.Nisargadatta Maharaj. La meraviglia è l'alba della sapienza

L’appercezione in cui tutto sorge, è questa la realtà. Un’appercezione pura e chiara, quella che chiamano l’occhio di Dio.Karl Renz

« La persona non- risvegliata vive nel suo mondo, la persona risvegliata vive nel mondo. » Andrew Cohen

Finché immagino "come dovrei essere", continuerò ad essere quello che sono ora.U.G.Krishnamurti

"Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti." Eraclito

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezzaBenjamin Franklin

In televisione non c'è la pubblicità, il mezzo televisivo è "solo" pubblicità.Dioniso 777


giovedì 27 aprile 2017

Elogio di Putin e della Le Pen

Di Paolo Becchi su Libero, 27/04/2017

Sbagliano coloro che oggi credono che la partita in Francia sia già chiusa, e che ormai, anche a seguito del “tradimento” di Donald Trump e del suo programma isolazionista, Marine Le Pen sia comunque destinata a soccombere. Più in generale, e sul piano geopolitico, sbagliano coloro che pensano che le potenze «marittime» abbiano ormai avuto la meglio su quelle «telluriche», per dirla con il Carl Schmitt di Terra e mare (Adelphi). L’opposizione tra terra e mare ha costituito, almeno a partire dal XVII secolo, l’asse a partire dal quale si sono nel tempo definiti i rapporti di forza tra gli Stati, e si è instaurata quella dialettica tra equilibrio ed egemonia che ancora oggi determina e misura il tempo della politica.
In fin dei conti, le più recenti mosse di Trump – Siria e Corea del Nord – sono i colpi di coda di una potenza imperiale in declino che vuole riaffermare un ruolo egemone in mondo ormai sì tendenzialmente multipolare, ma che continua periodicamente a cercare nuovi assestamenti e nuovi equilibri: oggi, quello tra il “mare” americano e la “terra” russa. Per dirla ancora una volta con Carl Schmitt, dopo la crisi dello ius publicum europaeum il nuovo nomos della terra si è spostato in Russia e oggi Vladimir Putin, per capacità e visione strategica, è l’unico uomo politico all’altezza del tempo storico che viviamo.
ATLANTISMO EUROPEO
La domanda fondamentale che ora dobbiamo porci è la seguente: quale ruolo è destinata a svolgere l’Europa in questa nuova situazione geopolitica? A partire dal secondo dopoguerra, il Patto atlantico, con la Nato, ha collocato l’Europa in un contesto americano. L’Unione europea non ha fatto altro che continuare nella medesima direzione, con l’alleanza franco-tedesca a partire da Mitterrand e Kohl. L’atlantismo rappresentò, ed ha continuato, sia pure in forma diverse, a rappresentare il vero tratto politico comune delle democrazie europee, l’assicurazione della loro fondamentale collocazione geopolitica dalla parte degli Stati Uniti, e contro la Russia.
La Francia, da questo punto di vista, è sempre stata l’anello debole: più sovranista e più europeista che atlantista, fin da De Gaulle essa ha sempre tentato di rivendicare, contro l’idea di un’Europa satellite delle potenze marittime (Stati Uniti e Inghilterra), quella di un equilibrio tra alleati che garantisse le aspirazioni francesi nazionali a una forte unità continentale.
Se oggi irrompe, nuovamente, il “Fronte Nazionale”, è essenzialmente per la sua forza tellurica, il suo rivendicare la terra come l’esistenza autentica di una Francia che ha da sempre pensato se stessa come destinata a un’alleanza continentale, più che di una sfera d’influenza extra-europea. Era stato così, come si è detto, con De Gaulle, e il suo tentativo di fare della cooperazione franco-tedesca l’asse con cui rendersi indipendente dai due blocchi. Ancor prima, alla fine del XIX secolo e ai tempi del progetto della costruzione della linea ferroviaria Parigi-Vladivostok, era stato carezzato il sogno di un’alleanza Francia-Germania-Russia.
Questa vocazione tellurica è tornata oggi a farsi prepotentemente sentire: Le Pen vince nelle terre francesi, nelle province, mentre a Parigi, la capitale, i francesi non vanno più neppure a votare.
E allora, dovremmo chiederci se la vera contrapposizione, oggi, non sia quella tra destra e sinistra – entrambe se ne escono con le ossa rotte dalle elezioni – ma, di nuovo, quella più originaria tra la terra e il mare, tra le potenze telluriche e la finanza globale. Questa è la vera sfida epocale. Da una parte, le forze populiste, che non sono né di destra né di sinistra, ma sono le forze legate alla terra, all’agricoltura e all’industria, al recupero di un’idea nazionale e, insieme, delle grandi questioni sociali del nostro tempo, a partire da quella del lavoro. Dall’altra, le élites finanziarie, con il loro modello di sviluppo liberista fondato in Europa su una moneta che ha solo il compito di distruggere i deboli a vantaggio dei forti, per imporre dappertutto la forza astratta del globalismo marittimo. Il sovranismo identitario è così diventato l’alleato naturale di tutti coloro che contestano le devastazioni della globalizzazione. Così sovranismo e questione sociale inevitabilmente si intrecciano, dando luogo a una miscela esplosiva. Carl Schmitt avrebbe detto: die konservative Revolution (la rivoluzione conservatrice) contro quella liberale.
Le Pen vuole restaurare lo Stato, le frontiere, la voglia di comunità, il senso di appartenenza nazionale e per farlo ha persino “ucciso” il padre, trasformando il suo partito, mutandone sostanzialmente la natura. Macron si è inventato un partito in due giorni, un partito privo di qualsiasi radicamento sul territorio, è il banchiere, europeista e cosmopolita, liberale, l’uomo dei flussi migratori e dei capitali, della casta mediatica, l’uomo d’affari per cui l’interesse pubblico è al servizio di quello privato, un prodotto fecondato in vitro dalle élites finanziarie per sconfiggere una donna, la nuova Giovanna d’Arco.
CONFLITTO DEGLI ELEMENTI
Terra e mare, il conflitto degli elementi continua. Un conflitto che oggi significa e ha preso la forma dell’opposizione tra popoli stanziati su territori che rivendicano il senso della loro radici e la cosmopolis “rizomatica” della società liquida. Chi ha votato Le Pen o Mélenchon – se superiamo le ormai obsolete contrapposizioni ideologiche tra destra e sinistra, le grandi narrazioni del secolo scorso – ha votato per la stessa cosa e contro la stessa cosa: per la terra, contro il mare. Per vincere Le Pen dovrà però riuscire a dimostrare che non si vota pro o contro il Fronte Nazionale, ma pro o contro la globalizzazione e i suoi prodotti tossici, in primis l’euro; dovrà cioè riuscire a dimostrare che se vince lei vincono i francesi, e potranno un domani vincere anche gli italiani, i tedeschi e così via, se vince Macron vincono le élites finanziarie mondialiste e le burocrazie dell’Unione europea.
La posta in gioco è altissima. La Francia, uno Stato nazionale, può ancora spostare gli equilibri geopolitici globali. La vittoria di Le Pen sarà una sconfitta dell’atlantismo, del mare, e la nascita di un nuovo grande spazio: quello tellurico euroasiatico.

martedì 25 aprile 2017

Emmanuel Macron : il nulla con la Banca Rothschild intorno

fonte http://www.ilprimatonazionale.it
Image 1x1.transRoma, 24 apr – “Non esiste una cultura francese. Esiste una cultura in Francia: essa è diversa, multipla”. Sono queste le idee, espresse nel corso di un comizio, del futuro presidente di Francia, Emmanuel Macron, che diventerà tale con i voti delle destre e delle sinistre riunite, contro il pericolo mortale rappresentato da Marine Le Pen, che appena qualche giorno fa parlava di “anima millenaria del nostro popolo”. Racine, Corneille, Hugo? Scrittori non francesi, dunque, ma solo di passaggio nell’Esagono. Una considerazione che non stupisce, in bocca a questo esponente della finanza cosmopolita, a questo figlio dell’ipercapitalismo che non conosce culture, popoli, civiltà. Ma, in Italia come in Francia, si parlerà poco di questo, riconducendo tutto il personaggio alle solite parole vuote sui “giovani”, “l’innovazione”, la “riforme”, insomma quella retorica che crea storytelling sul nulla. O magari si parlerà della “favola” di un liceale che si innamora della prof di francese e infine la sposa, anche se ha 23 anni più di lui, anche se l’effetto estetico dei due insieme è grottesco e, anzi, dà proprio l’idea esatta di un saputello bamboccione comandato ancora a bacchetto dall’anziana prof. Emmanuel Macron nasce il 21 dicembre 1977 ad Amiens. Appassionato di pianoforte e savate (la boxe francese), egli è un tipico frutto dell’Ena, l’alta scuola per quadri amministrativi da cui è uscita gran parte dell’élite politica transalpina. In varie interviste ha dichiarato un precoce impegno a sinistra. Ha anche detto di aver composto, in ambito accademico, uno scritto sulla filosofia del diritto di Hegel sotto la direzione del filosofo marxista Étienne Balibar, che tuttavia ha dichiarato di non averne alcuna memoria (chissà chi dei due ha mentito). La virata verso il settore bancario, sempre a sentir lui, è stata dovuta alla delusione per l’elezione di Nicolas Sarkozy a Presidente della Repubblica. Inizia quindi la sua carriera nella banca Rothschild. Nel 2012 dirige l’acquisto di una filiale della Pfizer da parte di Nestlé, un affare da 9 miliardi di euro che gli permette di diventare milionario.
Già dal 2006, tuttavia, aveva conosciuto Hollande ed era nel giro del Partito socialista. Sarà grazie a questa conoscenza che, il 26 agosto 2014, sarà nominato ministro dell’Economia del governo Valls al posto di Arnaud Montebourg. Il 6 aprile 2016, ad Amiens, fonda “En marche!”, giustamente definito più una start-up che un partito. Secondo Mediapart, l’indirizzo legale del movimento è situato presso il domicilio privato del direttore dell’Institut Montaigne, think tank neo-liberale vicino alla Confindustria francese e il cui presidente è tra i vertici del Bilderberg (ai cui vertici Macron stesso ha partecipato). Anche molti membri “Terra Nova”, il gruppo di pressione che suggerì al Partito socialista di abbandonare gli operai e puntare sugli immigrati, sostengono Macron. Tra questi, anche Daniel Cohn-Bendit, volto storico del ’68 francese. Alta finanza e sinistra etica: è sempre un’ottima accoppiata. Secondo alcuni suoi esponenti, “En marche” godrebbe della consulenza di alcuni membri dello staff della Clinton.
Difficile enucleare una sorta di Macron-pensiero: il personaggio, benché scaltro, poggia su enormi basi di fuffa. Giova comunque ricordare che poche settimane fa ha proposto un attacco militare contro Assad e che si è sempre rifiutato di esprimersi sul tema del riconoscimento dello Stato palestinese. È inoltre un sostenitore dell’accoglienza degli immigrati alla Merkel. Quando lo si lascia parlare un po’, tuttavia, le gaffe fioccano. Parlando della Guyana francese, per esempio, ha detto che si tratta di un’isola (quando è in realtà un territorio al confine con Brasile e Suriname). Andando in Guadalupa, ha detto che è abitata da “espatriati” (quando si tratta di un dipartimento d’oltre mare che è, a tutti gli effetti, territorio francese). Nel corso di un’intervista, ha espresso al meglio le sue idee su quale debba essere l’orizzonte valoriale della gioventù: “Servono giovani francesi che abbiano voglia di diventare miliardari”. Nel corso di un discorso, si è trovato a leggere una frase priva di senso, per ammettere: “Non so cosa voglia dire, leggo quello che mi scrivono”. Diverse volte si è lasciato andare a veri e propri scatti di razzismo sociale, come quando ha definito “illetterati” gli operai dei mattatoi Gad o quando ha stigmatizzato l’alcolismo e il tabagismo degli abitanti di un bacino minerario. Ma, in fondo, tutto questo cosa conta, a fronte del suo faccino d’angelo?
Adriano Scianca

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giovedì 20 aprile 2017

Sorpresa, il maestro di Putin è Solženicyn







Russia's President Vladimir Putin (R) presents flowers to Alexander Solzhenitsyn after handing the State Prize for his achievements in humanitarian field as president visits his home in Troitse-Lykovo in Moscow, June 12, 2007. REUTERS/RIA Novosti/Kremlin (RUSSIA)

La sua faccia non sarà rassicurante e a qualcuno ricorderà forse il volto impassibile e glaciale del pugile russo Ivan Drago che sfida Silvester Stallone in Rocky IV.
Eppure, Vladimir Putin è ormai da tempo lo statista più longevo ed incisivo al mondo. Ha preso tra le mani un’ ex potenza allo sbando
e la ha riportata al centro della scena internazionale. Al punto che siamo oggi tornati ad una sorta di guerra fredda tra Usa e Russia, nonostante la Russia odierna sia davvero piccola cosa rispetto all’Urss di soli 30 anni fa.
Eppure nel 1998, pochi anni dopo la presidenza Eltsin, il paese viveva una crisi umana e finanziaria devastante ed era sull’orlo del default.
Ma da dove arriva Vladimir Putin? Il suo passato nel Kgb viene ricordato spesso e volentieri, ma nessuno, o quasi, sembra invece interessato a raccontare un altro fatto: che il maestro di Putin è stato nientemeno che il Premio Nobel per la pace Aleksandr Solženicyn.
Sì, l’autore di “Arcipelago Gulag“, colui che per decenni sfidò il regime comunista, dopo aver sperimentato la durezza dei campi di concentramento, è stato l’uomo che forse ha influito di più sulla visione del mondo dell’attuale presidente russo.
E’ Ljudmila Saraskina, in una monumentale biografia di 1432 pagine dal titoloSolženicyn”, a raccontare i “frequenti, stretti, ma non sempre pubblicizzati” incontri tra Solženicyn – il grande vecchio, l’eroe del popolo russo nemico del comunismo, ma deluso dai nuovi politici “democratici” – e il giovane uomo politico che sembrava destinato, come tanti altri, ad essere una meteora, con molti nemici, in un paese in decomposizione.
Il primo incontro avviene il 20 settembre 2000 a Troice-Lykovo: sono i coniugi Putin a recarsi in visita a casa dello scrittore. Il giorno seguente Solženicyn, nel programma Vesti, dichiara di aver conosciuto un uomo dall’intelligenza vivace e pronta, “preoccupato del destino della Russia e non del potere personale“. L’ex agente del KGB in visita ad un’ex vittima del KGB! La notizia occupa per molto tempo i giornali russi, che dovranno tornare sovente sul tema, visto che i due continueranno a vedersi per anni, talvolta pubblicamente, talvolta in modo riservato, per sfuggire alle polemiche degli avversari.
Cosa insegna Solženicyn al suo giovane ammiratore? Essenzialmente tre cose: che occorre frenare la catastrofe demografica, che fa perdere alla Russia circa un milione di persone l’anno e che è figlia del nichilismo comunista ma anche di quello occidentale; che bisogna rivedere le privatizzazioni selvagge realizzate nell’epoca di Eltsin, e gestite a vantaggio di pochi, ai danni del popolo; che è necessario impedire che il passaggio dal comunismo alla democrazia liberale segni la morte definitiva dell’anima religiosa russa, traghettando il paese dal materialismo comunista al consumismo materialista occidentale.
Da dissidente anticomunista, Solženicyn ha imparato cosa significhi la dittatura vera e propria, con le sue blandizie (la neolingua menzognera, che trasforma l’essenza delle cose) e la sua incredibile durezza (i gulag, la pena di morte…).
Nei suoi anni negli Usa, invece, si è convinto dell’esistenza di un’altra forma di dittatura, più morbida ma egualmente mortale, quella del pensiero unico imposto dalla “tribù istruita”, dai maître à penser delle televisioni e dei giornali “liberi”. Sono loro, in un paese che appare allo scrittore russo “disgregato” moralmente, spiritualmente “insano”, a decidere cosa la gente debba leggere e cosa debba pensare, generando un conformismo asfissiante e molto simile a quello imposto in Unione Sovietica dal comunismo.
Putin ascolta ciò che Solženicyn gli dice, sul suo paese e sugli Usa, e farà ciò che gli è stato suggerito: limitando il ricorso all’aborto e sostenendo la famiglia; emarginando gli oligarchi e restituendo così allo Stato e ai russi i loro beni nazionali; riagganciando il suo paese alle tradizioni religiose combattute dal comunismo ed anche, in altro modo, in Occidente.
Quanto alla politica estera, per capire la posizione di Putin di oggi, occorre forse ancora una volta ricordare cosa pensava il suo venerato maestro, allorchè, nella primavera del 1999, commentando i bombardamenti a tappeto dell’amministrazione Bill Clinton sulla Serbia, dichiarava: “Non bisogna illudersi che l’America e la Nato abbiano come scopo la difesa dei kossovari… La cosa più spaventosa è che la Nato ci ha introdotti in una nuova epoca… chi è più forte, schiacci“.
Nel 2008, anno della sua morte, Solženicyn avrebbe dichiarato: “Impiantare la democrazia in tutto il pianeta. Impiantare! E infatti hanno cominciato a impiantarla. Prima in Bosnia. Con un bagno di sangue… Un grande successo, in Iraq! Un grande successo della democrazia. Adesso a chi toccherà? Chi sarà il prossimo? Forse l’Iran? … Non vale un soldo la democrazia che è arrivata con le baionette; da dieci anni stanno sviluppando il loro piano spudorato, la cui sostanza consiste nell’imporre in tutto il mondo la cosidetta democrazia all’americana“.
Ecco da dove proviene, almeno in parte, l’ avversione di Putin alla guerra in Libia (paese che, a sentire qualcuno, andava “liberato” dal tiranno), la sua politica in Siria, la sua simpatia per Trump (fiero smobilitatore della Nato), e l’ avversione per Hillary Clinton, la donna che ha votato sì a tutte le guerre per “impiantare” la democrazia.
Chi l’avrebbe mai detto che l’uomo che sfidò l’Urss, che svelò all’Occidente l’esistenza dei gulag, mettendo in crisi il comunismo internazionale, sarebbe poi diventato il consigliere, politico e spirituale, dell’uomo che oggi contende agli Usa il primato nella politica estera mondiale, e che nel contempo si contrappone anche sul terreno ideale della religione, della famiglia, dei cosiddetti diritti civili, alle politiche abortiste e pro LGBT di Obama e della Clinton?
Un intellettuale, al potere, dunque, anche dopo la sua morte? Così scrissero spesso i giornali russi, in quegli anni, paragonando il rapporto tra Solženicyn e Putin a quello tra Nicola I e Aleksandr Puškin. Certamente Solženicyn avrebbe detto di no: uomo coltissimo, si riteneva però un figlio del popolo russo. Considerava gli intellettuali una schiagura: propugnatori del comunismo, in Oriente, corruttori della libertà e della verità, in Occidente.
La Verità, 29 settembre 2016

domenica 16 aprile 2017

PERSONALITA’ OSCE

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Pubblico questo appunto del fondatore di Alleanza Cattolica perché istruttivo della mentalità che si acquista lavorando per organizzazioni sovrannazionali. Il Nostro ha avuto un periodo all’OSCE, Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione Europea (che si dichiara “impegnata a garantire la pace, la democrazia e la stabilità a oltre un miliardo di persone”), che evidentemente è stata per lui un’esperienza centrale, indelebile.
Sapeste quanti ne ho visti, da giornalista inviato nelle guerre balcaniche e altre, di queste personalità segnate indelebilmente. Osservatori Onu, funzionari dell’Unione Europea, Ispettori Osce, su gipponi bianchi fiammanti e spesso con elmetto azzurro e giubbotto antiproiettile nuovo di zecca, quando arrivano in una zona di conflitto, la prima cosa che facevano era, appunto, questa: rimproverare la parte più debole e inerme del conflitto. Perché vi siete messi con Saddam, voi cristiani? Se vi mettevate con i wahabiti sareste ancora nelle vostre case. E voi del Donbass, cosa vi è venuto in mente di prendere le armi contro Kiev? Lo sapete da chi è sostenuto? Dovevate stare con Soros, con Goldman Sachs, con la signora Nuland e non vi sarebbe successo niente di male. Invece vi fate aiutare da Putin, che è un gradasso; ma lo sapete che perderà? E voi cristiani di Siria, è da anni che vi critico: state con Assad, invece che adeguarvi al regime del Califfato. Ma non vedete che è rifornito dagli aerei americani? Siete proprio imperdonabili: è colpa vostra se venite sterminati. Non venite a lamentarvi dall’Osce. No, non vi aiuto, siete troppo irragionevoli. Anzi, vado a stilare un rapporto contro di voi.
E via coi loro gipponi bianchi. Circonfusi di quella inconcussa radiosità , imperturbabile davanti ai sofferenti, agli affamati, ai feriti, che viene dalla serena coscienza di una superiorità morale assoluta rispetto a quegli straccioni che si fanno decapitare dall’Is, da cristiani che hanno sbagliato schieramento, perché ostinatamente non capiscono chi è più forte, chi comanda davvero. Quindi non meritano la “democrazia, la stabilità e la pace” che l’OSCE sparge a piene mani – e nemmeno gli aiuti alimentari internazionali – fino a quando non ravvedono.
Che personalità ammirevoli. Ne riconoscono lo stile nella alterigia da regina offesa Boldrini, nella presunzione bruxellese della Mogherini, in Mario Monti, nel noto banchiere centrale – chiunque passi fra le oligarchie sovrannazionali, acquista la coscienza, l’eloquio blasé e la altezzosità aristocratica dell’oligarca.

mercoledì 5 aprile 2017

Giornalisti Servi! Tutti contro Assad e Putin, ma qui nessuno è scemo!!

Fonte http://www.stopeuro.org/giornalisti-servi-tutti-contro-assad-e-putin-ma-qui-nessuno-e-scemo/
Ancora una volta la fabbrica del falso inventa i crimini della Russia, e di Assad, che presuppongono una stupidità assoluta da parte di Mosca e di Damasco per usare armi chimiche senza pensare alle conseguenze a livello mondiale di un gesto simile. Nè Putin, né Assad sono stupidi e non lo siamo nemmeno noi, è finito il tempo delle vostre bugie in prima pagina, la becera propaganda che vi impongono di divulgare per continuare questo teatrino che lascia morte e distruzione da troppo anni.
Con il fatto gravissimo, vergognoso e di una crudeltà assurda dell’attacco chimico, la stampa di potere si è rivelata per quel che è, ovvero serva e falsa, affidandosi a una centrale del falso come “L’osservatorio per i diritti umani in Siria” con sede a Londra e finanziato da tutti i “nemici” di Assad. I nostri “prestigiosi” (si fa per dire) giornali tra cui anche il Fatto Quotidiano, intitolavano la notizia “Assad attacca con le armi chimiche” ma dove sono le prove? Come può una testata giornalistica divulgare una notizia del genere senza una prova certa? Questi cari miei, sono gli stessi giornalisti che accusavano Saddam di possedere armi di distruzione di massa e ci raccontavano la storiella delle “fosse comuni” di Gheddafi in Libia, entrambe si sono rilevate false! Bufale belle e buone, in seguito smentite da loro stessi. Ma la guerra va giustifica in qualche modo no? Allora eccoli tutti “questi prestigiosi giornalisti” che si prestano a questo sporco gioco per poi piangere le vittime sui loro stessi giornali.
No, questa volta no, non siete più credibili, l’Occidente non ha mai rinunciato alla Siria e ora ne siamo certi, quel bombardamento viene da coloro che hanno le armi chimiche. E che  hanno bombardato i civili per far ricadere la colpa su Mosca e su Damasco. Un’altra, sanguinosa e mostruosa false flag operation. Fatta sapendo che l’esercito dei giornalisti mainstream la sventolerà senza sosta.

Salvini unico contro le cazzate dei media

lunedì 27 marzo 2017

Europa mentalmente debole, la Russia è forte

 Aleksandr Dugin - 26/03/2017
Europa mentalmente debole, la Russia è forte
Fonte: Il Foglio
Europa e Stati Uniti hanno spesso ricambiato il favore ad Aleksandr Dugin. Un anno fa, il famoso politologo russo è stato messo alla porta in Grecia. Accompagnato dal patriarca di Mosca Kirill per una conferenza sul Monte Athos, Dugin è stato fermato all’aeroporto di Salonicco e gli è stato comunicato che il suo ingresso all’interno dei territori della Ue gli era interdetto. Un anno prima, il Dipartimento del tesoro degli Stati Uniti lo aveva inserito nella lista dei cittadini russi sotto sanzioni per la crisi ucraina. Un mese dopo è il Canada a mettere sotto embargo Dugin. Di lui hanno scritto tutti, da Foreign Policy, che lo chiama “il cervello di Putin”, al Sole 24 Ore, che la settimana scorsa lo ha definito il “Rasputin di Putin”. Figlio di un ufficiale sovietico, dissidente negli anni Ottanta, avversario di Eltsin negli anni Novanta, Dugin è un pensatore russo che un saggio della rivista australiana Quadrant ha definito “un consapevole folle postmoderno”. Ma un folle con accessi politici importanti. Il suo libro, “Fondamenti della geopolitica”, è usato nelle scuole militari, Dugin è una presenza fissa sulla tv Tsargrad (canale patriottico voluto dal Cremlino e finanziato dal miliardario Konstantin Malofeev) e quando la Turchia ha abbattuto due aerei russi Dugin ha usato i suoi contatti ad Ankara per aiutare Putin a ricucire con Erdogan. Il filosofo coltiva anche relazioni in tutta Europa, come in Grecia, dove è molto amico del ministro degli Esteri, Nikos Kotziás, così come pare ci sia un legame con Steve Bannon, braccio destro di Donald Trump alla Casa Bianca. Dugin ha concesso questa intervista esclusiva al Foglio per spiegare non soltanto le sue idee, ma anche la visione che guida la Russia di Putin. Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha parlato della nascita di un “ordine postoccidentale”. Questo è puro Dugin. Quanto è vicino a Putin? “E’ difficile rispondere, non sono così vicino al presidente come pensano alcuni, ma molte idee che ho espresso in filosofia, in politica, hanno molto influenzato Putin”, ci dice Dugin. “Non bisogna esagerare, anche se è vero che c’è stata un’influenza autentica delle mie idee sul presidente. Le idee hanno un proprio destino, e possono influenzare la logica della politica e della storia. Le idee sono enti viventi e possono trovare molti modi per arrivare alla gente. Il problema con l’occidente è proprio questo, è che non crede più nelle idee, c’è un mondo spirituale dove vivono le idee e che l’occidente non riconosce più”.
 
Ad Aleksandr Dugin chiediamo dove nasca la sua avversione culturale per l’Europa che tanto sembra aver ispirato Putin. “Oggi l’Europa occidentale sta nella trappola della modernità e della postmodernità, il progetto della modernizzazione liberale va verso la liberazione dell’individuo da tutti i vincoli con la società, con la tradizione spirituale, con la famiglia, con l’umanesimo stesso. Questo liberalismo libera l’individuo da ogni vincolo. Lo libera anche dal suo gender e un giorno anche dalla sua natura umana. Il senso della politica oggi è questo progetto di liberazione. I dirigenti europei non possono arrestare questo processo ma possono solamente continuare: più immigrati, più femminismo, più società aperta, più gender, questa è la linea che non si discute per le élite europee. E non possono cambiare il corso ma più passa il tempo e più la gente si trova in disaccordo. La risposta è la reazione che cresce in Europa e che le élite vogliono fermare, demonizzandola. La realtà non corrisponde più al loro progetto. Le élite europee sono ideologicamente orientate verso il liberalismo ideologico”.

A Mosca, la vittoria di Donald Trump è stata accolta con favore, per usare un eufemismo. “Trump negli Stati Uniti ha preso il potere cambiando un po’ questa situazione, e l’Europa si trova oggi isolata”, continua Dugin. “La Russia oggi è il nemico numero uno dell’Europa perché il nostro presidente non condivide questa ideologia postmoderna liberal. Siamo nella guerra ideologica, ma stavolta non è fra comunismo e capitalismo, ma fra élite liberal politicamente corrette, l’aristocrazia globalista, e contro chi non condivide questa ideologia, come la Russia, ma anche Trump. L’Europa occidentale è decadente, perde tutta l’identità e questa non è la conseguenza di processi naturali, ma ideologici. Le élite liberal vogliono che l’Europa perda la propria identità, con la politica dell’immigrazione e del gender. L’Europa perde quindi potere, la possibilità di autoaffermarsi, la sua natura interiore. L’Europa è molto debole, nel senso dell’intelletto, è culturalmente debole. Basta vedere come i giornalisti e i circoli culturali discutono dei problemi dell’Europa, io non la riconosco più questa Europa. Il pensiero sta al livello più basso del possibile. L’Europa era la patria del logos, dell’intelletto, del pensiero, e oggi è una caricatura di se stessa. L’Europa è debole spiritualmente e mentalmente. Non è possibile curarla, perché le élite politiche non lo lasceranno fare. L’Europa sarà sempre più contraddittoria, sempre più idiota. I russi devono salvare l’Europa dalle élite liberal che la stanno distruggendo”.

“Irrisolta la questione ucraina” Ma la Russia non dovrebbe aspirare ad avvicinarsi all’Europa, come sembrava dopo il crollo del comunismo? “La Russia è una civiltà a sé, cristiana ortodossa. Ci sono aspetti simili fra Europa e Russia. Ma dopo il crollo del comunismo, quando la Russia si è avvicinata all’occidente, abbiamo capito che l’Europa non era più se stessa, che era una parodia della libertà, che era decadente e postmoderna, che versava nella decomposizione totale. Questo occidente non ci serviva più come esempio da seguire, per cui abbiamo cercato un’ispirazione nell’identità russa, e abbiamo trovato che questa differenza è fra cattolicesimo e ortodossia, fra protestantesimo e ortodossia, noi russi siamo ereditari della tradizione romana, greca, bizantina, siamo fedeli allo spirito cristiano antico dell’Europa che ha perso ogni legame con questa tradizione. La Russia può essere un punto di appoggio per la restaurazione europea, siamo più europei noi russi di questi europei. Siamo cristiani, siamo eredi della filosofia greca”. Al centro del pensiero di Dugin, accanto alla lotta al liberalismo, è l’Eurasia, a giustificazione dell’ambizione di Mosca di ritornare nelle terre ex sovietiche, dal Baltico al mar Nero, di restaurare il dominio sulle popolazioni non russe, arrivando a stabilire perfino un protettorato sull’Unione europea.

“I paesi vicini alla Russia erano costruzioni artificiali dopo il crollo dell’Unione sovietica e non esistevano prima del comunismo”, dice Dugin al Foglio. “Sono il risultato del crollo comunista. Erano invece parte di una civiltà euroasiatica e dell’impero russo prerivoluzionario. Non c’è aggressione di Putin, ma restaurazione di una civiltà russa che si era dissolta. Queste accuse sono il risultato della paura che la Russia si riaffermi come potere indipendente e che voglia difendere la propria identità. L’Ucraina, la Georgia, la Crimea, hanno fatto tanti errori contro la Russia e aggredito le minoranze russe che vivono in quei paesi”. Ma le avete invase. “La Russia con grande potere ha risposto alle violazioni dei diritti georgiani, osseti, ucraini, abkhazi, crimei. L’Europa non può comprendere l’atto politico per eccellenza, la sovranità, perché essa stessa ha perso il controllo della propria sovranità. Trump ha cominciato a cambiare la situazione negli Stati Uniti e ha ricordato che la sovranità è un valore e noi russi con Putin abbiamo ricordato questo al mondo prima di Trump”. La Russia quindi metterà gli occhi anche sui paesi della Nato al proprio confine, la questione di Kaliningrad, ex Koenigsberg, la patria di Kant, il cuneo fra est e ovest? “Geopoliticamente, i paesi baltici non rientrano nella sfera di interesse dei russi, con la Georgia siamo in un momento di stabilità, il problema resta con l’Ucraina, perché la situazione non è pacifica, non abbiamo liberato i territori dove l’identità pro russa è dominante, dove è vittima di un misto di neonazisti e neoliberali. L’Ucraina resterà il problema numero uno, ma con Trump c’è la possibilità di uscire dalla logica della guerra”.

Europa e islam. Putin si vanta di aver costruito un concordato con l’islam in Russia, mentre l’Europa è sotto attacco islamista. “Il problema non è con l’islam, ma le élite hanno fatto entrare milioni di musulmani, senza integrarli perché c’è un vuoto senza identità”, prosegue Dugin al Foglio. “In questo liberalismo non c’è più assimilazione culturale, gli europei non possono proporre ai migranti un sistema di valori, ma solo la corruzione morale. Questa politica suicida europea non può essere accettata dai migranti musulmani. E l’Europa si impegna per porre i musulmani, soprattutto i fanatici fondamentalisti, continuando a distruggere l’Europa: islamisti da un lato distruggono l’Europa e dall’altro ci pensano le élite liberal. L’ideologia wahabita e dello Stato islamico è il problema, non l’islam tradizionale che è vittima del fanatismo islamista. Senza questa politica dell’immigrazione, l’islam che esiste nelle sue terre non rappresenterebbe un rischio per l’Europa”. “Putin è forte, ma non lascia eredi”.

Da tre anni, la Russia ha costruito l’immagine di un paese che adotta politiche opposte a quelle dell’Europa. “I matrimoni gay e l’Lgbt sono questioni politiche, non morali. Non a caso l’ideologia liberale vuole destrutturare l’idea di uomo e donna. Putin ha compreso questo molto bene e ha cominciato a reagire contro questa visione che distrugge la società. Questo non è il problema della scelta personale e individuale, non ci sono leggi contro l’omosessualità, ma leggi contro la propaganda di questa ideologia gay che distrugge l’identità collettiva, che distrugge le famiglie, che distrugge la sovranità dello stato cercando di cambiare la società civile. Non è una questione morale o psicologica, ma politica”. Dugin è considerato un grande sostenitore di Putin, ma qui ne rivela i limiti.

“La storia è sempre aperta, non possiamo dire cosa sarà della Russia. Per creare un futuro forte e sano per la Russia dobbiamo fare molti sforzi, niente è garantito, ci sono molte sfide per la Russia e Putin è riuscito a rispondere a molte di queste, vincendo. Il problema del nostro paese consiste nella nostra forza e debolezza, Putin garantisce alla Russia la conservazione della sovranità e dell’identità, il ritorno sulla scena della grande Russia, ma siamo anche deboli, perché Putin rappresenta se stesso, non è riuscito a creare una eredità che possa garantire la sopravvivenza di questa idea della Russia. Finché c’è Putin, la Russia ha speranza di essere forte, ma Putin è un problema perché non ha istituzionalizzato la sua linea di pensiero. La Russia oggi è Putin-centrica”. Dunque, cosa vede in serbo per l’Europa? “Sono un seguace di René Guenon, che ha identificato la crisi della società occidentale europea ben prima del XXI secolo. La forma di degradazione spirituale dell’Europa è cominciata con il modernismo, la perdita dell’identità cristiana, ma è arrivato al culmine negli anni Novanta, quando tutte le istituzioni vennero plasmate dal liberismo di destra in economia e dal liberalismo di sinistra nella cultura. L’approvazione dei matrimoni gay mi hanno fatto capire verso dove stava andando l’Europa. Si arriverà presto al momento finale, dopo ci sarà il caos, la guerra civile, la distruzione. Forse è troppo tardi per ribaltare la situazione”.

di Giulio Meotti

lunedì 20 marzo 2017

Il capodanno persiano tra Storia e cucina



 Il capodanno che più sento mio.

Tavola imbandita per il Nowruz
La festa più importante dell’Iran è sicuramente il Nowruz, il capodanno persiano che cade in coincidenza con l’inizio della primavera. Riconosciuto patrimonio dell’UNESCO dal 2010, questa festa viene celebrata anche in tutta l’Asia Centrale, nel Caucaso, in Mongolia (su base regionale) ed ovunque esistano comunità di discendenza iranica. Le origini del Nowruz risalgono ad oltre 3mila anni e sono profondamente connesse alla religione zoroastriana, pratica in Persia prima dell’arrivo dell’Islam. Attraverso questa festa e le sue tradizioni si possono scoprire le radici stesse dell’Iran.
Ufficialmente il Nowruz si celebra il 21 marzo ma può cadere anche un giorno prima oppure un giorno dopo, in base ai calcoli matematici ed astronomici che ogni anno individuano il secondo in cui l’anno iniziano, ossia il Saal Tahvil. In Iran i festeggiamenti iniziano l’ultimo mercoledì dell’anno vecchio e proseguono per tredici giorni, un periodo più lungo rispetto agli altri paesi che festeggiano il capodanno persiano. Coincidendo con l’inizio della primavera, il Nowruz ha un significato profondamente legato alla rinascita ed alla luce che ritorna dopo il buio dell’inverno.
Prima del Nowruz gli iraniani amano comprare abiti nuovi e pulire le loro case. Per benedire il nuovo anno molte persone lasciano un Corano aperto, mentre altre preferiscono un libro del celebre poeta Hafez, nonostante al giorno d’oggi sia sempre più diffuso l’uso dello Shahnemeh, una famosa opera epica di Ferdowsi che narra le imprese degli antichi re persiani. Durante il periodo del Nowruz viene anche reso omaggio agli anziani che regalano ai più piccoli dolci e delle monete in modo da propiziare la fortuna, queste non verranno spese ma saranno conservate con cura.
Di tutto il periodo dei festeggiamenti un valore particolare ha il tredicesimo giorno, detto Sizdah Bedar, quando tutti escono dalle case per andare a trovare gli amici e fare dei pic nic. Il 13 nella cultura persiana è ritenuto un numero sfortunato, per questo gli iraniani credono in tale giorno non si debba rimanere in casa. Nel corso della giornata viene messo all’esterno anche il piatto in cui, dall’inizio del Nowruz, sono state conservati grano o lenticchie, che rappresentano la rinascita della natura. Tradizionalmente vengono liberati dei pesci rossi, ma questo non sempre accade.
Durante tutto l’arco del Nowruz sono molti i cibi che non mancano sulla tavola degli iraniani, dalla frutta alla frutta secca, dalle torte di riso ai biscotti ma particolare importanza ha il Sabzi Polo Mahi, ossia un piatto di pesce fritto oppure affumicato, servito con riso cotto insieme ad erbe fresche. Altri piatti tipici del Nowruz sono il Koukou Sabzi, ossia una frittata con erbe ed il Reshteh Polo vale a dire vermicelli e riso cucinati con cardamomo, coriandolo e zafferano di cui esistono numerose varianti regionali. L’elemento più tradizionale sulla tavola del Nowruz sono le sette s.
Gli studiosi ritengono l’usanza di mettere sul tavolo sette oggetti che,in persiano, iniziano con la lettera s abbastanza recente, tuttavia il numero sette ha un’antichissima valenza simbolica. Il sette arriva nella cultura persiana provenendo dalla Mesopotamia. Nell’impero persiano sette giudici amministravano la legge, sette generali guidavano l’esercito e sette erano gli dei dell’originario pantheon persiano. Gli oggetti che vengono messi sulla tavola possono variare, ma il loro significato rimane di estrema importanza per il Newroz. Eccone alcuni tra i più importanti:
  • Seeb (mela) rappresenta la bellezza
  • Sabze (erba verde) rappresenta la rinascita
  • Serke (aceto) rappresenta la pazienza
  • Samanoo (un piatto a base di grano) rappresenta la feritilità
  • Sonbol (giacinto) rapppresenta la primavera
  • Sekke (moneta) rappresenta la prosperità
  • Seer (aglio) rappresenta la buona salute
Oltre a questi sulla tavola iraniana durante il Nowruz possiamo trovare:
  • Somagh (sommaco) rappresenta l’alba
  • Senjed (frutta secca) rappresenta l’amore
  • Sham (candela) rappresenta l’illuminazione
  • Shirini (caramelle) rappresentano la dolcezza

Scopri 10 piatti tipici della cucina iraniana!

lunedì 13 marzo 2017

Trump sta facendo un enorme regalo al mondo. Senza volerlo.

Molti si aspettavano che il presidente Trump avrebbe rivelato al mondo la verità sull'11 settembre. Molti si aspettavano che il presidente Trump avrebbe ristabilito un equilibrio geopolitico mondiale, togliendo alla Russia l'odiosa caratterizzazione di "stato canaglia". Molti si aspettavano (e tuttora sperano) che il presidente Trump riveli al mondo la verità sulla correlazione tra vaccini e autismo.
Mentre probabilmente nessuna di queste speranze si avvererà fino in fondo, c'è il rischio che il Donald Trump porti a termine, senza nemmeno volerlo, la completa demolizione della credibilità dei media mainstream.
Trump infatti è talmente impegnato a portare avanti la battaglia per proteggere le bugie che lui stesso si inventa quotidianamente, che senza volerlo sta minando alle fondamenta il ruolo ultracentennale che ha avuto fino ad oggi la stampa di regime: quello di stabilire che cosa fosse "la verità".

Ecco alcuni esempi di come opera Trump.
Quando si è inventato che "la questione del global warming è una invenzione dei cinesi per danneggiare la nostra economia", i giornalisti gli hanno chiesto di portare qualche prova di questa sua affermazione, ma Trump ha preferito mandarli al diavolo dicendo che "i giornaslisti non hanno la minima idea di come giri il mondo".
Quando Trump si è inventato che la Clinton ha vinto il voto popolare "solo perché 3 milioni di elettori illegali hanno votato per lei", la stampa gli ha chiesto di dimostrare le basi di questa sua affermazione. Ma lui, invece di portare le prove di quello che sosteneva, ha attaccato la stampa dicendo che sono "le persone più disoneste che esistano sul pianeta".
Quando Trump si è inventato che Obama ha fatto mettere sotto controllo i telefoni della Trump Tower durante le elezioni, i giornalisti gli hanno chiesto di portare le prove per queste sue affermazioni. Ma lui, invece di portare le prove di quello che sosteneva, ha preferito attaccare giornalisti, definendoli dei "miserabili bugiardi, nemici del popolo americano".
Avanti di questo passo, è chiaro che la capacità della stampa mainstream di chiedere conto a chiunque di ciò che afferma si stanno affievolendo rapidamente. Se non riescono a far ammettere ad un presidente che ha detto una falsità plateale sotto gli occhi di tutti, come potranno mai riuscire a farlo in situazioni molto più ambigue e fumose di quelle - clamorose - che hanno visto Trump come protagonista?
Negli anni '70 infatti, la percentuale di americani che considerava il mainstream media come "fonte affidabile di notizie" era intorno al 70%. Nel 2015, questa percentuale era calata al 40% circa. E nell'autunno del 2016, dopo che Trump aveva iniziato i suoi attacchi sistematici contro la "stampa bugiarda", tale percentuale era scesa ancora, fino al 32%.
E da un sondaggio effettuato dall'Emerson College in febbraio, è risultato che il 49 per cento degli elettori americani ritiene oggi Trump "più veritiero" dei news media, contro il solo 39% che ha invece l'opinione contraria.
La cosa paradossale è che, nel momento stesso in cui la stampa viene etichettata come "bugiarda", la stampa stessa non ha più nessuna possibilità di dimostrare che ciò non è vero. E di certo non l'aiuta l'enorme camera di risonanza costituita oggi dai social media, che tendono sistematicamente a confondere e rendere ancora più fumose certe situazioni già poco chiare.
Insomma, il bugiardo che ha deciso di difendere le proprie invenzioni dando del bugiardo agli altri, sta per fare un regalo enorme al mondo intero, senza volerlo: quello di togliere alla stampa mainstream - i veri bugiardi di professione - la autorevolezza e la credibilità di cui fino ad oggi ha goduto.
Le conseguenze, da questo punto in poi, possono stare solo nell'immaginazione di chiunque.
Massimo Mazzucco    fonte https://www.luogocomune.net

lunedì 6 marzo 2017

Web, 10 milioni di voci libere: ecco perché il Ddl Gambaro

Fonte http://www.libreidee.org
Se carico filmati erotici su YouTube mi chiudono l’account, se li carico su YouPorn posso fare milioni di visionamenti. Se pubblicizzo medicine che possono avere effetti dannosi è Ok, se informo sulla relazione tra vaccini e casi di autismo fuorvio l’opinione pubblica. Se insulto il Capo dello Stato su una pagina Facebook che ho aperto in Italia rischio sanzioni e galera, se lo faccio da una pagina aperta in un’altra nazione deregolata non mi succede niente. C’è qualcosa che non va. Gli estensori del Ddl Gambaro non se ne rendono conto? Strano! Nessuno può ancora pensare che noi siamo qui a discutere questioni risolvibili con leggi nazionali. Credo che siate d’accordo. La libertà e il controllo nel web, le norme che dovrebbero regolarlo, i grandi soggetti che lo hanno costruito e lo animano… e così via, sono a ogni effetto questioni e soggetti globali, quindi è meglio alzare il punto di vista dell’osservatore, il più in alto possibile, per cercare di avere una visione d’insieme di un fenomeno molto esteso, molto dinamico e complesso.
Alle Nazioni Unite, per esempio, sin dal 1995 si pose la questione delle norme nel web. Dieci anni dopo – a seguito del debutto di YouTube, nel 2005, e poi di Facebook – una delle agenzie Onu, la International Telecommunications Union di Ginevra, Glauco Benignicominciò a convocare tutti i soggetti interessati agli Igf, “Forum sulla Governance di Internet”. Proprio ieri si sono avviate le prime consultazioni dell’Igf 2017 a Ginevra e i lavori, in questo momento, sono in corso. Quali sono le aspettative e i risultati dopo 12 anni di incontri? Scarsi. Perché? Per tanti motivi. La materia è in costante progresso, coinvolge centinaia di trattati internazionali e contrappone gli interessi dei governi (e dei militari) a quelli dei mercanti e a quelli dei popoli. I mercanti non amano il metodo di voto dell’Onu dominato dalla presenza dei governi, quindi rallentano e impediscono le decisioni in nome della libertà di commercio e della frenetica innovazione tecnologica, e hanno fatto adottare all’assemblea il sistema multi stake holder. Questo modello di misurazione delle volontà riconosce agli stake holders, ovvero i portatori di interessi, pari peso e dignità.
Chi sono gli stake holders? Governi, aziende (sia commerciali che tecnologiche), accademie e la società civile. Quindi, quando si tratta di decidere rispetto alla governance di Internet, un governo ha pari peso e dignità di una multinazionale. È così. Al tavolo è chiamata ad esprimersi anche la società civile, ma le sue rappresentanze non hanno fondi e spesso sono organizzate in grandi sigle internazionali che vivono ufficialmente di donazioni, ma in realtà sono interlocutori senza voce mossi da lobbisti occulti. Risultato? A parte qualche modifica dell’Icann – l’anagrafe planetaria del web, voluta dal ministero del commercio Usa, che attribuisce nomi e domini – ciò che si è ottenuto in 12 anni è stato solo il mantenimento e l’esaltazione del dialogo. Un risultato apprezzabile – dicono i liberisti – che ha consentito alla Rete di crescere, espandersi e di non spezzarzi in “N” tronconi: una rete cinese, una araba, una occidentale e così via. È così! Lo stato del dibattito è molto alto e vivace, durante gli Igf, ma non si arriva a nulla se non a fotografare ciò che i giganti del web modificano incessantemente a loro vantaggio. In La senatrice Adele Gambarosostanza la Rete (di tutti) è nelle salde mani di pochi, cosiddetti Over the Top, che ne fanno ciò che vogliono. È strano che i firmatari del Ddl Gambaro non lo sappiano.
Passiamo all’Europa. Nel nostro continente le istituzioni preposte alla creazione di regole per il web sono apparse molto distratte, che strano!, e hanno tollerato l’insediamento dei giganti in territori fiscalmente agevolati e deregolati, quali l’Irlanda e il Lussemburgo, fino ad accorgersi recentemente che: 1) i giganti Over the Top, guarda caso, tutti originati in Usa, non pagano in Europa le tasse che dovrebbero. Secondo “Forbes”, nel 2016, si tratterebbe di cifre comprese tra 50 e 70 miliardi di euro/anno sottratti al fisco da quegli stessi soggetti ai quali qualcuno vuole affidare il controllo delle “fake news” in Rete. Strano anche questo. 2) L’Europa si è accorta anche che la Rete può essere la sede di attività losche e violente. In qualche anno si è passati dall’indignazione per gli schiaffoni in classe filmati e caricati su YouTube, alla scoperta del traffico di organi nel cosiddetto deep web e dei siti che organizzano stragi. A quel punto le istituzioni europee hanno cercato di correre ai ripari, ma non risulta che ci sia alle viste un testo di norme condivisibile da tutti gli Stati membri, pertanto ogni governo locale sta agendo in modo autonomo e diverso dagli altri.
La vicenda del Ddl Gambaro si inscrive in questa scena. Poco più di un mese fa, il 25 gennaio 2017, l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, un organismo internazionale privo di poteri e che non ha niente a che fare con il Consiglio Europeo, ha approvato il rapporto “Media online e giornalismo: sfide e responsabilità”, presentato dalla senatrice Gambaro. Obiettivo: promuovere la disciplina dell’informazione online come avviene per quella offline, usando gli strumenti già a disposizione negli ordinamenti giuridici nazionali… e consentendo ai giganti del web l’uso di selettori software (algoritmi) per «rimuovere i contenuti falsi, tendenziosi, pedopornografici o violenti». La senatrice è tornata a casa con questa missione e che ha fatto? Il 7 febbraio ha presentato un Ddl al Senato che: ha molto poco a che vedere con il suo rapporto presentato al Consiglio d’Europa, in cui si disegnava una scena ben più ampia e complessa; sembra scritto da sacerdoti della Verità di Stato; utilizza gli Googleordinamenti giuridici nazionali soprattutto in chiave di repressione locale; adombra infine un sogno: la soluzione è il rilancio di un immenso Ordine dei giornalisti, disclipinati da una legge di 60 anni fa!
Il ruolo e le responsabilità dei giganti del web non vengono mai menzionati. Strano! Eppure, lo sanno tutti, i maggiori players della vicenda Internet sono un drappello di corporations targate Usa. Tra queste: Google-YouTube (confluita in Alphabet), Facebook, Amazon, e-Bay, Yahoo, PayPal. Ognuno di loro, è stato ampiamente dimostrato, chi più chi meno, lavora alacremente a raccogliere Big Data e li passa poi ai pubblicitari e ai servizi segreti. Addirittura, per legge (il Patriot Act), li passa alla Nsa statunitense. Queste sono le loro principali ragion d’essere. Il loro ruolo, dopo una stagione di seduzione, di promesse di libertà di espressione e di uguaglianza e dopo la nascita dei social network, si è rivelato per quello che è: sono megastrutture “pompate nelle Borse”, grandi evasori fiscali, al servizio dei mercanti globali, alleate con alcuni governi e in guerra con altri. Il loro fine ultimo è concedere visibilità in cambio della gestione e del controllo della privacy, degli spazi pubblicitari e dell’e-commerce. In pochi anni hanno mutato la vita sociale, la produzione della cultura, il commercio, e hanno creato stili di vita sempre più uniformi.
Grazie all’immenso fenomeno dei “contenuti generati dagli utenti”, ai sistemi di cross selling in rete, all’impero delle carte di credito, l’alleanza Ott–mercanti, a partire dal 2009 ha prodotto enormi risultati. Tra questi è rilevante l’avvenuta sudditanza dei media mainstream al potere, che era già in latenza ma si è conclamata, grazie alla sottrazione di risorse pubblicitarie che sono state destinate al web. Oggi nessun editore è ormai più indipendente, tutti vengono usati a sostegno della visione di potere… e forse questo è anche il motivo per cui il Ddl Gambaro li esclude dalle sanzioni? E arriviamo ai “contenuti generati dagli utenti”, i Cgu (blogs, pagine Fb, canali Yt). Credo sia la prima volta che vengono menzionati con tale dicitura – all’articolo 8 – in un Ddl. Le sanzioni e le pene sono pensate soprattutto per loro. Questo imponente fenomeno che coinvolge nel mondo 2 miliardi Facebookdi utenti solo su Fb e Yt, riguarda in Italia 50 milioni di accounts. E di questi il 10% è considerabile “antagonista”. Il fenomeno non è mai stato analizzato a fondo da giuristi, economisti e politici. I Cgu hanno scardinato negli ultimi 12 anni alla radice la comunicazione di massa e quindi anche la politica e il costume. Ma ora si stanno rivelando un boomerang. Perché?
Avendo ridotto di molto l’autorevolezza dei media tradizionali ed essendosi sostituiti ad essi in occasioni altamente strategiche grazie a testimonianze scritte e filmate imprevedibili e non controllabili, i Cgu hanno consentito la misurazione di una mente collettiva tumultuosa, non conformista, populista e non riconducibile alla divisione classica destra/sinistra. Però molto reale, attiva e determinante per l’organizzazione del consenso non solo elettorale (vedi Brexit, No alla riforma costituzionale, Trump e il dibattito su Europa matrigna, euro, signoraggio bancario, debito predatorio). Quindi il potere cerca di correre ai ripari. La domanda è: perchè non c’è stato il setaccio alle origini? Perchè non ci doveva essere. Almeno nella fase in cui gli Ott hanno usato i Cgu per raggiungere alcuni obiettivi prima impensabili, tra i quali la sudditanza generalizzata. Per diventare sudditi e partecipare all’orgia digitale bastava e basta un semplice “I accept”… “Io accetto le norme di chi mi ospita”. Oggi, però, su pressione di alcuni governi e potentati, gli Ott stanno cominciando a “setacciare”… tanto, gli obiettivi delle origini sono per loro stati raggiunti, i Big Data sono stati accumulati, la pubblicità ingannevole dilaga a costi minimi per gli inserzionisti; il mainstream è asservito, centinaia di milioni di umani vengono veicolati all’acquisto di merci e servizi di massa, globalizzati e inquinanti. I mercanti hanno vinto, ora “selezionano” le truppe digitali che appaiono non ossequiose.
Accenniamo ora all’evanescente concetto di “fake news”, bufale, notizie vero/falso… questo tipo di comunicazione esiste da sempre (dai tempi di Nerone, dai tempi di Giordano Bruno). La novità è che la rete è un enorme amplificatore di tutto, quindi anche di “fake news”, le sue caratteristiche di velocità e ubiquità e possibile anonimità, la rendono una dimensione in cui il vero e il falso possono coincidere nello stesso spazio tempo. Questo determina aspetti politici e sociali inaspettati. Quando il potere planetario, organizzato nelle sue diverse aree di influenza, nonostante abbia sottratto sovranità ai governi locali, si accorge che i media al suo servizio non sono in grado di raggiungere un’organizzazione del consenso per esso soddisfacente; quando si accorge che esistono sacche quali Wikileaks e Anonimous e milioni di Cgu che sono incontrollabili e destabilizzanti, Julian Assange, fondatore di Wikileaksil potere planetario si innervosisce e tira le orecchie ai governi locali lanciando una semplice parola d’ordine, “meno libertà e più controllo… datevi da fare, ognuno sul proprio territorio”. E così si mette in moto la macchina del controllo e talvolta, come nel caso del Ddl Gambaro, va fuori strada e diventa la macchina della repressione.
I firmatari tentano di addolcire la pillola con le proposte di alfabetizzazione e promozione dell’uso critico dei media online. Bene! Oltre che nelle scuole secondarie (se mai la faranno) la facessero in prima serata sulle reti Rai, visto che tanto paghiamo sempre noi. Ma diciamoci una verità: perchè il Ddl Gambaro non menziona e reprime le bufale diffuse dalla pubblicità e dai media mainstream? Perchè non controlla e reprime le migliaia di “fake news” che ogni giorno circolano in Rete mascherate da suggerimenti per fare affari nelle Borse? O addirittura per salvare i risparmi di una vita, mettendoli in realtà a rischio? Queste sì che sono fake news destabilizzanti. Eccome! Noi però non possiamo dimenticare che «la democrazia punisce i fatti compiuti mentre è la dittatura che punisce le opinioni».
(Glauco Benigni, “I grandi mercanti del web ora vogliono setacciare gli utenti”, da “Megachip” del 3 marzo 2017. Benigni è presidente di Wac, Web Activists Community).

venerdì 24 febbraio 2017

Reddito di schiavitù

Una delle proposte che sembra acquisire sempre più consenso politico è il reddito di cittadinanza, visto dalla gente come un netto miglioramento delle condizioni sociali e arma efficace contro povertà e indigenza.
Un’altra categoria di entusiasti promotori di questa soluzione sono i tecnocrati e i loro appassionati portavoce.
Non si contano più i video in cui con belle musichette e slogan ammiccanti, si promette un futuro migliore grazie alle nuove tecnologie, verdi, rinnovabili, sostenibili. E grazie all’automazione.
Due enormi inganni.
Il primo è pensare che possa esistere una tecnologia buona: andando a scavare, qualsiasi nuova tecnologia “green” è in realtà un bluff che va ad annullare lo sfruttamento della tecnologia che sostituisce, solo lo rende diverso. Ma questo punto sarebbe troppo lungo da spiegare perciò vi rimando questi link:
https://goo.gl/iDVK1J
https://goo.gl/HbO8tU
https://goo.gl/AUmV0q
https://goo.gl/TZYqEC
https://goo.gl/RDiiX5
https://goo.gl/ugQvHF

Premetto già che non degnerò di un secondo del mio tempo le varie argomentazioni tipo “ma la tecnologia è uno strumento, dipende da come la usi” oppure “ma anche tu stai usando un pc”. Sono argomenti che ho già affrontato e che troverete in quel link.
Parliamo invece di questa salvifica automazione.
L’automazione viene venduta come liberazione dell’uomo dal lavoro. Infatti alcuni stimano che si potrebbe automatizzare il 90% del lavoro su questo pianeta. Sono due i motivi principali per cui questo non avviene: il primo è perché per alcuni tipi di lavoro non esiste ancora la tecnologia necessaria (e quindi un po’ di pazienza); il secondo è perché l’economia stessa vi rema contro, visto che questa si basa sul lavoro e il giochetto andrebbe all’aria. Quindi secondo i tecno-entusiasti avremmo anche una specie di lotta tra i poteri forti economici e la buona tecnologia che ci libera dal gioco del lavoro e dell’economia in un colpo solo. Pensa te che roba!
E pensa te invece quanto siamo fessi nel gioire del fatto che il 90% dei lavori sono automatizzabili…ma che c’è da gioire? Sapete cosa significa? Che questo mondo è fatto per il 90% PER le macchine, non per l’uomo. Questo dovrebbe farci porre seri quesiti sul percorso che abbiamo intrapreso e dove la tecnologia ci ha portati. In questo senso la tecnologia non è diversa dall’economia: è un mostro che abbiamo creato e dal quale dipendiamo totalmente, al quale dobbiamo sottostare, adeguarci, obbedire e servire. È un qualcosa che sembra darci una mano, ma fa esattamente l’opposto rendendoci macchine a nostra volta, utilitaristi, normati, separati, freddi, ripetitivi, in un ambiente appunto fatto per le macchine, non per noi, perché la tecnologia è il padrone e noi il servitore, esattamente come funziona per l’economia.
E se dovessimo automatizzare tutto? Questo ci ridarebbe una dimensione umana? Secondo voi il problema che ci ha convinti a essere usati come macchine, in un sistema folle, si risolverà mettendo delle macchine al nostro posto e lasciando la follia che abbiamo costruito così com’è? Ovviamente no, avremo lo stesso mondo fatto per le macchine, gestito da macchine.
E come ha sintetizzato un matematico della Berkley più di 20 anni fa, in un mondo gestito da macchine avremo due possibilità: lasciare il totale controllo decisionale alle macchine o mantenerlo in mano nostra.
Nel primo caso appare chiaro che lasciando completa autonomia alle macchine, saremmo alla loro mercé: loro avrebbero il potere totale, noi possiamo solo sperare che continueranno ad agire per il nostro bene. Altrettanto ovviamente questo scenario difficilmente potrà piacere a qualcuno.
Nel secondo caso, quello ovviamente più auspicato da tutti, se volessimo mantenere il controllo, potremmo comunque arrivare a un punto in cui intelligenze artificiali avanzatissime, che si autoreplicano, che imparano, gestiranno un sistema talmente complesso che le macchine saranno migliori di noi nel prendere decisioni. Decisioni che saranno fuori dalla nostra portata (già lo sono adesso in molti campi) e quindi il potere e il controllo si troverà a scivolare comunque dalle nostre mani alle loro, ritenute ovviamente più capaci, più veloci, perfette… per il mondo-macchina che abbiamo creato.
Ma poniamo anche il caso in cui si riesca davvero a mantenere il controllo. Di che controllo stiamo parlando? Stiamo parlando di controllare al massimo il nostro pc, l’intelligenza artificiale di casa nostra, della nostra automobile, magari gestire l’impianto neuronale che sostituirà la fallace memoria umana… ma il controllo sui sistemi più grandi sarà sempre nelle mani di una stretta élite, esattamente come oggi ma peggio perché il loro controllo, proprio grazie alla convergenza tecnologica di nanotecnologie, scienze informatiche, neuroscienze, genetica e bio-banche, sarà capillare, sino a livello biologico, sarà controllo totale. Ancor peggio sarà controllo totale su una popolazione divenuta ormai praticamente inutile al sostentamento del sistema proprio grazie all’automazione. Riuscite a farci un pensierino?
Tornando a noi, allora, che c’entra il reddito di cittadinanza con tutto questo? Ragioniamoci su un attimo. Quando mai, a parte rare occasioni che sono subito rientrate nei ranghi, la tecnologia è stata in contrasto con l’economia? La tecnologia e la scienza sono sempre state al servizio dell’economia, infatti le ricerche dipendono quasi esclusivamente dai finanziamenti militari o di imprese private per scopi aziendali, più che altro aziende farmaceutiche (che saranno proprietarie di quelle ricerche, dei dati acquisiti ed anche delle tecnologie risultanti).
Alla tecnologia servono cose, servono fabbriche. La tecnologia si basa sul produttivismo che si basa sulle regole dell’economia. Ma se nessuno lavora perché i lavori sono stati automatizzati e quindi nessuno avrà reddito, a chi venderanno la loro spazzatura tecnologica?
Ecco a cosa serve il reddito di cittadinanza: è la mancia dei padroni che, quando saremo rimasti senza lavoro, ci garantirà il minimo indispensabile per continuare ad essere i loro acquirenti, permetterà al giochetto produci-consuma di non rompersi. Sarà appena il necessario sufficiente a permetterci di trascinarci coi gomiti nel deserto freddo, disumano e controllato che creeranno, mentre nuovi bisogni indotti saranno creati e inseguiti, fatti passare per progresso, mentre il mondo continuerà a collassare, magari più lentamente, in un’infinita agonia silenziosa, ma con un bel sorriso scintillante in nano carbonio.
Ed il potere avrà di nuovo solo cambiato volto.