.Nisargadatta Maharaj. La meraviglia è l'alba della sapienza

L’appercezione in cui tutto sorge, è questa la realtà. Un’appercezione pura e chiara, quella che chiamano l’occhio di Dio.Karl Renz

« La persona non- risvegliata vive nel suo mondo, la persona risvegliata vive nel mondo. » Andrew Cohen

Finché immagino "come dovrei essere", continuerò ad essere quello che sono ora.U.G.Krishnamurti

"Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti." Eraclito

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezzaBenjamin Franklin

In televisione non c'è la pubblicità, il mezzo televisivo è "solo" pubblicità.Dioniso 777


mercoledì 24 maggio 2017

Parole vere per una società sana, equa, solidale

Fonte http://www.mauroscardovelli.it
Le parole vere ci sono. Cominciamo ad usare le parole in modo corretto per creare una società, interna ed esterna, più giusta.
Oggi viviamo in cachistocrazia, cioè nel governo dei peggiori (internamente ed esternamente), non in democrazia. I migliori sono coloro che sono dediti alla verità, al bene, alla giustizia, alla libertà. Alla libertà di tutti dal bisogno e alla libertà di tutti nel realizzare se stessi e i propri talenti. I migliori sono coloro che si prendono cura delle sorti della comunità umana, cioè del vivere guidato dalla legge del dono reciproco.
La democrazia presuppone una crescente consapevolezza diffusa tra i membri della comunità, la formazione libera e informata della loro volontà. E quindi con il tempo la vera democrazia porta alla scelta dei governanti migliori. Oggi non è il popolo “sovrano” che influisce sulla scelta dei governanti e sulle scelte dei governi, ma sono le èlite internazionali della finanza, cioè coloro che hanno a cuore non le comunità umane, ma la loro distruzione, al fini di speculare sulle loro disgrazie.
 
L’internazionalismo, l’apertura dei confini, oggi ritenuto universalmente un valore, è una ottima cosa o è una pessima cosa (qui putroppo non disponiamo di due parole diverse). E’ ottimo l’internazionalismo dei popoli, delle culture, delle scienze, delle arti. E’ pessimo l’internazionalismo dei capitali, della finanza, della speculazione. E pessimo anche l’internazionalismo delle merci, se è guidato dalla competizione senza regole che proteggano i paesi più deboli, o, ancora peggio, se le regole ci sono, ma a tutto vantaggio dei più forti.
Nessuna comunità internazionale può formarsi in questo modo, se non c’è solidarietà, se i paesi più forti non aiutano quelli più deboli. Parlare di economia internazionale in tal caso è fare uso scorretto e manipolativo della parola economia, che etimologicamente significa cura della casa, dell’ambiente in cui viviamo, della comunità, per il benessere di tutti. La parola giusta è guerra, non economia, guerra portata avanti con altri mezzi rispetto alle armi.

La parola economia, una delle più ricorrenti nel lessico della politica, in realtà viene quasi sempre utilizzata in modo falso. Non di economia si tratta, ma di crematistica, coè l’attività non diretta a creare i beni utili e necessari, ma diretta a fare soldi con i soldi, cioè dal nulla. Un’attività priva di ogni senso, se per senso intendiamo il perseguimento del vero, del bene, del giusto, del bello. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la ricchezza mondiale si accentra in un numero sempre più ristretto di persone. Tutti gli altri si impoveriscono.
La parola politica è altra parola che merita la massima attenzione. L’uso che ne viene fatto è totalmente scorretto. Politica significa governare la polis per il bene della polis stessa, cioè della comunità che risiede su un territorio. Ma significa anche contribuire al bene della polis come cittadini. Non significa affatto perseguire i propri interessi particolari a scapito della comunità. Per dire questo c’è un’altra parola diponibile: affarismo, che è la versione peggiorativa del fare affari.

La parola comunità ha seguto una sorte anche peggiore. Non viene più usata nel linguaggio mainstream. O viene usata solo per generare una sorte di allergia o rifiuto incondizionato: comunità uguale comunismo, comunismo uguale oppressione. Viva la libertà. Viva la libertà da ogni legame. A questo tipo di libertà Aristotele assegnava un altro nome: schiavitù. Schiavi sono coloro che non hanno legami, nè con il territorio, né con altre persone, e possono essere utilizzate come merci. E’ questa la fine che vogliamo fare?
Veramente libere sono le persone che hanno tanti legami, tante relazioni segnificative, basate non sullo sfruttamento, ma sul dono reciproco. Oltre ad essere libere, queste persone sono anche ricche, in senso vero, in senso spirituale, e anche felici.
Camogli, 20 maggio 2017
Mauro Scardovelli

domenica 21 maggio 2017

Ministra Lorenzin si dimetta quanto prima. GRAZIE Marcello Pamio

Fonte http://www.disinformazione.it
Potete ingannare tutti per un po’
potete ingannare qualcuno per sempre
ma non potete ingannare tutti per sempre.
Abramo Lincoln

 
Gentile Beatrice Lorenzin quasi giornalmente i media italiani pubblicano le sue interviste nelle quali si evince che le starebbe a cuore la salute degli italiani, di tutti gli italiani bambini inclusi.
Se questo fosse vero allora sarebbe di interesse nazionale se si dimettesse all’istante iniziando a fare la mamma a tempo pieno, così al massimo potrà fare danni pedagogici in famiglia, nella sua famiglia!
Sono convinto che il suo comportamento non sia dettato da profonda ignoranza, ma sia l’applicazione di occulte manovre impostole dall’alto, molto in alto.
Anche se ciò fosse vero però non la esonera da responsabilità personali e morali gravissime, di cui prima o poi ne dovrà rispondere...
Invece di occuparsi seriamente di cancro e delle centinaia di migliaia di persone che ogni anno muoiono a seguito delle cure ufficiali e nonostante le parole e i numeri confortanti che vengono snocciolati dagli esperti in tv, cosa fa? Niente.
Invece di migliorare facendo progredire scientificamente l’oncologia rimasta arenata a teorie assurde di oltre 70 anni fa, cosa fa? Niente.
Invece di pensare alla condizione alimentare in Italia, paese che vede circa 1 milione di bambini e ragazzi obesi, il cui destino e futuro sono già segnati, cosa fa? Niente.
Invece di indignarsi pubblicamente nei confronti dei medici assassini, dei criminali in camice bianco che per soldi e cupidigia giocano con il dolore e la vita di milioni di persone, cosa fa? Niente
Invece di aprire indagini interne su primari ospedalieri, baroni universitari e dirigenti del suo stesso Ministero corrotti fino al midollo, cosa fa? Niente.
Niente di niente, perché il suo prezioso tempo lo spende per attacchi vergognosi alle medicine non convenzionali; per avvallare squallide censure mediatiche, radiazioni assolutamente ingiustificate a medici onesti e competenti, il tutto ammantato dalla priorità nazionale: rendere obbligatori i vaccini per i bambini!
E’ molto più importante vaccinare contro la volontà dei genitori piuttosto che indagare e arrestare medici delinquenti che ammazzano pazienti ogni giorno per il dio denaro.
Non va bene inviare carabinieri e guardia di finanza nelle sedi delle lobbies farmaceutiche, perché l’Arma serve per prelevare i neonati dalle loro calde culle per portarli nelle mani sapienti dei medici vaccinatori che inoculeranno loro dei veleni.
Il tutto per il bene degli italiani. Ovvio.
La fantomatica quanto ridicola “immunità di gregge” per malattie esistenti e per epidemie inventate dai media (sars, aviaria, suina, meningite e ora morbillo) è molto più importante che ripulire il sistema dai vermi contenuti nelle mele marce che stanno inquinando e marcendo la fiducia della gente nel sistema sanitario italiano.
Mai a memoria d’uomo la medicina ha toccato un punto così basso, e lei come Ministro ne ha piena responsabilità.
Anche se la Verità è figlia del tempo non staremo seduti sulla sponda del fiume ad attendere il passaggio del cadavere suo e quello di medici e dirigenti ministeriali corrotti e collusi, perché le coscienze delle persone si stanno svegliando dal letargo cerebrale. Il paradigma sta saltando e ne siete assolutamente consapevoli, e questo è il motivo per cui avete pigiato la leva dell’acceleratore attaccando tutto e tutti.
Ma non ce la farete perché sempre più organizzazioni spontanee, movimenti, comitati, associazioni si stanno formando in Italia, riunendo milioni di persone, per manifestare il diritto sacrosanto della Libertà di scelta e di cura. Basta con la corruzione e la cupidigia; basta con una medicina controllata, diretta e gestita dalle lobbies farmaceutiche in combutta con medici, dirigenti e baroni universitari corrotti e privi di coscienza.
Detto questo accetti un consiglio: prepari in fretta le valigie sgomberando il Ministero perché di danni ne ha fatti a sufficienza.

 
Con nessuna stima
Marcello Pamio

lunedì 15 maggio 2017

Dieta Km0: ha un fondamento scientifico?

Fonte  https://www.luogocomune.net
di Federico Giovannini [Fefochip]
Nel precedente articolo "La terra e il microbiota" ho focalizzato l'attenzione sul fatto che i batteri nella terra costituiscono la maggior parte della biomassa terrestre.
Di conseguenza con ogni probabilità la fertilità di un terreno è funzione della loro armonia, e quindi l'uso di diserbanti e pesticidi (ed altri inquinanti di sintesi) che percolano nel terreno certo non possono lasciare inalterato questo equilibrio di microorganismi, ponendoci di fronte a scenari ecologico/agrari che nessuno ha previsto.

Cerchiamo di unire altri puntini a questo disegno.

Dalle ricerche scientifiche sappiamo che il core-microbiota [1] non cambia e che ce ne sono di diversi tipi. Sappiamo che il core-microbiota di un bambino del Burkina Faso [2] è uguale a quello di un elefante della stessa zona. [...]
Possiamo quindi semplicemente dire che in realtà gli stessi batteri (in prevalenza anaerobi) che sono nella terra sono presenti anche nel nostro intestino e in quello degli altri animali superiori.
Ovviamente questa comunità microbica sarà modulata dalla dieta che avrà l’animale che li ospita, tanto da specializzarsi a seconda che sia carnivoro, erbivoro, onnivoro.
E’ ragionevole pensare allora, in questo scenario, che gli stessi microorganismi che colonizzano e si cibano dei nutrienti delle piante che crescono su un territorio siano anche quelli presenti nei nostri intestini.
Da qui l’idea: con ogni probabilità i cibi prodotti su terreni a noi prossimi sono cibi più facilmente riconosciuti dal nostro microbiota, perche quest’ultimo, proveniendo dalla terra su cui viviamo, è abituato a metabolizzare le piante e i nutrienti della stessa terra.
Questa considerazione apre un ulteriore punto di vista interessante sull’importanza dell’alimentazione a Km0, che sarebbe più compatibile semplicemente perché si adatta meglio al microbiota.
Un pensiero simile si potrebbe applicare ai cibi fuori stagione e leggere il tutto sempre in chiave microbiologica.
E cosa pensare invece degli OGM? Proteine sconosciute al nostro microbiota si infilano nella nostra vita, e le conseguenze attualmente non possono essere previste.
NOTE:

[1] Il core-microbiota è lo strato nativo più intimo di batteri intestinali che allo stato attuale delle ricerche non cambia durante tutto l’arco della vita.
[2] https://youtu.be/9dVEsP8DT7M?t=387

lunedì 8 maggio 2017

Fausto Carotenuto, e il vero salto che dobbiamo compiere

  Fonte  Alberto Medici
 
Ho avuto l’onore ed il piacere di assistere di persona ad una presentazione del dr. Fausto Carotenuto, che avevo già sentito dal web (www.coscienzeinrete.net), e devo dire che mi è piaciuta moltissimo. Il suo discorso fila liscio, va dritto al cuore, scioglie i nodi e dà spunti importanti di riflessione.
Voglio solo citarne uno che mi ha particolarmente colpito, anche perchè, come complottista “doc” mi sono sentito coinvolto e, manco a dirlo, sottoscrivo al 100% il suo pensiero.
Quando si pensa al risveglio, a quel processo che ormai sta prendendo moltissime persone, che si rendono conto che il mondo non è come ci pareva, e che ci dicono un sacco di bugie, si pensa ad un passaggio di una barriera, di uno spartiacque che in qualche modo divide quelli che “hanno capito“, da quelli che “ancora dormono“. Ad esempio, fra quelli che hanno capito come funziona il denaro e quelli che ancora non lo sanno; fra quelli che hanno capito come funziona la medicina e il nostro corpo, e quelli che ancora si occupano di combattere le malattie come aggressori esterni, e così via.

Esiste però un altro tipo di crescita, di salto quantico da fare che è ancora più importante: quando si capisce profondamente lo scopo della nostra vita, e il motivo per cui siamo a questo mondo, ci si rende conto che l’unica cosa che conta veramente è l’Amore: la nostra capacità cioè di operare per il bene degli altri, uscendo da un atteggiamento depredatorio, egoico, che caratterizza, se vogliamo, il bambino, incentrato solo su sè stesso e sui propri bisogni, per arrivare a quello adulto, del genitore, che sa sacrificarsi e trova maggior gioia nel dare ed occuparsi degli altri (come ben spiegato da George Lucas). Il vero spartiacque allora può essere questo:

La combinazione di questi due schemi ne suggerisce un terzo, molto interessante ed esemplificativo di dove ci si può collocare, a seconda del proprio livello di maturazione e di presa di coscienza, che indico sotto.

Nel quadro A staranno, idealmente, le persone che non si sono ancora risvegliate e che si occupano principalmente del proprio io, cercando di curare i propri bisogni ed interpretando il passaggio su questa terra come unicamente, o principalmente, un’occasione per depredare e per “portare a casa” il massimo dell’utile, o del piacere, o dei soldi, per sè stessi. Nel quadro “B” troveremo quelli che, invece, si sono resi conto del grande imbroglio, delle menzogne che ci sono state racconatate nei vari campi, allo scopo di tenerci nella paura: un primo passo verso la libertà.
Ma è il riquadro C che rappresenta il vero punto di arrivo: perchè, se non si riesce ad uscire da un’ottica di divisione e di contrapposizione, aver scoperto tutte le malefatte di questo mondo non ci serve a nulla. Al limite, tanto meglio era stare nel D, dove la crescita spirituale porta ad amare e a condividere anche senza aver compiuto nessun tipo di risveglio.
Avendo in mente questa semplice schematizzazione è forse più facile comprendere il comportamento dei poteri occulti. Ai poteri occulti può dare fastidio che la gente si risvegli (passaggio da A->B), perchè si accorgerebbe che le paire sono alimentate ad arte per tenerle prigioniere. Ma ancora più fastidio dà il passaggio da B->C ! Per questo, in alcuni casi, alcune notizie possono essere lasciate trapelare, anche se apparentemente sarebbero contrarie agli interessi dei poteri forti: perchè se, da una parte, svelano qualche malefatta, dall’altra possono essere strumentali a ravvivare sentimenti di odio, rancore, rabbia, divisione, che impediscono alla gente di maturare e crescere spiritualmente.
Per questo un comico che aizza e invita al “vaffa” day può essere strumentale ai poteri forti che opprimono: perchè, pur nella finzione di stare dalla parte degli oppressi, in realtà fa gli interessi di chi vuole impedire questo risveglio spirituale, che renderebbe le persone veramente libere e non più manipolabili. Perchè, l’abbiamo detto più volte, non c’è nessuno meno controllabile e più libero di chi ha un “gancio” in Cielo, e sta due spanne sopra alle miserie di questo mondo grazie alla propria prospettiva eterna, Molto meglio, per chi ambisce al controllo delle masse, avere degli utili idioti arrabbiati e non evoluti spiritualmente, più facili da abbindolare!
Ricordo un mio senso di frustrazione quando, appena publicato il lbro “Ingannati” ricevevo moltissimi feedback di persone che, insieme ai complimenti, lasciavano trasparire una grande rabbia, un odio che erano esattamente il contrario di quello che volevo ottenere. Da cui poi l’addendum “Papillon: manuale di fuga fai-da-teche ho inserito alla fine del libro. Perchè se il risveglio doveva essere solo l’interruttore di una rabbia, allora lo scopo era completamente perso. Lo scopo era uscire da una sorta di falsa “comfort zone” per andare in un’altra, di vero comfort, senza più odio, rabbia e divisione. Ma non l’avevo mai trovato spiegato così bene come ieri, da Carotenuto. Adesso spero sia tutto molto più chiaro.
Una conferenza di Carotenuto:


venerdì 5 maggio 2017

Ero grillino come Becchi,ma anch'io ho cambiato idea


Fonte http://www.intelligonews.it

E' scontro aperto tra Macron e Le Pen, dopo il duro confronto televisivo proseguono i veleni nell'ultimo giorno di campagna elettorale. L'ex ministro dell'economia, dato per netto favorito dai sondaggi, ha denunciato la leader del Front National per l'accusa di avere un conto alle Bahamas. La Le Pen si è difesa spiegando che era solo una domanda. IntelligoNews ne ha parlato con il professor Paolo Becchi, filosofo e accademico italiano, che prevede uno scontro sul filo di lana che sarà deciso dall'astensionismo.

Elezioni in Francia, Becchi: 'Sui conti ha ragione la Le Pen, non credo vincerà Macron'
Tra Macron e la Le Pen siamo arrivati alle denunce per la questione del conto alle Bahamas. Che idea si è fatto?

'''La Le Pen secondo me ha perfettamente ragione. I nostri giornaloni continuano a dire che Macron ha già vinto, ma io non ci credo, anche lo scontro tv per me è andato più a favore del leader del Front National che ha insistito su punti chiave fondamentale, come il lavoro. L'altro è un fantoccio delle banche e non ha personalità. Io credo che il confronto sarà molto aperto e tutto dipenderà dall'astensionismo, visto che c'è anche un ponte di mezzo e i ponti li fanno anche in Francia. Gli elettori della Le Pen sono molto più determinati e politicizzati, non è detto che quelli di Macron vadano a votare. Se ci sarà un'astensione tra il 7% e il 10% sono convinto che la Le Pen vincerà sul filo di lana. Tutti i sondaggi pubblicati sono falsi, teniamo conto di quanto è successo con Trump. Lo scandalo di Macron non è sicuramente un punto a suo favore".


 In caso di vittoria di Macron si rischia una Francia eterodiretta dall'Europa?

''Macron è il Di Maio italiano, se diventasse presidente vincerebbe l'Europa, l'euro, la Nato e l'establishment, esattamente come succederà in Italia se vincerà il Movimento 5 Stelle. L'unica differenza è che Macron ha una cultura superiore a quella di Di Maio, la sostanza non cambia".

Non le sembra un paragone un po' forzato visto che il Movimento 5 Stelle nasce come forza contro il sistema mentre Macron è un ex ministro dell'Economia che ha lavorato per Rothschild?

'''Non ci vedo nessuna differenza, è una fake news dire che il Movimento 5 Stelle è populista, ormai sono del tutto legati al sistema e la grande finanza punta tutto su di loro. Non è Renzi il Macron italiano, è Di Maio. Grillo sul suo blog lo ha scritto esplicitamente. E' esattamente lo stesso neoliberismo che ci sta distruggendo, come è successo anche in Grecia".
Una vittoria della Le Pen che ripercussioni avrebbe sull'Europa?

"Crollerebbe tutto il sistema europeo e crollerebbe anche in Italia. Se Salvini saprà sfruttarla e dare una svolta congressuale, ci saranno nuove prospettive rispetto a quelle che danno ormai per scontata la vittoria del M5S. Il voto francese influenzerà l'intera Europa e soprattutto il nostro Paese".

mercoledì 3 maggio 2017

Il nuovo ordine mondiale di Putin



Il nuovo ordine mondiale di Putin
 fonte http://sakeritalia.it
Vladimir Putin è il leader russo più popolare di tutti i tempi?
Sembra proprio di sì: in una recente indagine condotta dal Centro di Ricerca per la Pubblica Opinione di Tutte le Russie, l’indice di gradimento di Putin è salito ad uno strabiliante 86 per cento, il doppio di quello di Obama quando lasciò l’incarico nel 2016. E quel che è più sorprendente è che la popolarità di Putin ha resistito nonostante una grave crisi economica e quasi due decenni in carica. A differenza della maggior parte dei politici, la cui popolarità dura tra i 4 e gli 8 anni, l’ammirazione del pubblico per Putin è cresciuta sempre di più nel tempo.
E il fenomeno non è limitato alla Russia: secondo una recente indagine condotta dal sito di sondaggi YouGov, “Putin è il terzo uomo più ammirato in Egitto, il quarto in Cina, Arabia Saudita e Marocco e il sesto uomo più ammirato in Germania, Francia e Svezia”. E non parliamo nemmeno della Siria, dove impazza la moda di chiamare i neonati come il presidente russo.
Putin ha vinto anche il prestigioso premio della rivista Time – Uomo dell’Anno nel 2007, e nell’ultimo decennio è rimasto tra i primi dieci di quella lista. L’unico paese in cui Putin non è popolare sono gli Stati Uniti, dove viene ininterrottamente demonizzato dai media come “sgherro del KGB” o “nuovo Hitler”. Secondo un sondaggio Gallup del 2017, solo “il 22% degli Americani ha un’opinione favorevole di Putin” mentre “il 72% ha un’opinione sfavorevole di lui”.
Non c’è dubbio che gli attacchi personali dei media a Putin abbiano drammaticamente influenzato la sua popolarità. La domanda che le persone con una mentalità aperta devono farsi è se il loro parere su Putin sia il risultato di una propria ricerca, o se le loro opinioni siano state plasmate dalla scorrettezza dei media corporativi, che denigrano tutti coloro che ostacolano le ambizioni geopolitiche di Washington? Il mio consiglio a queste persone è semplicemente di leggere le parole di Putin da soli, e trarre le proprie conclusioni.
I media occidentali sostengono che Putin è responsabile di una serie di reati, tra cui l’uccisione di noti giornalisti e rivali politici. Ma è vero? L’uomo che è tanto venerato dalla grande maggioranza dei Russi, è un comune sicario mafioso che elimina i suoi nemici senza battere ciglio?
Non posso rispondere, ma dopo aver seguito la carriera di Putin (e letto molti dei suoi discorsi) da quando ha sostituito Boris Eltsin nel dicembre 1999, credo che sia molto improbabile. La spiegazione più probabile è che la politica estera della Russia ha creato ostacoli insormontabili a Washington in luoghi come l’Ucraina e la Siria, così Washington ha ordinato al suo ministero della propaganda (alias – i media) di ritrarre Putin come un malvagio tiranno e un bandito. Almeno questo è il modo in cui i media si sono comportati in passato.
La classe politica statunitense amava ovviamente Eltsin, perché Eltsin era un buffone compiacente che ha sventrato lo stato e ha ceduto a tutte le richieste delle corporazioni occidentali. Non così Putin, che ha compiuto grandi passi avanti nella ricostruzione del paese mediante la nazionalizzazione di una parte dell’industria petrolifera, affermando la sua autorità sugli oligarchi e ripristinando il potere del governo centrale.
Cosa più importante, Putin ha ripetutamente condannato la bellicosità unilaterale di Washington in tutto il mondo, infatti il ​​presidente russo è diventato il leader de facto di un crescente movimento di resistenza il cui obiettivo primario è fermare le destabilizzanti guerre di Washington e ricostruire la sicurezza globale sul principio fondamentali della sovranità nazionale. Ecco come Putin ha riassunto tutto questo al Club Valdaj:
“Non ci sono dubbi che la sovranità sia la nozione centrale dell’intero sistema delle relazioni internazionali. Il rispetto di essa e il suo consolidamento contribuiranno a rinforzare la pace e la stabilità sia a livello nazionale che internazionale… In primo luogo, occorre garantire una sicurezza uguale e indivisibile per tutti gli Stati” (Riunione del Club di Discussione Internazionale Valdaj, Il Futuro in Corso: Dare Forma al Mondo di Domani, Dall’Ufficio del Presidente della Russia)
Questo è un tema familiare di Putin, e risale al suo famoso manifesto di Monaco nel 2007, un discorso che chiunque abbia il minimo interesse per gli affari esteri dovrebbe leggere integralmente. Ecco un estratto:
“Stiamo assistendo ad un disprezzo sempre più grande per i principi fondamentali del diritto internazionale. E le norme giuridiche indipendenti stanno, di fatto, diventando sempre più simili al sistema giuridico di un singolo Stato. Uno Stato, il più importante, gli Stati Uniti ovviamente, che ha superato in ogni modo le proprie frontiere nazionali. Questo è visibile nelle politiche economiche, politiche, culturali ed educative che impone ad altre nazioni. Beh, a chi piace questo? Chi è felice di questo?…”
“Sono convinto che abbiamo raggiunto quel momento decisivo in cui dobbiamo pensare seriamente all’architettura della sicurezza globale. E dobbiamo cercare un ragionevole equilibrio tra gli interessi di tutti i partecipanti al dialogo internazionale” (“Le Guerre non Diminuiscono”: l’iconico discorso di Putin del 2007 a Monaco di Baviera, YouTube)
Il discorso di Monaco venne fatto quattro anni dopo che Washington lanciò la sua sanguinosa invasione dell’Iraq, un’invasione alla quale Putin si oppose duramente. Il discorso mostra la maturità di pensiero di Putin che, a differenza degli altri leader mondiali, non è svelto a giudicare né a trarre conclusioni affrettate. Al contrario, si prende il suo tempo, analizza una situazione accuratamente e poi agisce di conseguenza. Una volta che si è fatto un’idea, raramente tentenna. Non è un voltagabbana.
L’opposizione di Putin al dominio mondiale unipolare, ovvero la politica autoritaria di Washington e tutti coloro che la appoggiano, non è un segno di antiamericanismo, ma di pragmatismo. L’aggressione che dura da 16 anni di Washington in Asia Centrale, Nord Africa e Medio Oriente ha solo intensificato le crisi, alimentato l’instabilità, coltivato il terrorismo e incrementato morte e distruzione. Non ci sono state vittorie nella Guerra al Terrore, solo violenza infinita e montagne di cadaveri. E soprattutto (come dice Putin) “Nessuno si sente al sicuro”.
Ecco perché Putin ha tracciato una linea nella sabbia in Siria e in Ucraina. Il presidente russo ha ora inviato truppe e aerei per fermare il comportamento aggressivo di Washington. Ancora una volta, questo non perché odia l’America o cerca lo scontro, ma perché il sostegno di Washington agli estremisti violenti richiede una risposta ferma. Non c’è altro modo. Allo stesso tempo, Mosca continua a cercare attivamente una soluzione pacifica per entrambe le crisi. Ecco ancora Putin:
“Solo dopo aver posto fine ai conflitti armati e assicurato lo sviluppo pacifico di tutti i paesi saremo in grado di parlare del progresso economico e della risoluzione dei problemi sociali, umanitari e di altro tipo…
È essenziale fornire condizioni per il lavoro creativo e la crescita economica ad un ritmo che porrebbe fine alla divisione del mondo tra vincitori permanenti e perdenti permanenti. Le regole del gioco dovrebbero dare alle economie in via di sviluppo almeno una possibilità di raggiungere coloro che riteniamo economie sviluppate. Dovremmo lavorare per equilibrare il ritmo dello sviluppo economico e rafforzare i paesi e le regioni in ritardo, in modo da rendere il frutto della crescita economica e del progresso tecnologico accessibile a tutti. In particolare, ciò contribuirebbe a porre fine alla povertà, uno dei peggiori problemi contemporanei.
Un’altra priorità è la sanità globale… Tutte le persone del mondo, non solo le élite, dovrebbero avere il diritto a vita sana, lunga e piena. Questo è un obiettivo nobile. In breve, dobbiamo costruire oggi le basi per il mondo futuro investendo in tutte le aree prioritarie dello sviluppo umano” (Riunione del Club Internazionale Valdaj)
Ecco perché penso che le storie di Putin che uccide i giornalisti sono assurdità. Sembra veramente improbabile che un uomo che crede nell’assistenza sanitaria universale, nel lavoro creativo, nel mettere fine alla povertà e nell’“investire in tutte le aree prioritarie dello sviluppo umano”, abbia ucciso allo stesso tempo rivali politici come un comune gangster. Lo trovo estremamente difficile da credere.
La parte più interessante del discorso di Valdaj di Putin è la sua analisi degli sconvolgimenti sociali che hanno attraversato l’UE e gli Stati Uniti, con conseguente diffuso rifiuto dei candidati politici tradizionali e dei loro partiti. Putin ha osservato attentamente questi sviluppi e ha espresso una grande quantità di pensieri. Ecco quello che dice:
“Con l’agenda politica già eviscerata così com’è e con le elezioni (americane) che hanno smesso di essere uno strumento per il cambiamento, ma che costituisce invece un’occasione per creare scandalo e gettare fango… E sinceramente, uno sguardo alle piattaforme dei diversi candidati dà l’impressione che siano stati fatti con lo stesso stampo – la differenza è lieve, se esiste…
Sì, formalmente, i paesi moderni hanno tutti gli attributi della democrazia: elezioni, libertà di parola, accesso all’informazione, libertà di espressione. Ma anche nelle democrazie più avanzate la maggioranza dei cittadini non ha alcuna reale influenza sul processo politico e non ha un’influenza diretta e reale sul potere…
Sembra che le élite non vedano la stratificazione sempre più profonda nella società e l’erosione della classe media… (ma la situazione) crea un clima di incertezza che ha un impatto diretto sullo stato d’animo della gente.
Studi sociologici condotti in tutto il mondo mostrano che le persone di diversi paesi e di diversi continenti tendono a vedere il futuro come torbido e scuro. Questo è triste. Il futuro non li attrae, ma li spaventa. Allo stesso tempo, le persone non vedono alcuna opportunità o mezzo per cambiare qualcosa, influenzare gli eventi e modellare la politica.
Quanto alla pretesa che le frange e i populisti abbiano sconfitto la saggia, sobria e responsabile minoranza – non stiamo parlando di populisti o simili, ma di persone ordinarie, cittadini comuni che stanno perdendo fiducia nella classe dominante. Questo è il problema…
La gente percepisce un divario sempre crescente tra i suoi interessi e la visione dell’elite dell’unico corso possibile, un corso scelto dalla stessa élite. Il risultato è che spesso i referendum e le elezioni creano sorprese per le autorità. Le persone non votano affatto come gli hanno consigliato i media ufficiali e rispettabili, né come gli hanno consigliato i partiti principali. I movimenti pubblici che di recente sono stati troppo di estrema sinistra o troppo di estrema destra si stanno prendendo la scena, e stanno spingendo da parte i pesi massimi politici.
In un primo momento, questi risultati scomodi sono stati frettolosamente dichiarati anomalie o colpi di fortuna. Ma quando sono diventati più frequenti, le persone hanno cominciato a dire che la società non capisce quelli che si trovano al potere, e che non è ancora sufficientemente matura per valutare il lavoro delle autorità per il bene pubblico. Oppure sprofondano nell’isteria e dichiarano il risultato opera della propaganda straniera, di solito quella russa” (Riunione del Club di Discussione Internazionale Valdaj)
Putin esprime alcuni punti importanti, quindi riassumiamo:
1/ Le elezioni non sono più uno strumento per il cambiamento.
2/ L’aspetto della democrazia rimane, ma la gente non ha più il potere di cambiare le politiche o il processo politico.
3/ L’impotenza politica ha portato alla frustrazione, alla depressione e alla rabbia. Sono emersi nuovi movimenti e candidati che abbracciano rimedi più estremi perché i partiti tradizionali non rappresentano più la volontà del popolo.
4/ Le élite isolate sono diventate più ottuse e non capiscono la rabbia che ribolle appena sotto la superficie di una società apparentemente tranquilla.
5/ Sempre più persone hanno paura del futuro. Non vedono speranze per sé stessi, i loro figli o il paese. Il divario fra ricchi e poveri continua ad alimentare la diffusa rabbia populista.
6/ L’elezione di Trump indica un ampio rifiuto della classe politica del Paese, dei suoi media, del suo sistema economico e delle sue istituzioni primarie.
Questa è un’analisi di prima classe da parte di un uomo che non solo ha trascorso molto tempo a pensare a queste cose, ma ha anche individuato il particolare evento da cui è emersa l’attuale crisi; la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Ecco quello che dice:
“L’anno scorso, i partecipanti al forum Valdaj hanno discusso i problemi dell’attuale ordine mondiale. Purtroppo, poco è migliorato in questi ultimi mesi, anzi, sarebbe più onesto affermare che nulla è cambiato.
Le tensioni generate dai cambiamenti nella distribuzione dell’influenza economica e politica continuano a crescere… Essenzialmente, l’intero progetto di globalizzazione oggi è in crisi e in Europa, come sappiamo bene, sentiamo voci che ora affermano che il multiculturalismo è fallito.
Penso che questa situazione sia per molti aspetti il ​​risultato di scelte sbagliate, frettolose e, in certa misura, fatte con troppa sicurezza di sé da élite di alcuni paesi un quarto di secolo fa. All’epoca, alla fine degli anni ‘80 e agli inizi degli anni ‘90, c’era la possibilità non solo di accelerare il processo di globalizzazione, ma anche di dargli una qualità diversa e renderlo più armonioso e sostenibile.
Ma alcuni paesi che si sono visti vittoriosi nella Guerra Fredda non solo si sono considerati tali, ma lo hanno detto apertamente, e hanno avviato il processo riformando semplicemente l’ordine politico ed economico globale per adattarlo ai propri interessi.
Nella loro euforia essi hanno sostanzialmente abbandonarono un dialogo proficuo e alla pari con altri attori della vita internazionale, e scelsero di non migliorare o creare istituzioni universali; tentarono invece di sottomettere l’intero mondo alle proprie organizzazioni, norme e regole. Scelsero la strada della globalizzazione e della sicurezza per loro stessi, per pochi eletti, e non per tutti” (Riunione del Club di Discussione Internazionale Valdai)
Ha ragione, vero? Il progetto di globalizzazione è in crisi, e il motivo per cui è in crisi è perché tutti i vantaggi sono andati alle persone che hanno creato la politica originale, l’1 per cento. Così ora le persone negli Stati Uniti e nell’UE stanno schiumando di rabbia, stanno prendendo misure disperate per riaffermare il controllo sul sistema. Ecco cosa riguardava la Brexit; ecco cosa riguardava l’elezione di Trump; ed è proprio questo che riguarda lo scontro tra Macron e la Le Pen. Tutti e tre sono esempi della rabbia populista sommersa rivolta contro le élite che hanno imposto il loro sistema di auto-avvantaggiamento su tutti gli altri, aggravando il costante declino degli standard di vita, la grande insicurezza economica e la perdita della sovranità nazionale.
Questa è la prima volta che ho visto l’attuale ondata di turbolenza sociale fatta risalire alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, ma ha completamente senso. Le élite occidentali hanno visto il collasso dell’URSS come una luce verde per perseguire maniacalmente la propria agenda globale e imporre il loro modello economico neoliberista al mondo, un processo che ha accelerato notevolmente dopo l’11 Settembre. Gli attacchi terroristici alle Torri Gemelle sono diventati l’evento cruciale che ha innescato la riduzione delle libertà civili, la valorizzazione dei poteri esecutivi e l’inizio di una guerra globale al Terrore. Senza essere ostacolati da un rivale serio, Washington si è sentita libera di imporre il proprio sistema amico delle corporazioni al mondo, rivedere la mappa del Medio Oriente, occupare i paesi dell’Asia centrale e rovesciare i regimi laici ovunque andasse. Il trionfalismo del capitalismo occidentale è stato riassunto nelle parole giubilanti del presidente George H. W. Bush, che ha dichiarato nel 1990, prima del lancio di Desert Storm: (D’ora in avanti) “si fa quello che diciamo noi”. Il pronunciamento è stato una dichiarazione inequivocabile della volontà di Washington di governare il mondo e di stabilire un nuovo ordine.
Ora, 27 anni dopo, gli Stati Uniti sono rimasti bloccati in Siria e in Ucraina. Nuovi centri di potere economico stanno emergendo, si formano nuove alleanze politiche e l’autorità di Washington viene apertamente contestata. Il compito di Putin è quello di bloccare i progressi di Washington, creare disincentivi tangibili all’aggressione e porre fine agli interventi stranieri. Il presidente russo potrebbe dover fare qualche passo indietro per evitare la Terza Guerra Mondiale, ma in ultima analisi l’obiettivo è chiaro e raggiungibile. Lo Zio Sam deve essere tenuto a freno, la guerra deve fermarsi, la sicurezza globale deve essere ristabilita e la gente deve essere libera di tornare alle proprie case in pace.
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Articolo di Mike Whitney pubblicato su Counterpunch il 28 aprile 2017.
Traduzione in Italiano a cura di Raffaele Ucci per SakerItalia.

sabato 29 aprile 2017

Padroni di tutto, anche dei giornali: chi crede alle loro news?

 Fonte http://www.libreidee.org
Industria, energia, finanza, cemento, sanità. E poi, anche, informazione. Editori puri? Non pervenuti. Chi stampa giornali, in Italia, ha soprattutto altri interessi. Qualcuno può stupirsi se poi “la verità” fatica a imporsi, sui media mainstream? «Ecco chi controlla i giornali in Italia: praticamente sono 9 entità, ma in realtà sono molte di meno se si considerano i legami, le infiltrazioni, le affiliazioni, le “amicizie”», scrive “Coscienze in Rete”, citando l’ultimo report del Cnms, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, una Onlus che monitora lo stato dell’informazione partendo dalla lettura dell’assetto proprietario dei media. «I nomi? Li conosciamo tutti, ma non tutti hanno avuto modo di apprezzare come questo dominio sia pervasivo», sostiene il blog di Fausto Carotenuto, sottolineando come venga spesso dato «enorme risalto» a fonti «autorevoli», internazionali: il gioco si svela scoprendo, ad esempio, il legame tra “La Stampa” e l’“Economist”. In altre parole, gli uomini del quarto potere: «Sono loro che, tramite sottoposti, ci dicono quotidianamente qual’è la realtà».
E sono «indispettiti», oggi, per il fatto che «un numero sempre crescente di persone ha cominciato a capire che la realtà che gli raccontano questi signori non coincide con quello che si vede», e quindi «cercano informazioni in rete, da fonti alternative». John Elkann e Sergio MarchionneEccoli qui, i proprietari del pensiero mainstream, in ordine alfabetico: Agnelli, Angelucci, Berlusconi, Cairo, Caltagirone, Conferenza Episcopale Italiana, Confindustria, De Benedetti, Maria Luisa Monti. «Ovviamente a loro va aggiunto Rupert Murdoch, proprietario di Sky, e chiunque gestisca la Rai in qualunque momento (tanto è sempre qualcuno che prende ordini dal governo, che a sua volta è stato messo lì anche tramite l’informazione mainstream)». Niente di strano, quindi, se oggi sono nati «tormentoni come “fake news” o “post-verità”, forieri di leggi sulla censura del web». Tormentoni «proposti ed amplificati da questi signori», che ormai «passano da una tv all’altra, da un giornale all’altro». Il problema? «Le testate sono tante. I padroni, però, sono molto pochi. E fanno i finanzieri, i costruttori, gli industriali e i religiosi».
Imprenditori impeccabili? Non esattamente: «I loro nomi saltano spesso fuori, una volta uno, una volta l’altro, in storie di magagne, truffe, magna-magna, inquinamento, guerre, malasanità: proprio quelle storie che cercano di comprendere le persone che si svegliano, andando a cercare informazioni on-line». Dal punto di vista dei “padroni della notizia”, aggiunge “Coscienze in Rete”, «è sacrosanto che le uniche informazioni che debbano avere il “bollino blu” siano le loro. Come ci permettiamo, noi, di volerci fare gli affari loro?». Molto utile, quindi, dare un’occhiata allo studio del Cnms, dove si scopre che l’unico giornale italiano auto-prodotto dai giornalisti, in cooperativa, è “Il Manifesto”, che però distribuisce appena 11.000 copie al giorno. Largamente indipendente è il “Fatto Quotidiano”, nono in graduatoria con 45.000 copie in edicola: accanto ad Antonio Padellaro e Cinzia Monteverdi, titolari del 16% delle azioni, figurano – con analoga partecipazione azionaria – la società Edima Srl, «società di vari industriali marchigiani, fra cui il calzaturiero Enrico Paniccià», e l’editrice Chiarelettere, Urbano Cairopartecipata al 49% dal grande Gruppo Editoriale Mauri Spagnol. Tra i soci minori, alla fondazione, comparivano: Francesco Aliberti (12%), Bruno Tinti (8%), Marco Travaglio (5%), Peter Gomez (3,2%) e Marco Lillo (2,5%).
Ma i grandi numeri, ovviamente, li fanno i super-quotidiani: il podio è composto, nell’ordine, dal “Corriere della Sera” (322.000 copie diffuse al giorno), da “Repubblica” (249.000 copie) e dal “Sole 24 Ore” (197.000). Il “Corriere” appartiene a Rcs Group, al 60% nelle mani di Urbano Cairo, patron de “La7” e già collaboratore di Berlusconi in Fininvest, coinvolto nell’inchiesta Mani Pulite. Rcs Media Group è una corazzata: gestisce “Gazzetta dello Sport” e “Corriere del Mezzogiorno”, nonché “Corriere di Bologna”, “Corriere del Veneto”, “Corriere Fiorentino”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, e poi riviste a larghissima diffusione come “Oggi”, “Amica”, testate come “Abitare”, “Sw”, “Living”, “Dove”, “Io”, “Style”, “Sette”. E all’estero, partecipa alla gestione di giornali come “El Mundo”, “Expansiòn” e “Marca”. Cairo non è solo al comando: gli sono accanto, tra gli altri, Mediobanca (con il 10% delle azioni) e l’industriale Diego Della Valle (con il 7,3%). A ruota, il quotidiano milanese è seguito dalla storica rivale romana, fondata da Eugenio Scalfari: oltre a “Repubblica”, il gruppo guidato da Carlo De Benedetti controlla importanti periodici (“L’Espresso”, “National Geographic”), storici quotidiani a diffusione regionale come “Il Mattino” di Napoli, “Il Piccolo” di Trieste, “Il Tirreno”, insieme a quotidiani di Mantova, Modena, Reggio Emilia, Ferrara e Carlo De BenedettiPavia. Senza contare le radio (“Radio Capital”, “Radio Deejay”) e l’informazione solo su web (“Huffington Post”, di Lucia Annunziata).
«Oltre che nell’editoria – scrive il Cnms – la famiglia De Benedetti opera nei settori industriale e sanitario. L’insieme delle tre attività formano un unico impero economico, al cui vertice si trova Cir Spa, detenuta al 46% da F.lii De Bendetti Spa e al 15% da Cir stessa», secondo dati Consob aggiornati al 2017. «Il gruppo operativo nel settore industriale è Sogefi, che produce componenti per auto. Nel settore sanitario è Kos, che gestisce varie cliniche private. Fino al marzo 2015, Cir comprendeva anche la società energetica Sorgenia, poi ceduta alle banche con le quali era indebitata, fra cui Monte dei Paschi. Nel 2015 l’insieme delle attività controllate da Cir ha prodotto un giro d’affari di 2,5 miliardi di euro. La famiglia De Benedetti opera anche nel settore finanziario tramite vari fondi d’investimento che fanno capo a Cofide». La “Repubblica” è gestita dal Gruppo editoriale L’Espresso, che raccoglie pubblicità tramite la controllata A.Manzoni & C. Altro azionista di rilievo, aggiunge il Cnms, è Giacaranda Maria Caracciolo, col 6%. «Va segnalato che il 30 luglio 2016 il Gruppo L’Espresso ha concluso un accordo con Fca (Fiat Chrysler Automobiles, guidata da Sergio Marchionne), per condividere la proprietà del quotidiano “La Stampa”. Secondo l’accordo, “La Stampa” verrà trasferita al Gruppo L’Espresso, ma Vincenzo Boccia, presidente di Confindustrianel contempo verrà ampliato il capitale del gruppo per permettere ai vecchi proprietari della testata torinese di entrare nella compagine azionaria del Gruppo L’Espresso».
Al terzo posto in Italia tra i quotidiani più venduti, con 197.000 copie distribuite, figura il “Sole 24 Ore” , di proprietà di Confindustria al 67,5% (il resto è azionariato diffuso). Il “Sole” è tallonato dalla “Stampa” di Torino, della famiglia Agnelli guidata da John Elkann (auto, immobiliare e finanza), che detiene anche il 43% del settimanale inglese “The Economist”. Il quotidiano – 176.000 copie diffuse al giorno – è gestito da Itedi, una società di comunicazione e raccolta pubblicitaria e (in attesa dell’esecuzione dell’accordo col Gruppo L’Espresso) appartiene ancora per il 77% a Fca (Fiat-Chrysler), a sua volta posseduta per il 30% da Exor, cassaforte della famiglia Agnelli. Il restante 23% è in quota a Ital Press Holding, società del genovese Carlo Perrone. Al gruppo Agnelli fa anche capo “Il Secolo XIX”, storico quotidiano di Genova. Se le prime quattro testate fanno capo al mondo degli affari, con 124.000 copie diffuse ogni giorno si fa largo, al quinto posto, “Avvenire”, quotidano dei vescovi italiani, gestito da Avvenire Nuova Editoriale Italiana. L’80% del capitale sociale è di proprietà della Fondazione di Religione “Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena”, espressione della Cei, Conferenza Episcopale Italiana. «Oltre a varie altre realtà ecclesiastiche risultano proprietari Italcementi Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Ceidi Carlo Pesenti per il 3,8% e Gold Line Spa, azienda di lavorazione di gioielli, per un altro 3,8%». Ad “Avvenire” fanno capo agenzie di stampa come Fides e Sir, la radio “inBlu” e il canale televisivo “Tv2000”.
Sempre a Roma è stampato il “Messaggero”, sesto quotidano più venduto in Italia, con 113.000 copie diffuse. Il patron, Francesco Gaetano Caltagirone, opera anche nei settori finanziario, cementiero, immobiliare, dell’acqua, delle costruzioni. «L’insieme delle attività forma un unico impero economico, al cui vertice si trova Caltagirone Spa detenuta al 54% da Francesco e al 33% dal fratello Edoardo», scrive il Cnms. «Il gruppo operativo nel settore cementiero è Cementir, mentre in quello delle costruzioni è Vianini Lavori». Tramite le sue società, continua la Ong, Caltagirone è presente anche nella gestione dell’acqua con una partecipazione del 5% in Acea e del 48% in Acqua Campania Spa. «Nel 2015 l’insieme delle attività controllate da Caltagirone Spa ha prodotto un giro d’affari pari a 1,4 miliardi di euro». Il quotidiano è gestito da  Caltagirone Editore, un gruppo attivo nei settori della comunicazione: stampa di quotidiani, Tv, internet e raccolta pubblicitaria. «Il gruppo Francesco Gaetano Caltagironeeditoriale appartiene per il 60% a Francesco Gaetano Caltagirone». Altri quotidani del gruppo sono “Il Mattino” di Napoli, “Il Gazzettino” di Venezia, e il “Corriere Adriatico”.
A Maria Luisa Monti appartiene invece il gruppo che stampa “Il Resto del Carlino”, quotidiano di Bologna (101.000 copie), e controlla anche “Il Giorno” e “Quotidiano Nazionale”, che ha accorpato “La Nazione” di Firenze. «Il quotidiano è gestito da Poligrafici Editoriale Spa, gruppo attivo nell’editoria e nella raccolta pubblicitaria». La società editoriale «appartiene per il 62% a Monrif Spa, controllata a sua volta da Maria Luisa Monti». Altri azionisti di rilievo di Poligrafici Editoriale sono Andrea Della Valle col 10% e Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste col 5%. Solo all’ottavo posto, nella graduatoria dei quotidiani più letti, si posiziona il berlusconiano “Il Giornale”, con 66.000 copie diffuse. Il quotidiano è gestito da Società Europea di Edizioni Spa (editoria e pubblicità), che appartiene per il 63% a Paolo Berlusconi tramite le società Pbf Srl (46%) e Arcus Multimedia (17%). Il restante 37% è in quota ad Arnoldo Mondadori Editore. A sua volta, l’azionista di maggioranza di Mondadori (53%) è Maria Luisa Monti RiffeserSilvio Berlusconi (Mediaset) tramite Fininvest. Del gruppo Mondadori fanno parte 40 brand italiani a larghissima diffusione (tra cui “Chi”, “Donna Moderna”, “Focus”, “Grazia”, “Sorrisi e Canzoni Tv” nonché il settimanale “Panorama”), più svariate testate francesi.
Dopo il “Fatto”, al nono posto, la classifica della stampa presenta “Italia Oggi”, con 40.000 copie quotidiane, di proprietà di Paolo Panerai. «Il quotidiano è gestito da Class Editori Spa, gruppo attivo nei quotidiani, riviste, radio e Tv», spiega il Cnms. «Class Editori appartiene per il 10% a Paolo Panerai, il 60% a Euroclass Multimedia Holding Ss, il resto è azionariato diffuso». Curiosità: Euroclass Multimedia è domiciliata in Lussemburgo, «per cui i proprietari non sono ufficialmente identificabili». Ma, secondo indiscrezioni, «oltre ad alcune società riconducibili a Panerai, figurano anche varie banche, fra cui Unicredit col 13%». Al gruppo “Italia Oggi” fa capo anche il quotidiano “Milano Finanza”, insieme al periodico “Class”, a “Radio Classica” e al canale televisivo “ClassTv”. A seguire – con 27.000 copie – è il quotidiano “Libero”, della famiglia Angelucci, gestito da Editoriale Libero Srl. Il socio di maggioranza è la Fondazione San Raffaele, che detiene il 60% del capitale, mentre il rimanente 40% è detenuto dalla finanziaria Tosinvest. «Ma è noto che dietro entrambe queste realtà si cela la famiglia Angelucci», scrive il rapporto del Cnms. Benché impegnati in attività immobiliari, finanziarie ed editoriali tramite Antonio Angeluccila finanziaria Tosinvest, il vero affare di Antonio Angelucci e del figlio Gianpaolo sarebbe la sanità, gestita tramite la San Raffaele Spa, che dispone di 26 strutture private, 3.000 posti-letto, oltre 1.000 medici specialistici e 2.800 dipendenti.
«Nel corso degli anni – continua il Cnms – la stampa si è occupata a più riprese delle attività degli imprenditori Angelucci a causa di indagini e processi per reati fiscali e finanziari. Nell’agosto 2016 la casa di cura San Raffaele di Cassino è stata condannata dalla Corte dei Conti a restituire al servizio sanitario nazionale 31 milioni di euro per avere erogato servizi di qualità non appropriata. Un’indagine per frode fiscale avviata nel 2014 ha messo in luce l’esistenza di almeno tre società (Th Ss, Three e Sps di Lantigos) utilizzate dagli Angelucci in Lussemburgo per le proprie attività finanziarie». Il gruppo è titolare dello storico quotidiano romano “Il Tempo”, nonché di giornali proviciali come “Corriere di Siena”, “Corriere di Viterbo”, “Corriere di Arezzo” e “Corriere dell’Umbria”. Chiudono la lista il “Manifesto”, in dodicesima posizione (con poco più di diecimila copie) e “Il Foglio”, i cui dati di diffusione non sono però disponibili. La proprietà fa riferimento a Valter Mainetti, e il quotidiano (fondato da Giuliano Ferrara) è gestito da Foglio Edizioni, posseduta al 97,5% da Sorgente Group attraverso la società Musa Comunicazione. A sua volta, Sorgente Group è partecipata per il 35% da Valter Mainetti, mentre il restante 65% è detenuto dalla Roma Fid Società Fiduciaria Spa, che agisce per conto di altri membri della famiglia Mainetti. «Sorgente Group Spa – spiega il Cnms – è parte di un complesso multinazionale con società localizzate negli Stati Uniti, Lussemburgo, Gran Bretagna, Emirati Arabi, Brasile. Svolge attività nei settori della finanza, del risparmio gestito, dell’immobiliare, delle costruzioni». In Italia opera anche nell’editoria tramite Musa Comunicazione. Ma, appunto, quella è solo una piccola parte del business.

giovedì 27 aprile 2017

Elogio di Putin e della Le Pen

Di Paolo Becchi su Libero, 27/04/2017

Sbagliano coloro che oggi credono che la partita in Francia sia già chiusa, e che ormai, anche a seguito del “tradimento” di Donald Trump e del suo programma isolazionista, Marine Le Pen sia comunque destinata a soccombere. Più in generale, e sul piano geopolitico, sbagliano coloro che pensano che le potenze «marittime» abbiano ormai avuto la meglio su quelle «telluriche», per dirla con il Carl Schmitt di Terra e mare (Adelphi). L’opposizione tra terra e mare ha costituito, almeno a partire dal XVII secolo, l’asse a partire dal quale si sono nel tempo definiti i rapporti di forza tra gli Stati, e si è instaurata quella dialettica tra equilibrio ed egemonia che ancora oggi determina e misura il tempo della politica.
In fin dei conti, le più recenti mosse di Trump – Siria e Corea del Nord – sono i colpi di coda di una potenza imperiale in declino che vuole riaffermare un ruolo egemone in mondo ormai sì tendenzialmente multipolare, ma che continua periodicamente a cercare nuovi assestamenti e nuovi equilibri: oggi, quello tra il “mare” americano e la “terra” russa. Per dirla ancora una volta con Carl Schmitt, dopo la crisi dello ius publicum europaeum il nuovo nomos della terra si è spostato in Russia e oggi Vladimir Putin, per capacità e visione strategica, è l’unico uomo politico all’altezza del tempo storico che viviamo.
ATLANTISMO EUROPEO
La domanda fondamentale che ora dobbiamo porci è la seguente: quale ruolo è destinata a svolgere l’Europa in questa nuova situazione geopolitica? A partire dal secondo dopoguerra, il Patto atlantico, con la Nato, ha collocato l’Europa in un contesto americano. L’Unione europea non ha fatto altro che continuare nella medesima direzione, con l’alleanza franco-tedesca a partire da Mitterrand e Kohl. L’atlantismo rappresentò, ed ha continuato, sia pure in forma diverse, a rappresentare il vero tratto politico comune delle democrazie europee, l’assicurazione della loro fondamentale collocazione geopolitica dalla parte degli Stati Uniti, e contro la Russia.
La Francia, da questo punto di vista, è sempre stata l’anello debole: più sovranista e più europeista che atlantista, fin da De Gaulle essa ha sempre tentato di rivendicare, contro l’idea di un’Europa satellite delle potenze marittime (Stati Uniti e Inghilterra), quella di un equilibrio tra alleati che garantisse le aspirazioni francesi nazionali a una forte unità continentale.
Se oggi irrompe, nuovamente, il “Fronte Nazionale”, è essenzialmente per la sua forza tellurica, il suo rivendicare la terra come l’esistenza autentica di una Francia che ha da sempre pensato se stessa come destinata a un’alleanza continentale, più che di una sfera d’influenza extra-europea. Era stato così, come si è detto, con De Gaulle, e il suo tentativo di fare della cooperazione franco-tedesca l’asse con cui rendersi indipendente dai due blocchi. Ancor prima, alla fine del XIX secolo e ai tempi del progetto della costruzione della linea ferroviaria Parigi-Vladivostok, era stato carezzato il sogno di un’alleanza Francia-Germania-Russia.
Questa vocazione tellurica è tornata oggi a farsi prepotentemente sentire: Le Pen vince nelle terre francesi, nelle province, mentre a Parigi, la capitale, i francesi non vanno più neppure a votare.
E allora, dovremmo chiederci se la vera contrapposizione, oggi, non sia quella tra destra e sinistra – entrambe se ne escono con le ossa rotte dalle elezioni – ma, di nuovo, quella più originaria tra la terra e il mare, tra le potenze telluriche e la finanza globale. Questa è la vera sfida epocale. Da una parte, le forze populiste, che non sono né di destra né di sinistra, ma sono le forze legate alla terra, all’agricoltura e all’industria, al recupero di un’idea nazionale e, insieme, delle grandi questioni sociali del nostro tempo, a partire da quella del lavoro. Dall’altra, le élites finanziarie, con il loro modello di sviluppo liberista fondato in Europa su una moneta che ha solo il compito di distruggere i deboli a vantaggio dei forti, per imporre dappertutto la forza astratta del globalismo marittimo. Il sovranismo identitario è così diventato l’alleato naturale di tutti coloro che contestano le devastazioni della globalizzazione. Così sovranismo e questione sociale inevitabilmente si intrecciano, dando luogo a una miscela esplosiva. Carl Schmitt avrebbe detto: die konservative Revolution (la rivoluzione conservatrice) contro quella liberale.
Le Pen vuole restaurare lo Stato, le frontiere, la voglia di comunità, il senso di appartenenza nazionale e per farlo ha persino “ucciso” il padre, trasformando il suo partito, mutandone sostanzialmente la natura. Macron si è inventato un partito in due giorni, un partito privo di qualsiasi radicamento sul territorio, è il banchiere, europeista e cosmopolita, liberale, l’uomo dei flussi migratori e dei capitali, della casta mediatica, l’uomo d’affari per cui l’interesse pubblico è al servizio di quello privato, un prodotto fecondato in vitro dalle élites finanziarie per sconfiggere una donna, la nuova Giovanna d’Arco.
CONFLITTO DEGLI ELEMENTI
Terra e mare, il conflitto degli elementi continua. Un conflitto che oggi significa e ha preso la forma dell’opposizione tra popoli stanziati su territori che rivendicano il senso della loro radici e la cosmopolis “rizomatica” della società liquida. Chi ha votato Le Pen o Mélenchon – se superiamo le ormai obsolete contrapposizioni ideologiche tra destra e sinistra, le grandi narrazioni del secolo scorso – ha votato per la stessa cosa e contro la stessa cosa: per la terra, contro il mare. Per vincere Le Pen dovrà però riuscire a dimostrare che non si vota pro o contro il Fronte Nazionale, ma pro o contro la globalizzazione e i suoi prodotti tossici, in primis l’euro; dovrà cioè riuscire a dimostrare che se vince lei vincono i francesi, e potranno un domani vincere anche gli italiani, i tedeschi e così via, se vince Macron vincono le élites finanziarie mondialiste e le burocrazie dell’Unione europea.
La posta in gioco è altissima. La Francia, uno Stato nazionale, può ancora spostare gli equilibri geopolitici globali. La vittoria di Le Pen sarà una sconfitta dell’atlantismo, del mare, e la nascita di un nuovo grande spazio: quello tellurico euroasiatico.

martedì 25 aprile 2017

Emmanuel Macron : il nulla con la Banca Rothschild intorno

fonte http://www.ilprimatonazionale.it
Image 1x1.transRoma, 24 apr – “Non esiste una cultura francese. Esiste una cultura in Francia: essa è diversa, multipla”. Sono queste le idee, espresse nel corso di un comizio, del futuro presidente di Francia, Emmanuel Macron, che diventerà tale con i voti delle destre e delle sinistre riunite, contro il pericolo mortale rappresentato da Marine Le Pen, che appena qualche giorno fa parlava di “anima millenaria del nostro popolo”. Racine, Corneille, Hugo? Scrittori non francesi, dunque, ma solo di passaggio nell’Esagono. Una considerazione che non stupisce, in bocca a questo esponente della finanza cosmopolita, a questo figlio dell’ipercapitalismo che non conosce culture, popoli, civiltà. Ma, in Italia come in Francia, si parlerà poco di questo, riconducendo tutto il personaggio alle solite parole vuote sui “giovani”, “l’innovazione”, la “riforme”, insomma quella retorica che crea storytelling sul nulla. O magari si parlerà della “favola” di un liceale che si innamora della prof di francese e infine la sposa, anche se ha 23 anni più di lui, anche se l’effetto estetico dei due insieme è grottesco e, anzi, dà proprio l’idea esatta di un saputello bamboccione comandato ancora a bacchetto dall’anziana prof. Emmanuel Macron nasce il 21 dicembre 1977 ad Amiens. Appassionato di pianoforte e savate (la boxe francese), egli è un tipico frutto dell’Ena, l’alta scuola per quadri amministrativi da cui è uscita gran parte dell’élite politica transalpina. In varie interviste ha dichiarato un precoce impegno a sinistra. Ha anche detto di aver composto, in ambito accademico, uno scritto sulla filosofia del diritto di Hegel sotto la direzione del filosofo marxista Étienne Balibar, che tuttavia ha dichiarato di non averne alcuna memoria (chissà chi dei due ha mentito). La virata verso il settore bancario, sempre a sentir lui, è stata dovuta alla delusione per l’elezione di Nicolas Sarkozy a Presidente della Repubblica. Inizia quindi la sua carriera nella banca Rothschild. Nel 2012 dirige l’acquisto di una filiale della Pfizer da parte di Nestlé, un affare da 9 miliardi di euro che gli permette di diventare milionario.
Già dal 2006, tuttavia, aveva conosciuto Hollande ed era nel giro del Partito socialista. Sarà grazie a questa conoscenza che, il 26 agosto 2014, sarà nominato ministro dell’Economia del governo Valls al posto di Arnaud Montebourg. Il 6 aprile 2016, ad Amiens, fonda “En marche!”, giustamente definito più una start-up che un partito. Secondo Mediapart, l’indirizzo legale del movimento è situato presso il domicilio privato del direttore dell’Institut Montaigne, think tank neo-liberale vicino alla Confindustria francese e il cui presidente è tra i vertici del Bilderberg (ai cui vertici Macron stesso ha partecipato). Anche molti membri “Terra Nova”, il gruppo di pressione che suggerì al Partito socialista di abbandonare gli operai e puntare sugli immigrati, sostengono Macron. Tra questi, anche Daniel Cohn-Bendit, volto storico del ’68 francese. Alta finanza e sinistra etica: è sempre un’ottima accoppiata. Secondo alcuni suoi esponenti, “En marche” godrebbe della consulenza di alcuni membri dello staff della Clinton.
Difficile enucleare una sorta di Macron-pensiero: il personaggio, benché scaltro, poggia su enormi basi di fuffa. Giova comunque ricordare che poche settimane fa ha proposto un attacco militare contro Assad e che si è sempre rifiutato di esprimersi sul tema del riconoscimento dello Stato palestinese. È inoltre un sostenitore dell’accoglienza degli immigrati alla Merkel. Quando lo si lascia parlare un po’, tuttavia, le gaffe fioccano. Parlando della Guyana francese, per esempio, ha detto che si tratta di un’isola (quando è in realtà un territorio al confine con Brasile e Suriname). Andando in Guadalupa, ha detto che è abitata da “espatriati” (quando si tratta di un dipartimento d’oltre mare che è, a tutti gli effetti, territorio francese). Nel corso di un’intervista, ha espresso al meglio le sue idee su quale debba essere l’orizzonte valoriale della gioventù: “Servono giovani francesi che abbiano voglia di diventare miliardari”. Nel corso di un discorso, si è trovato a leggere una frase priva di senso, per ammettere: “Non so cosa voglia dire, leggo quello che mi scrivono”. Diverse volte si è lasciato andare a veri e propri scatti di razzismo sociale, come quando ha definito “illetterati” gli operai dei mattatoi Gad o quando ha stigmatizzato l’alcolismo e il tabagismo degli abitanti di un bacino minerario. Ma, in fondo, tutto questo cosa conta, a fronte del suo faccino d’angelo?
Adriano Scianca

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giovedì 20 aprile 2017

Sorpresa, il maestro di Putin è Solženicyn







Russia's President Vladimir Putin (R) presents flowers to Alexander Solzhenitsyn after handing the State Prize for his achievements in humanitarian field as president visits his home in Troitse-Lykovo in Moscow, June 12, 2007. REUTERS/RIA Novosti/Kremlin (RUSSIA)

La sua faccia non sarà rassicurante e a qualcuno ricorderà forse il volto impassibile e glaciale del pugile russo Ivan Drago che sfida Silvester Stallone in Rocky IV.
Eppure, Vladimir Putin è ormai da tempo lo statista più longevo ed incisivo al mondo. Ha preso tra le mani un’ ex potenza allo sbando
e la ha riportata al centro della scena internazionale. Al punto che siamo oggi tornati ad una sorta di guerra fredda tra Usa e Russia, nonostante la Russia odierna sia davvero piccola cosa rispetto all’Urss di soli 30 anni fa.
Eppure nel 1998, pochi anni dopo la presidenza Eltsin, il paese viveva una crisi umana e finanziaria devastante ed era sull’orlo del default.
Ma da dove arriva Vladimir Putin? Il suo passato nel Kgb viene ricordato spesso e volentieri, ma nessuno, o quasi, sembra invece interessato a raccontare un altro fatto: che il maestro di Putin è stato nientemeno che il Premio Nobel per la pace Aleksandr Solženicyn.
Sì, l’autore di “Arcipelago Gulag“, colui che per decenni sfidò il regime comunista, dopo aver sperimentato la durezza dei campi di concentramento, è stato l’uomo che forse ha influito di più sulla visione del mondo dell’attuale presidente russo.
E’ Ljudmila Saraskina, in una monumentale biografia di 1432 pagine dal titoloSolženicyn”, a raccontare i “frequenti, stretti, ma non sempre pubblicizzati” incontri tra Solženicyn – il grande vecchio, l’eroe del popolo russo nemico del comunismo, ma deluso dai nuovi politici “democratici” – e il giovane uomo politico che sembrava destinato, come tanti altri, ad essere una meteora, con molti nemici, in un paese in decomposizione.
Il primo incontro avviene il 20 settembre 2000 a Troice-Lykovo: sono i coniugi Putin a recarsi in visita a casa dello scrittore. Il giorno seguente Solženicyn, nel programma Vesti, dichiara di aver conosciuto un uomo dall’intelligenza vivace e pronta, “preoccupato del destino della Russia e non del potere personale“. L’ex agente del KGB in visita ad un’ex vittima del KGB! La notizia occupa per molto tempo i giornali russi, che dovranno tornare sovente sul tema, visto che i due continueranno a vedersi per anni, talvolta pubblicamente, talvolta in modo riservato, per sfuggire alle polemiche degli avversari.
Cosa insegna Solženicyn al suo giovane ammiratore? Essenzialmente tre cose: che occorre frenare la catastrofe demografica, che fa perdere alla Russia circa un milione di persone l’anno e che è figlia del nichilismo comunista ma anche di quello occidentale; che bisogna rivedere le privatizzazioni selvagge realizzate nell’epoca di Eltsin, e gestite a vantaggio di pochi, ai danni del popolo; che è necessario impedire che il passaggio dal comunismo alla democrazia liberale segni la morte definitiva dell’anima religiosa russa, traghettando il paese dal materialismo comunista al consumismo materialista occidentale.
Da dissidente anticomunista, Solženicyn ha imparato cosa significhi la dittatura vera e propria, con le sue blandizie (la neolingua menzognera, che trasforma l’essenza delle cose) e la sua incredibile durezza (i gulag, la pena di morte…).
Nei suoi anni negli Usa, invece, si è convinto dell’esistenza di un’altra forma di dittatura, più morbida ma egualmente mortale, quella del pensiero unico imposto dalla “tribù istruita”, dai maître à penser delle televisioni e dei giornali “liberi”. Sono loro, in un paese che appare allo scrittore russo “disgregato” moralmente, spiritualmente “insano”, a decidere cosa la gente debba leggere e cosa debba pensare, generando un conformismo asfissiante e molto simile a quello imposto in Unione Sovietica dal comunismo.
Putin ascolta ciò che Solženicyn gli dice, sul suo paese e sugli Usa, e farà ciò che gli è stato suggerito: limitando il ricorso all’aborto e sostenendo la famiglia; emarginando gli oligarchi e restituendo così allo Stato e ai russi i loro beni nazionali; riagganciando il suo paese alle tradizioni religiose combattute dal comunismo ed anche, in altro modo, in Occidente.
Quanto alla politica estera, per capire la posizione di Putin di oggi, occorre forse ancora una volta ricordare cosa pensava il suo venerato maestro, allorchè, nella primavera del 1999, commentando i bombardamenti a tappeto dell’amministrazione Bill Clinton sulla Serbia, dichiarava: “Non bisogna illudersi che l’America e la Nato abbiano come scopo la difesa dei kossovari… La cosa più spaventosa è che la Nato ci ha introdotti in una nuova epoca… chi è più forte, schiacci“.
Nel 2008, anno della sua morte, Solženicyn avrebbe dichiarato: “Impiantare la democrazia in tutto il pianeta. Impiantare! E infatti hanno cominciato a impiantarla. Prima in Bosnia. Con un bagno di sangue… Un grande successo, in Iraq! Un grande successo della democrazia. Adesso a chi toccherà? Chi sarà il prossimo? Forse l’Iran? … Non vale un soldo la democrazia che è arrivata con le baionette; da dieci anni stanno sviluppando il loro piano spudorato, la cui sostanza consiste nell’imporre in tutto il mondo la cosidetta democrazia all’americana“.
Ecco da dove proviene, almeno in parte, l’ avversione di Putin alla guerra in Libia (paese che, a sentire qualcuno, andava “liberato” dal tiranno), la sua politica in Siria, la sua simpatia per Trump (fiero smobilitatore della Nato), e l’ avversione per Hillary Clinton, la donna che ha votato sì a tutte le guerre per “impiantare” la democrazia.
Chi l’avrebbe mai detto che l’uomo che sfidò l’Urss, che svelò all’Occidente l’esistenza dei gulag, mettendo in crisi il comunismo internazionale, sarebbe poi diventato il consigliere, politico e spirituale, dell’uomo che oggi contende agli Usa il primato nella politica estera mondiale, e che nel contempo si contrappone anche sul terreno ideale della religione, della famiglia, dei cosiddetti diritti civili, alle politiche abortiste e pro LGBT di Obama e della Clinton?
Un intellettuale, al potere, dunque, anche dopo la sua morte? Così scrissero spesso i giornali russi, in quegli anni, paragonando il rapporto tra Solženicyn e Putin a quello tra Nicola I e Aleksandr Puškin. Certamente Solženicyn avrebbe detto di no: uomo coltissimo, si riteneva però un figlio del popolo russo. Considerava gli intellettuali una schiagura: propugnatori del comunismo, in Oriente, corruttori della libertà e della verità, in Occidente.
La Verità, 29 settembre 2016