.Nisargadatta Maharaj. La meraviglia è l'alba della sapienza

L’appercezione in cui tutto sorge, è questa la realtà. Un’appercezione pura e chiara, quella che chiamano l’occhio di Dio.Karl Renz

« La persona non- risvegliata vive nel suo mondo, la persona risvegliata vive nel mondo. » Andrew Cohen

Finché immagino "come dovrei essere", continuerò ad essere quello che sono ora.U.G.Krishnamurti

"Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti." Eraclito

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezzaBenjamin Franklin

In televisione non c'è la pubblicità, il mezzo televisivo è "solo" pubblicità.Dioniso 777


Upton Sinclair, “è difficile far capire qualcosa ad un uomo quando il suo stipendio dipende dal suo non capire”.


lunedì 28 agosto 2017

Fantastico documentario nord coreano .PROPAGANDA ASSOLUTAMENTE DA VEDERE,PER RIFLETTERE

Tutto,meno che dittatura la nord corea,alta psicologia,ci conoscono benissimo.
 Presentato da un anonimo professore nordcoreano, questo film propagandistico anti-occidentale attacca l'attenuazione morale, la manipolazione politica e l'iper-consumismo che caratterizzano il mondo occidentale. Nei capitoli con titoli come "Storia della riscrittura", "Pubblicità" e "Il culto della celebrità", siamo trattati in una serie di eccessi occidentali e globalizzazione più imbarazzanti, la "guerra psicologica" a opera di multinazionali, Consumatori e il fallimento della democrazia. Poi c'è tempo per la cultura "Grab it!" Dell'1% e un ulteriore deterioramento morale nella forma di Paris Hilton, spettacoli televisivi etici e film e giochi violenti. Verso la fine di questo pezzo di propaganda, il ruolo della Corea del Nord in tutto questo diventa chiaro: il paese vorrebbe offrire se stesso come sede per la lotta crescente contro la schiavitù dei consumatori e l'avidità in tutto il mondo.
"In un viaggio per visitare la famiglia a Seul in aprile, mi è stato avvicinato da un uomo e una donna che hanno dichiarato di essere defunti di Corea del Nord. Mi hanno presentato con un DVD che recentemente è venuto in loro possesso e mi ha chiesto di tradurlo. Hanno anche chiesto di pubblicare il film completato su Internet in modo da poter raggiungere un pubblico in tutto il mondo. Ho creduto a quello che mi è stato detto e un accordo è stato fatto per proteggere le loro identità (e la mia).
Nonostante le mie preoccupazioni su ciò che stavo vedendo quando sono tornato a casa, ho continuato a tradurre e pubblicare il film su You Tube a causa del contenuto straordinario del film. Ora ho reso pubblico la mia convinzione che questo film non è mai stato destinato ad un pubblico interno nella RPDC. Invece, credo che queste persone, che si sono presentate come "defettori" mi hanno specificamente mirato a causa della mia reputazione di traduttore e interprete.
Inoltre, credo che queste persone lavorino per la RPDC. Il fatto che ho continuato a tradurre e postare il film nonostante questo credo non mi faccia complicare nella loro intenzione di diffondere la loro ideologia. Ho scelto di continuare a pubblicare questo film perché - a prescindere da chi lo ha fatto - credo che le persone dovrebbero vedere i t per le questioni che solleva e sono in piedi per il mio diritto di inviarlo per le persone a condividere e discutere liberamente tra di loro

domenica 20 agosto 2017

INTERPRETAZIONI DIVERGENTI IN SENO AL CAMPO ANTIMPERIALISTA

Fonte http://www.comedonchisciotte.net
Quando, nel 2011, gli jihadisti attaccarono il suo Paese, la reazione del presidente Bachar el-Assad fu controcorrente: invece di rafforzare i poteri dei servizi di sicurezza, li ridusse. Ora, sei anni dopo, la Siria sta per uscire vincitrice dalla più importante guerra dopo il Vietnam. Lo stesso tipo di aggressione si sta verificando in America Latina, che però risponde in maniera molto più canonica. Thierry Meyssan illustra le differenze di analisi e strategia del presidente Assad, da un lato, e dei presidenti Maduro e Morales dall’altro. Non è questione di mettere questi leader in concorrenza fra loro, ma di invitarli a prescindere dagli indottrinamenti politici e di tener conto delle guerre più recenti.


L’operazione di destabilizzazione del Venezuela continua. Nella fase iniziale, gruppuscoli violenti che manifestavano contro il governo hanno ucciso dei semplici passanti e persino cittadini che si erano uniti alla loro protesta. In una seconda fase, i grandi distributori di derrate alimentari hanno organizzato una penuria di beni nei supermercati. In seguito, appartenenti alle forze dell’ordine hanno attaccato ministeri, fatto appello alla ribellione e sono entrati in clandestinità.
La stampa internazionale continua ad attribuire i morti delle manifestazioni al “regime”, sebbene numerosi video dimostrino che si tratta di assassinii deliberatamente perpetrati dagli stessi manifestanti. Fondandosi su queste informazioni menzognere, i media definiscono «dittatore» il presidente Nicolas Maduro, come fecero sei anni or sono con Muammar Gheddafi e Bachar el-Assad.
Gli Stati Uniti hanno utilizzato l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) contro il presidente Maduro, come, a suo tempo, utilizzarono la Lega Araba contro il presidente el-Assad. Senza aspettare di essere esclusa dall’OSA, Caracas ne ha denunciato i metodi ne è uscita.
Ciononostante, il governo Maduro ha subito due fallimenti:
-  Gran parte dei suoi elettori non sono andati a votare nelle le elezioni legislative di dicembre 2015, consentendo in tal modo all’opposizione di ottenere la maggioranza in parlamento.
-  Si è fatto prendere alla sprovvista dalla penuria di derrate alimentari, sebbene un’operazione analoga fosse stata in passato organizzata in Cile, contro Allende, e in Venezuela, contro Chávez. Ci sono volute parecchie settimane perché il governo riuscisse a organizzare nuovi circuiti di approvvigionamento.
Con ogni probabilità, il conflitto avviato in Venezuela non si fermerà alle sue frontiere. Infiammerà tutto il nord-ovest del continente sudamericano e i Caraibi.
Un passo aggiuntivo sono i preparativi militari in corso in Messico, Colombia e Guyana Britannica contro Venezuela, Bolivia ed Equador. Il coordinamento è opera dell’équipe dell’ex Ufficio Strategico per la Democrazia Globale (Office of Global Democracy Strategy); unità creata dal presidente Bill Clinton, continuata dal vice-presidente Dick Cheney e da sua figlia Liz. Mike Pompeo, attuale direttore della CIA, ha confermato l’esistenza dell’organizzazione, inducendo la stampa, e poi il presidente Trump, a parlare di un’opzione militare statunitense [contro il Venezuela].
L’équipe del presidente Maduro non ha ritenuto, per salvare il proprio Paese, di seguire l’esempio del presidente el-Assad. Secondo Maduro e i suoi collaboratori, le situazioni dei due Paesi sono totalmente differenti. Gli Stati Uniti, principale potenza capitalista, aggredirebbero il Venezuela per impossessarsi del suo petrolio, secondo uno schema più volte collaudato in tre continenti. Questa prospettiva è stata ribadita da un recente discorso del presidente boliviano, Evo Morales.
È importante ricordare che il presidente Saddam Hussein, nel 2003, e la Guida Muhammar Gheddafi, nel 2011, nonché numerosi consiglieri del presidente Assad hanno ragionato allo stesso modo. Hanno ritenuto che gli Stati Uniti avessero aggredito Afghanistan e Iraq, poi Tunisia, Egitto, Libia e Siria solo per far cadere regimi che opponevano resistenza all’imperialismo americano, e poter così controllare le risorse d’idrocarburi del Medio Oriente allargato. Ancora oggi numerosi autori antimperialisti insistono in quest’analisi, cercando, per esempio, di spiegare la guerra alla Siria con l’interruzione del progetto di gasdotto del Qatar.
Ebbene, un tale ragionamento si è dimostrato falso. Gli Stati Uniti non cercavano né di rovesciare governi progressisti (Libia e Siria) né d’impadronirsi del petrolio e del gas della regione, ma di distruggere Stati, di ricacciare popolazioni nella preistoria, al tempo in cui «l’uomo era lupo per l’uomo».
I rovesciamenti di Saddam Hussein e di Muhammar Gheddafi non hanno ristabilito la pace. Le guerre sono continuate nonostante l’insediamento di un governo d’occupazione in Iraq e poi, nella regione, di governi cui partecipano collaboratori dell’imperialismo, oppositori delle indipendenze nazionali. Le guerre continuano, a dimostrazione che Washington e Londra non volevano rovesciare regimi né difendere democrazie, bensì conculcare popoli. È una constatazione fondamentale che stravolge la comprensione dell’imperialismo contemporaneo.
Questa strategia, radicalmente nuova, cominciò a essere insegnata da Thomas P. M. Barnett dopo l’11 settembre 2001. È stata resa pubblica ed esposta nel marzo 2003 — ossia appena prima della guerra contro l’Iraq — in un articolo di Esquire, poi nel libro eponimo The Pentagon’s New Map, però è apparsa talmente crudele che nessuno ha creduto potesse essere applicata.
L’imperialismo ha bisogno di dividere il mondo in due: da un lato, una zona stabile che gode dei benefici del sistema, dall’altro un caos spaventoso in cui nessuno più pensa a resistere, ma unicamente a sopravvivere; una zona in cui le multinazionali possano estrarre le materie prime di cui hanno bisogno senza rendere conto ad alcuno.
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Secondo questa mappa, estratta da un Powerpoint presentato da Thomas P. M. Barbett nella conferenza tenuta nel 2003 al Pentagono, tutti gli Stati della zona rosa devono essere distrutti. Questo progetto non ha nulla a che fare né, sul piano nazionale, con la lotta di classe, né con lo sfruttamento di risorse naturali. Dopo il Medio Oriente allargato, gli Stati Uniti si apprestano a ridurre in rovina l’America Latina del nord-ovest.
Dal XVII secolo e dalla guerra civile britannica, l’Occidente si è sviluppato nell’ossessione del caos. Thomas Hobbes ci ha insegnato a sottometterci alla ragione di Stato piuttosto che rivivere il tormento del caos. La nozione di caos è ricomparsa solo dopo la seconda guerra mondiale, con Leo Strauss. Questo filosofo, che ha personalmente formato esponenti del Pentagono, voleva costruire una nuova forma di potere affondando una parte del mondo nell’inferno.
L’esperienza jihadista in Medio Oriente allargato ci ha mostrato cos’è il caos.
Il presidente el-Assad, dopo aver reagito in modo prevedibile agli avvenimenti di Deraa (marzo-aprile 2011), ossia inviando l’esercito a reprimere gli jihadisti della moschea al-Omari, è stato il primo a capire quel che stava succedendo. Invece di accrescere i poteri delle forze dell’ordine per reprimere l’aggressione esterna, ha dato al popolo gli strumenti per difendere il proprio Paese.
Innanzitutto ha revocato lo stato d’emergenza, dissolto i tribunali speciali, liberalizzato le comunicazioni internet, vietato alle forze armate di usare armi, qualora, così facendo, innocenti fossero messi in pericolo.
Queste decisioni, diverse da quanto la logica dei fatti avrebbe suggerito, implicavano pesanti conseguenze. Per esempio, durante un attacco a un convoglio militare a Banias, i soldati si sono astenuti dall’usare armi per legittima difesa. Hanno preferito essere mutilati dalle bombe degli assalitori, e talvolta morire, piuttosto che sparare con il rischio di ferire gli abitanti, che li guardavano lasciarsi massacrare senza reagire.
Come molti all’epoca, anch’io ho pensato che Assad fosse un presidente debole, che i soldati fossero troppo leali, che la Siria sarebbe stata distrutta. Tuttavia, sei anni dopo Bachar el-Assad e le forze armate siriane hanno vinto la scommessa. All’inizio, i soldati hanno lottato soli contro l’aggressione straniera. Poi, poco a poco, ogni cittadino si è impegnato, ciascuno secondo le proprie possibilità, nella difesa Paese. Quelli che non hanno potuto o voluto resistere sono andati in esilio. I siriani hanno certamente molto sofferto, ma la Siria è l’unico Paese al mondo, dopo la guerra del Vietnam, ad aver resistito fino a che l’imperialismo s’è stancato e ha rinunciato.
In secondo luogo, di fronte all’invasione di una moltitudine di jihadisti provenienti da tutte le popolazioni mussulmane, dal Marocco alla Cina, il presidente Assad ha deciso di abbandonare parte del territorio per salvare il proprio popolo.
L’Esercito arabo siriano si è ripiegato nella “Siria utile”, ossia nelle città, abbandonando campagne e deserti agli aggressori. Nel frattempo Damasco provvedeva senza interruzione all’approvvigionamento alimentare in tutte le regioni controllate. Contrariamente a un preconcetto dell’Occidente, la carestia ha imperversato solo nelle zone controllate dagli jihadisti e in qualche città da loro assediata; i “ribelli stranieri” (scusate l’ossimoro) venivano approvvigionati dalle associazioni “umanitarie” occidentali perché utilizzassero la distribuzione di pacchi alimentari per sottomettere le popolazione da loro stessi affamate.
Il popolo siriano ha toccato con mano che a nutrirlo e proteggerlo era la Repubblica, non i Fratelli Mussulmani e i loro jihadisti.
In terzo luogo, il presidente Assad, in un discorso pronunciato il 12 dicembre 2012, ha delineato come intendeva ricostruire l’unità del Paese. In particolare ha sottolineato la necessità di redigere una nuova costituzione e di sottoporla all’approvazione della maggioranza qualificata della popolazione, quindi procedere a elezioni democratiche dei responsabili di tutte le istituzioni, incluso il presidente, ovviamente.
All’epoca gli occidentali si sono burlati del presidente Assad che pretendeva convocare elezioni in piena guerra. Oggi la totalità dei diplomatici coinvolti nella risoluzione del conflitto, compresi quelli delle Nazioni Unite, sostiene il piano Assad.
Mentre i commando degli jihadisti circolavano ovunque nel Paese, soprattutto a Damasco, e assassinavano uomini politici, anche nelle loro case e con le loro famiglie, il presidente Assad ha incoraggiato gli oppositori a palesarsi. Ha garantito la sicurezza del liberale Hassan el-Nouri e del marxista Maher el-Hajjar per garantirgli la possibilità di presentarsi alle elezioni presidenziali del giugno 2014. Nonostante l’appello al boicottaggio dei Fratelli Mussulmani e dei governi occidentali, nonostante il terrore jihadista, nonostante l’esilio all’estero di milioni di cittadini, il 73,42% degli elettori ha risposto alla chiamata alle urne.
In nome dello stesso principio, sin dall’inizio della guerra Assad ha creato un ministero per la Riconciliazione nazionale, fatto unico in un Paese in guerra, e l’ha affidato ad Ali Haidar, presidente di un partito alleato, il PSNS. Haidar ha negoziato e concluso più di un migliaio di accordi di amnistia di cittadini che avevano preso le armi contro la Repubblica, che poi sono stati integrati nell’Esercito arabo siriano.
Durante questa guerra, contrariamente a quanto afferma chi lo accusa gratuitamente di praticare torture generalizzate, il presidente Assad non ha mai usato mezzi coercitivi contro il proprio popolo. Non ha mai imposto l’arruolamento in massa e la coscrizione obbligatoria. Ogni giovane ha la possibilità di sottrarsi agli obblighi militari. Prassi amministrative permettono a ogni cittadino maschio di evitare il servizio militare, se non desidera difendere il proprio Paese con le armi. Unicamente gli esiliati, che non hanno accesso a queste prassi, possono trovarsi in situazione d’irregolarità rispetto alle norme.
Per sei anni, il presidente Assad ha costantemente, da un lato, fatto appello al proprio popolo, responsabilizzandolo e, dall’altro, ha cercato, per quanto possibile, di nutrirlo e proteggerlo. Ha sempre corso il rischio di dare prima di ricevere. Ed è per questo che oggi ha conquistato la fiducia dei siriani e può contare sul loro sostegno attivo.
Le élite sudamericane sbagliano se intendono proseguire la lotta per una ripartizione più equa delle ricchezze, che fu dei decenni passati. Oggi la lotta più importante non è tra maggioranza del popolo e una piccola classe di privilegiati. La scelta cui si sono trovati di fronte i popoli del Medio Oriente allargato, e alla quale ora i sudamericani devono rispondere a loro volta, è difendere la patria o morire.
I fatti lo dimostrano: l’imperialismo contemporaneo non mira più prioritariamente a fare man bassa delle risorse naturali. Oggi vuole dominare il mondo e saccheggiarlo senza scrupoli. Mira ormai a schiacciare i popoli e a distruggere le società delle regioni di cui già sfrutta le risorse.
In quest’èra di ferro e fuoco, solo la strategia di Assad permette di rimanere eretti e liberi.
Traduzione
Rachele Marmetti
Il Cronista

Fonte : “Interpretazioni divergenti in seno al campo antimperialista”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 agosto 2017, www.voltairenet.org/article197505.html

domenica 13 agosto 2017

Le cose belle succedono a coloro che sanno aspettare

Fonte https://lamenteemeravigliosa.it


Pazienza”, un’altra volta questa parola. Colui che aspetta si dispera e si confonde. Soprattutto quando si scontra con l’incertezza di non sapere quando avverrà ciò che aspetta.
Non stancatevi di aspettare. La ricompensa sta attendendo che abbiate pazienza.
Tuttavia, la pazienza è più che l’attesa: è l’aspettativa calmata, è una sorta di pausa dei nostri desideri. La pazienza non ci addormenta i sensi, bensì si impone contro l’angoscia e ci sveglia.

La pazienza è amara, ma i suoi frutti sono dolci

È difficile da capire, ma avere pazienza non significa caricarsi di stress e sopportare fino a non poterne più ed esplodere. Si tratta di un’arte capace di liberarci da cariche emotive superflue, che ci permette di permanere in uno stato di pace.
“Se sarai paziente in un momento d’ira, sfuggirai a cent’anni di tristezza”.
Alcune filosofie orientali parlano del dono della pazienza cono se fosse una forza che la nostra mente utilizza per comunicare al resto del corpo che ciò che si aspetta arriverà.
Le cose belle del mondo richiedono pazienza: un amore complicato, una persona quasi inarrivabile, una preparazione fisica, un concorso, … Insomma, qualsiasi meta o qualsiasi traguardo che ci mettiamo in testa. Bisogna ricoprirsi di un velo di entusiasmo e passione.
chi sa aspettare 2

Colui che aspetta senza disperare trova l’inaspettato

Spesso, crediamo che la vita ci stia dicendo “No”, mentre, in realtà, ci sta solo dicendo “Aspetta”. Diventiamo impazienti e, di conseguenza, il nostro nervosismo ci spinge a commettere errori.
A volte, ci sentiamo stanchi, avvertiamo che i nostri amici, il nostro partner o le nostre aspettative irrealizzate ci esasperano, che non arriva niente di quel che volevamo creare e che la vita non è fatta per noi.

La pazienza: una regina annientata dalla velocità

“Il segreto della pazienza è ricordare che il dolore è temporaneo e la ricompensa è eterna”.
Colui che resiste, vince. Tuttavia, se consideriamo l’interesse che, normalmente, mettiamo nel coltivare questa qualità, ci rendiamo conto che la pazienza è una regina ormai annientata. Ci viene insegnato che dobbiamo primeggiare in tutto, emergere sugli altri, correre.
Se affrontiamo le cose pazientemente, gli altri ci lasciano fuori dal gioco, ci fanno capire che non valiamo abbastanza. Ciononostante, è bene sapere che tutti i traguardi richiedono tempo e pazienza: questi due strumenti, infatti, sono gli unici che ci assicurano di raggiungere i nostri obiettivi.
chi sa aspettare 3

Lavorare sulla pazienza per conoscere sé stessi

“Comprendere sé stessi richiede pazienza e tolleranza; l’Io è un libro composto da molti capitoli, impossibile da leggere in un unico giorno. Tuttavia, quando inizi a leggerlo, devi leggerne ogni parola, ogni frase, ogni paragrafo, perché in essi vi sono gli indizi della totalità. Il principio è in essenza il finale. Se sai leggere, potrai trovare la saggezza suprema”.
Jiddu Krishnamurti
I grandi saggi sono persone calme, pazienti e sicure di sé stesse. Questi elementi ci aiutano a capire che essere pazienti ci farà contemplare il mondo con più sensatezza e capacità di comprensione.
Quando non coltiviamo il dono della pazienza, ci comportiamo in maniera impulsiva e irrazionale, creando o aggravando i nostri problemi e lasciandoci sfuggire moltissime opportunità.
In realtà, per coltivare la vostra pazienza non avete bisogno di tante cose, ma di semplici soluzioni da voi perfettamente raggiungibili. Ve le esponiamo brevemente.

1. Respirate

Respirare profondamente è sempre un buon metodo che ci aiuta a riflettere. Quando ci prendiamo dei secondi per respirare, stiamo offrendo una pausa al nostro dialogo interiore.

2. Scoprite perché avete tanta fretta

Riflettete sulle ragioni che vi rendono impazienti. Se vedete che esagerate, riorganizzate le vostre priorità. Pensarci su, e magari scrivere, vi aiuterà a calmarvi.

3. Individuate gli elementi che vi rendono impazienti

Può trattarsi di altre persone, di situazioni stressanti o addirittura di voi stessi. Tuttavia, il semplice fatto di essere consapevole di tutto ciò vi aiuterà a ridurre l’ansia.

4. La vostra pazienza è utile o giustificata?

Rispondete a questa domanda in maniera sincera e vedrete che farlo vi infonderà calma. Cercate la risposta dentro di voi e non temete di abbandonare abitudini per voi nocive.

5. Prendetevi del tempo e aspettate l’inaspettato

Dovete capire che potete anche fare mille piani, ma le cose non sempre riescono come volete. Accettate il fatto che la ruota gira e che, prima o poi, si fermerà dove desiderate voi. Siate realisti nelle vostre aspettative e comprensivi con gli altri.

6. Non abbiate paura di cambiare e non dimenticatevi di allenarvi

La pratica rende maestri. Sviluppare la pazienza implica lasciare da parte molte cattive abitudini con le quali convivete da tempo. Così come assimilare qualsiasi insegnamento, coltivare il dono della pazienza richiede temperamento.