche statali, non funzionavano e pertanto era giusto privatizzarle, con conseguenti risultati drammatici per la nostra economia.

Addirittura il ministro della cultura Dario Franceschini si è espresso positivamente nei confronti del film scrivendo su Twitter: “Grazie a Checco Zalone. Il successo di Quo Vado fa bene a tutto il cinema italiano e avvia alla grande un 2016 di ritorno nelle sale”.
A parer mio, l'operazione messa in atto da parecchio tempo è la stessa che si è fatta in passato con l'unione d'Italia, denigrando il meridione durante e dopo la conquista del sud, chiamandoci terroni. La stessa operazione ora, si sta attuando tra il Nord e il Sud Europa, e vi faccio notare che mentre prima i meridionali furono chiamati in senso spregiativo “terroni” oggi l'aggettivo per indicare tutti gli Italiani e tutti i paesi del sud Europa, è "pigs", maiali.
Qualche anno fa, in occasione dell'uscita del mio libro "La Caduta dell'Ultimo Impero" il giornalista Davide D'Amario mi fece un'intervista che ho pubblicato per intero nel mio libro “EuroDisastro” di cui riporto un breve tratto perché funzionale a chiarire l'attacco economico e culturale che stiamo subendo in questi anni:
Anche nel 1860 il ruolo della massoneria inglese fu determinante nel processo di conquista del Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia, il risorgimento a parer mio fu solo una tappa di un processo ancora in atto. Da quella conquista, il Mezzogiorno d’Italia, diventò una colonia del Nord Italia. Attualmente dobbiamo prendere atto che l’Italia intera è una colonia di questo impero occidentale di origine anglosassone e, aggiungerei, che in questa attuale Europa mi sembra di rivedere quello che è accaduto nel 1860... solo che sono cambiate le armi.
A quel tempo, il generale Cialdini usò i cannoni rigati per sconfiggere l’ultimo baluardo della resistenza di Gaeta, oggi si usa lo spread e le cannonate partono dalle agenzie di Rating ( in mano agli stessi poteri economici) per abbassare o alzare la solvibilità degli Stati. Come non notare che anche ora si sta generando una Europa del nord che produce ed una Europa del sud consumatrice e colonia dello stesso nord.

Naturalmente all'attacco economico, segue anche un attacco alla nostra cultura e ai nostri valori più profondi che sono alle fondamenta della nostra civiltà e per fare questo si utilizza anche il mondo dello spettacolo. Si deve denigrare, puntare il dito e far sentire il nostro modo di essere sbagliato.
Io rifiuto tutto questo, l'Italia e gli italiani da Nord a Sud sono un grande popolo, ingegnoso e pieno di onesti lavoratori che hanno contribuito a fare grande non solo il nostro amato paese ma anche tanti altri dove sono stati costretti ad emigrare. Le etichette negative che ci vogliono appiccicare se le tengano loro. L'Italia con la sua cultura greco,romana e cristiana insieme alla cultura mediterranea è stata da sempre faro di civiltà in tutto il mondo e non saranno certo delle lobby economiche a riuscir ad abbattere millenni di cultura ed opere che parlano solo guardandole.
Attualmente abbiamo una classe politica completamente asservita alla plutocrazia internazionale, che mira anche a cambiare le nostre abitudini sradicando i nostri valori più profondi e per ottenere questo da sempre, anche il mondo dell'arte, è uno strumento a volte consapevole a volte inconsapevole utilizzato per raggiungere gli scopi prefissi.



                                                                          Cosimo Massaro 

Fonte:  
Articolo scritto da Cosimo Massaro per il giornale Vivavoceweb
http://www.vivavoceweb.com/2016/01/07/quo-vado-di-checco-zalone-fenomeno-sociale-no-solo-indottrinamento-culturale/#more-76368

lunedì 4 gennaio 2016

Alexander Zinov'ev: “Nessuna rivolta è possibile contro una banca”


Lunghissimo ed interessantissimo articolo di un uomo che vedeva molto lontano
scritto nel 1999 ,ma attualissimo

Introduzione e traduzione a cura di: Marco Pighin



Dopo la crisi politica è sopravvenuta quella spirituale che esige una profonda e
attenta riflessione, un approfondimento, un'autoverifica, un'autocritica. Se la società
russa è ancora viva e vitale, se contiene in sé i germi del futuro, questa vitalità deve
manifestarsi prima di tutto e più di tutto nella prontezza e nella capacità di imparare
dalla storia. (…) Riflettendo su ciò che abbiamo passato negli ultimi anni,
non si può vedere in tutto ciò una casualità storica o solo un gioco di forze elementari.
Qui è stato pronunciato un giudizio storico, è stata fatta una valutazione
da vari partecipanti del dramma storico, sono state tirate le somme d'un'intera
epoca storica.
Sergej Bulgakov, L'eroe laico e l'asceta, Vechi.

Giorni fa, durante una discussione su internet con alcuni amici e colleghi in merito alla drammatica situazione in Ucraina, Alexander Latsa, giornalista francese indipendente che vive a Mosca, mi ha passato un'intervista che Alexander Zinov'ev rilasciò nel 1999, giusto pochi giorni prima di rientrare definitivamente in Russia dopo un lungo esilio in Occidente.

Zinov'ev fu filosofo, logico e scrittore sovietico. Visse sulla propria pelle tutto l'arco storico che condusse il mondo dallo scontro frontale fra le due ideologie dominanti - quella capitalista e quella comunista - durante la guerra fredda, alla fase yeltsiniana nella quale il dominio unipolare americano sembrava non avere rivali sul piano geopolitico planetario, fino alla fase di rivincita nazional-sovranista russa, iniziata con la comparsa del presidente Putin sulla scena politico-internazionale.

Zinov'ev morì a Mosca nel 2006. Dopo aver passato più di vent'anni in Occidente ed essere stato una delle figure di spicco dell'intelligencija sovietica dissidente, dedicò il suo lavoro ad una critica radicale della società occidentale, percepita da lui come una minaccia senza precedenti per l'umanità. Ritengo che Zinov'ev sia stato uno degli intellettuali più importanti del nostro tempo e che leggerlo rappresenti oggi un dovere per chi vuole comprendere il difficile stato di salute della contemporaneità.

Questo mondo esiste solo grazie al respiro, ossia del…vento! Siete potente, dormendo un pensiero sorge e voi create un altro mondo, un sogno...