.Nisargadatta Maharaj. La meraviglia è l'alba della sapienza

L’appercezione in cui tutto sorge, è questa la realtà. Un’appercezione pura e chiara, quella che chiamano l’occhio di Dio.Karl Renz

« La persona non- risvegliata vive nel suo mondo, la persona risvegliata vive nel mondo. » Andrew Cohen

Finché immagino "come dovrei essere", continuerò ad essere quello che sono ora.U.G.Krishnamurti

"Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti." Eraclito

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezzaBenjamin Franklin

In televisione non c'è la pubblicità, il mezzo televisivo è "solo" pubblicità.Dioniso 777


Upton Sinclair, “è difficile far capire qualcosa ad un uomo quando il suo stipendio dipende dal suo non capire”.


mercoledì 30 dicembre 2015

Il supremo trucco


"Vedi questo è il vero segreto della vita: essere completamente coinvolto con quello che stai facendo nel qui e ora. E invece di chiamarlo lavorare realizza che questo è giocare."~Alan WattsPreso da questo splendido sito.http://www.non-dualita.it/

lunedì 28 dicembre 2015

Reportage: Angkor, storia e futuro del «luogo più bello del mondo»

Buddhist_monks_in_front_of_the_Angkor_Wat
Fonte http://www.milleorienti.com/Cari lettori, ecco un mio articolo sulla Cambogia recentemente pubblicato su Sette, il magazine del venerdì del Corriere della Sera. Racconta storia e significati del celebre sito archeologico di Angkor, giudicato nel 2015 dagli esperti di Lonely Planet «il luogo più bello del mondo». Ma l’articolo parla anche delle “nuove Angkor”, cioè i siti più lontani e ancora poco noti, nonché dei rischi a cui il turismo di massa, quando non è ben gestito, sottopone questi luoghi tanto belli quanto fragili. E fornisce infine dei consigli di lettura per saperne di più su Angkor e la Cambogia. Auguro a tutti voi un 2016 ricco di soddisfazioni e…di viaggi!  MR
—————————-
Qual è il luogo più bello del nostro pianeta? Il sito archeologico dei templi di Angkor, in Cambogia. Questo, perlomeno, è il parere del celebre editore turistico Lonely Planet, che pochi mesi fa ha pubblicato The Ultimate Travelistun libro con la classifica dei 500 posti più affascinanti del mondo. Tutte le classifiche sono discutibili e questa è discutibilissima: l’Italia appare solo al settimo posto con il Colosseo di Roma, mentre Piazza San Marco a Venezia è soltanto in ventiseiesima posizione, preceduta alla venticinquesima dalle piramidi dei faraoni egiziani. Si potrebbe dibattere all’infinito ma, a prescindere dalle classifiche, un fatto è indubbio: Angkor è di una bellezza abbagliante. «È uno di quei pochi, straordinari luoghi del mondo, dinanzi ai quali ci si sente orgogliosi di essere membri della razza umana», scriveva Tiziano Terzani in un reportage del 1993, quando ancora quasi nessuno visitava l’antica capitale dell’impero Khmer.
Il sito archeologico comprende centinaia di meravigliosi templi induisti e buddhisti, la maggior parte dei quali si trovano dispersi nella giungla oppure nella placida, incantevole campagna cambogiana. Edificati dagli imperatori Khmer fra il nono e il quindicesimo secolo, sono tutto ciò che ci resta di questa civiltà che si estese anche su larghe parti del Vietnam, del Laos e della Thailandia; gli edifici civili invece, che venivano costruiti in legno, sono andati perduti. Nel Medio Evo, quando le città europee contavano poche decine di migliaia di abitanti, Angkor ne contava fra il mezzo milione e il milione, in un’area di quattrocento kilometri quadrati; ma considerando anche i templi più lontani, alcuni studiosi parlano di tremila kilometri quadrati. Un immenso complesso urbano a bassa densità abitativa, ma ricchissimo: il segreto della sua fortuna stava nelle grandi opere di ingegneria idraulica che permettevano, fra l’altro, di ottenere due-tre raccolti di riso all’anno.
STATUE-ANGKOR-WAT-CopiaA noi restano i templi, gioielli d’arte in una cornice di mistero. Perché di misteri Angkor è ricca: la sua simbologia religiosa – induista in origine, buddhista più tardi – è stata decifrata solo in parte. Ad esempio, il celebre tempio del Bayon, è (come le piramidi egizie) il sepolcro di un imperatore; rappresenta una montagna cosmica, centro dell’universo, attorno a cui si snodano le mura della cittadella di Angkor Thom che simboleggiano i monti, circondati da un oceano primordiale rappresentato dal fossato della cittadella. Mentre i serpenti tenuti dai giganti alle porte di ingresso di Angkor Thom sono corde-arcobaleno che legano il mondo degli uomini a quello degli Dei. Però nessuno studioso è ancora riuscito a capire che cosa significhino esattamente i 126 volti di pietra, contraddistinti da un enigmatico sorriso, che stanno sopra il Bayon. Sono volti di divinità buddhiste? Oppure ritratti dell’ imperatore Khmer? O che altro? Senza contare che nemmeno sappiamo le vere ragioni per cui finì la civiltà angkoriana nell’anno 1431. La città fu abbandonata perché non poteva più difendersi dalla minaccia del vicino esercito Thai? O piuttosto – come molti oggi ritengono – per un lento disastro ecologico, dovuto alla deforestazione, all’eccessivo sfruttamento dell’ambiente e alla pressione insostenibile di centinaia di migliaia di abitanti?
preah_vihear_CambodiatourismSappiamo invece perché ci affascinano i suoi templi, soprattutto quelli che oggi non ci si presentano addomesticati in un lindo giardinetto, perché non sono stati (ancora) ripuliti dalla vegetazione trionfante. Templi come il Ta Prohm – molto noto perché si trova vicino alla città di Siem Reap – ma soprattutto quelli meno visitati perché più lontani da Siem Reap, nei siti angkoriani come Beng Mealea, Phnom Kulen, Koh Ker (foto sotto) e Prasat Preah Vihear (foto sopra), quest’ultimo sul confine con la Thailandia. I loro edifici si presentano con torri avvolte dalle liane, padiglioni strangolati dagli alberi, gigantesche radici che scendono dai tetti dei templi, incorniciano le loro porte e ne spaccano le pietre. Sono Arte e Natura indissolubilmente abbracciate in un lungo atto amoroso. Luoghi capaci di esercitare un forte richiamo sull’immaginario occidentale, una fascinazione che si è espressa anche nella spettacolarizzazione di Angkor, realizzatasi attraverso film e videogiochi (basta pensare alla serie Tomb Raider di Lara Croft o a certe scene dei vari Indiana Jones).
Koh-Ker-temple-14Questa spettacolarizzazione di Angkor comincia in realtà nella Francia ottocentesca. Nel 1863 vengono pubblicati postumi i taccuini di Henri Mouhot, un naturalista che tre anni prima si era imbattuto, per caso, nella “meravigliosa città abbandonata”. I taccuini suscitano curiosità in tutta Europa e vengono subito tradotti in varie lingue (italiano compreso, nel 1871); pochi anni dopo, nel 1878, all’Expo universale di Parigi vengono presentati statue e calchi di opere d’arte dei templi, con enorme successo. È l’inizio della “Angkormania”, che porterà in Cambogia un gran numero di missioni archeologiche francesi ma anche una quantità di ladri di opere d’arte, per “lavoro” o per passione; fra questi ultimi si trovano personaggi insospettabili come lo scrittore André Malraux, che viene arrestato per contrabbando di antichità ma poi, pentitosi, si getterà contro lo sfruttamento coloniale in Indocina scrivendo nel 1930 il diario-romanzo La via reale. In un’atmosfera di colonialismo orientalista Angkor diventa per gli occidentali una terra – più onirica che altro – di avventure e di esotismi. Il suo simbolo è l’Angkor Wat, il più famoso e imponente dei templi angkoriani, che con le sue cinque spettacolari torri viene raffigurato un po’ ovunque, e del resto ancora oggi compare sulla bandiera stessa del Regno di Cambogia. Ma nonostante l’Angkormania il Paese dovrà attendere ancora la fine del ventesimo secolo per avere ciò che si può definire “un turismo normale”. Prima dovrà passare attraverso i bombardamenti americani, il genocidio commesso dai Khmer Rossi di Pol Pot, l’occupazione del Paese da parte del Vietnam.
Nei primi anni Novanta del secolo scorso inizia finalmente la rinascita della Cambogia. E di Angkor, che nel 1992 entra a far parte dei Patrimoni Unesco dell’Umanità. Il Paese è stremato ma Angkor, pur ferita da tante guerre, si apre al turismo. Nel primo anno, il 1993, quasi nessuno osa andarci: i visitatori sono 7.600. Pochi anni dopo, nel 1998, in un’intervista a Phnom Penh il Segretario al turismo cambogiano, Sambo Chey, mi dice: «Ho un sogno. Vedere il giorno in cui Siem Reap pullulerà di alberghi e in Cambogia arriveranno 400mila turisti all’anno». Il sogno di Sambo Chey si è avverato moltiplicato per 10 volte: Siem Reap oggi è fin troppo piena di alberghi e nel 2014 in Cambogia i turisti non sono stati 400mila bensì quattro milioni e mezzo. E cresceranno. Che si fermino al mare nelle spiagge di Sihanoukville, oppure che passino rapidamente per poi andare in Vietnam e Thailandia, tutti prima o poi visitano Angkor. Ma è un turismo mordi-e-fuggi: si fermano ad Angkor un paio di giorni, si assiepano in qualche tempio vicino a Siem Reap e se ne vanno. Così, Angkor mantiene il proprio fascino nei templi più lontani, avviluppati dalla giungla. Ma è un fascino fragile, che può sopportare soltanto viaggiatori rispettosi. La capitale dell’impero Khmer dovrà essere tutelata di più.
——————-
Angkor-Rat1I LIBRI PER SAPERNE DI PIU’
– Marilia Albanese: «I tesori di Angkor», White Star.
Un’esperta di arte asiatica analizza la cultura dei templi di Angkor. Riccamente illustrato e con cartine dettagliate.
– Stefano Vecchia: «I Khmer. Storia e tesori di un’antica civiltà», White Star.
Vita quotidiana, costumi, religione e politica degli antichi Khmer.
– Bruno Dagens: «Angkor, la foresta di pietra», Universale Electa Gallimard.
La storia della scoperta europea di Angkor nell’ 800 e nel ‘900, fra orientalismo, colonialismo e fascinazione.
– Tiziano Terzani: «Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia», Longanesi.
Un grande giornalista racconta il genocidio operato dai Khmer Rossi di Pol Pot ma anche il fascino di Angkor, ferita dalla guerra.
– Pierre Loti: «Un pellegrino ad Angkor», Obarrao.
Il racconto dell’avventurosa spedizione di Loti in Cambogia nel 1901, lungo il corso del Mekong e poi nella giungla fino ad Angkor.
– Alberto Caccaro: «Cento specie di amori. Lettere dalla Cambogia», Lindau.
Un missionario del Pime racconta la sua vita con la gente di un villaggio nella campagna cambogiana, fra il 2001 e il 2011.
——————-

giovedì 24 dicembre 2015

Ispirato dal ponte

Aforisma 885 sul DESIDERIO,dopo essere stato su questo chilometrico ponte.

Cosa succede se non si desidera niente?
La mente non ha spazio
e se non ha spazio
non altera la visione reale.
Si può percepire l"unicità della realtà
in quanto è il desiderio
che divide,
conta solo il desiderio,
il mondo è uno
ma il tuo desiderio lo frammenta.
Possiamo accettare senza problemi
l"UNO  il TUTTO
solo il desiderio crea infelicità.
Tutto è energia
non lo dico io
lo dice la fisica,
privilegiare forme particolari d"energia
non può che creare infelicità.
La mente è il conosciuto,
e desidera solo il conosciuto
non sa cos"è lo sconosciuto.
La mente e i suoi desideri
sono perciò la grande
immensa prigione dell"uomo comune.
Perchè la mente non può accettare lo sconosciuto?
Significherebbe la sua morte
non si sarebbe più uomini
ma DEI
il paradiso è infatti
vivere senza mente
in quanto solo la mente
può creare l"inferno.
Koh Kong Cambogia 13 02 07

In questi giorni di consumismo,di desideri da soddisfare,questo aforisma calza a pennello.
Aggiungo,mai un essere umano ,potrà comprendere la sua reale natura,finche sarà imprigionato dai desideri.
Il mondo occidentale,la sua supremazia mondiale esiste soltanto,perchè riesce a muovere milioni di persone,
schiavi che non sanno di esserlo,soltanto perchè inseguono desideri,il Budda lo disse il desiderio è schiavitù,ma se lo dici in giro oggi sembri un pazzo,ciao dal pazzo,uno che ha sperimentato la futilita dei desideri,e si diverte a guardare le nuvole in cielo,ahahah




Un mio vecchio aforisma

862 riflessioni thailandesi

Bambini tantissimi
che accudiscono  bambini più piccoli.
Non si ha paura
che qualcuno possa morire
se succederà
se ne farà un altro,
solo i migliori sopravviveranno.
Si è compreso incosciamente
che tutto è illusorio
e non ci si attacca
più di tanto
a forme illusorie.
In Europa,
la cultura cattolica
ha messo al primo posto
la sacralità della vita umana,
ma ogni individuo
è nulla di nulla
solo lo spettacolo della vita
è davvero importante.
Facendo cosi l"Europa
produce uno spettacolo televisivo
veramente affascinante,
il contrario
della vita reale
dove il preservare
a tutti i costi
tutti gli esseri viventi
produce uno spettacolo orripilante.
Qui in Asia
vedo solo vitalità
da noi non vi sono
che zombi viventi.
Proteggere il non vitale
è un grande errore
specialmente ora con un pianeta sovrappopolato.
Qui in Asia altro errore
fare tanti figli
i condizionamenti predominanti
vogliono a tutti i costi
preservare la propria cultura,
anch"essa come gli individui
chiaramente illusoria
ma molto più difficile da estirpare,
che bene o male
produce una ricchezza di vitalità
INEGUAGLIABILE.
Il solitario che è in me
l"eterno osservatore
gode di questo fantasmagorico
spettacolo chiamato vita,
perchè libero da qualunque legame.
Chi è legato a qualcosa
non può capire
l"immenso potere che dispone
dentro di se,
al contrario ,deve solo preservare
il suo ego individuale o sociale.
La vita è uno spettacolo meraviglioso
solo per lo spettatore,
chi partecipa
 ha troppi obblighi
troppe regole da seguire
non sapra mai cos"è la libertà
La libertà è
essere o non essere spettatore
si può scegliere,
chi appartiene a qualcosa
non può essere spettatore.
Sangklaburi 05 12 06

Un aforisma sull"illusorietà dell"esistenza,un illusiorità spettacolarissima.

.



mercoledì 23 dicembre 2015

La malattia è una bugia, ogni sintomo ti parla

08f189fd-2390-4eb2-bd09-c9d2b2a30d87_largeTi do una ricetta contro ogni malattia, che ti garantirà di preservare la tua salute a tuo piacimento fin quanto vorrai.
“Smettila di raccontarti delle bugie”.
Fatto! Semplicissimo, nient’altro. Scegli di Essere Onesto e Sincero con Te Stesso ed eviterai ad ogni Sintomo del corpo e della tua mente di venire a parlarti per indicare dove non ti stai raccontando la Verità, la Tua Verità.
E quando non riesci a capire “dove” e “come” ti stai raccontando una bugia nella tua vita, nel tuo lavoro, nella tua relazione, nei rapporti con la tua famiglia, allora rivolgiti ad una persona che ha studiato il significato “simbolico” di ogni sintomo, non gettarti subito nel panico. Alla farmacia ti ci potrai rivolgere, e anche al dottore se vuoi, ma fallo solo in un secondo momento, quando hai capito “che cosa” ti sta dicendo il tuo amato corpo poiché il suo linguaggio simbolico che parla attraverso sintomatologie, funziona sempre come un indicatore per fornirti moltissime informazioni utili su che cosa cambiare nella tua vita per trasformarlo in Luce, ossia trasformarla in meglio.
Alcuni ci credono ciecamente a queste parole, altri lo vorrebbero tanto, e certi altri ancora lo escludono del tutto… Chi ha ragione? Nessuno, poiché il Mondo concorda con tutti, che senso ha dibattersi per capire chi ha ragione? Niente. Se Tu “decidi” che le cose stanno come ti sto suggerendo: così diventeranno per Te, e ne ricaverai tanti risultati. Per quelli che decidono di usare soltanto medicine, senza farsi nessuna domanda, anche loro hanno le loro motivazioni ragionevoli per fare quello che fanno, e sicuramente non bisogna cercare di convincere nessuno a fare qualcosa che davvero “non sente”.
Ogni sintomo è tuo amico, uno dei tuoi migliori amici. Anzi, è un Angelo, angelo viene dalla parola “messaggero”, ecco cos’è. Tu lo combatti, lo demonizzi, ti ci arrabbi. E’ una follia… Perché arrabbiarsi contro un messaggero, perché combattere contro un Angelo che è dalla tua parte? Eppure c’è una società intera basata tutta su questa battaglia inutile. Avrai sentito tante volte che “tutto l’Universo Obbedisce all’Amore”. Esatto, niente di più vero.
L’Amore che il tuo apparato psicofisico ha per Te e la Tua Evoluzione non è eguagliabile a niente. Appena vede e sente che tu stai sbagliando strada, seguendo quella di qualcun altro inizia a parlarti con un sintomo. Appena vede che non stai vivendo la tua vita, ma la stai sacrificando per qualcosa che ti pesa, inizia a parlarti con un sintomo. Appena vede che non riesci a diminuire l’importanza che stai dando ad alcune persone o alcune situazioni che stai vivendo che stanno diventano gigantesche rispetto la loro vera natura, inizia a parlarti con un sintomo. Quando tu stesso non riesci a dire quello che vuoi dire a una persona della tua vita, morta o viva che sia, e ti tieni le parole dentro, inizia a parlarti con un sintomo. Ogni volta che fai finta di non essere arrabbiato per alcuni atteggiamenti tuoi o di altre persone nei tuoi confronti, inizia a parlarti con un sintomo. Ogni volta che non riesci ad accettare il tuo passato con certe persone o con certe situazioni, e quindi rimani pieno di rancore e di sospesi, inizia a parlarti con un sintomo.
E potrei continuare questa lista facendola molto più lunga sai? Eppure non serve, perché sento che hai già capito, perché è così familiare questa sensazione…
E non accanirti se un sintomo non se ne va anche quando “hai capito” perché è arrivato nella tua vita e di che cosa ti sta parlando… poiché lui ti ama talmente tanto che finché non è sicuro che tu non ci “ricaschi” più, lui non se ne va. Vuole essere “certo” che tu hai capito, in modo che puoi procedere per la tua strada, per il tuo destino, per quello che è la tua Vita, né migliore né peggiore delle altre vite di tutti, semplicemente la Tua Vita.
Ripeti a voce alta e serena: “Io scelgo di Essere Onesto e Sincero con Me Stesso”, “Io ascolto con attenzione i messaggi del mio corpo, e mi lascio guidare dalla Voce dell’Anima”.
La Vita è semplice, ma ti hanno convinto del contrario. Prova a sentirti più piccolo di un filo d’erba, più umile di un albero, quanta meravigliosa semplicità, tutto scorre. Si ammala solo quello che fa resistenza, quello che blocca il fluire… Ed è sempre la mente che si ostina nelle cose, non le lascia passare, le blocca.
Inizia ad accorgertene, inizia a non raccontartela più. Ti voglio bene.
Un abbraccio
“Come farò a sapere quando avrò terminato la mia missione?”
“Se stai ancora respirando, significa che non hai finito”.
(Il gabbiano Jonathan Livingston)
Andrea Zurlini

sabato 19 dicembre 2015

Chi sei veramente – E. Tolle

Conoscendo te stesso in quanto consapevolezza in cui avviene l’esistenza fenomenica, ti liberi della dipendenza dai fatti e dalla ricerca di te stesso nelle situazioni, nei luoghi e nelle condizioni. In altre parole, ciò che accade e ciò che non accade non sono più così importanti. Le cose perdono la loro pesantezza, la loro rigidità. Una certa spensieratezza fa il suo ingresso nella tua vita.
Testi e immagini per la meditazione - yoga - meditation - zen
Riconosci questo mondo come una danza cosmica, la danza della forma, niente di più, niente di meno. Quando sai chi sei veramente, c’è un durevole senso di viva pace. Puoi chiamarlo gioia, perché così è la gioia: pace vibrante e viva. È la gioia di conoscere se stessi come la vera essenza vitale prima che la vita prenda forma. Questa è la gioia di Essere, di essere chi sei veramente. Proprio come l’acqua può presentarsi allo stato solido, liquido o gassoso, la coscienza può essere considerata “congelata” sotto forma di materia fisica, “liquida” come mente e pensiero o senza forma come pura coscienza.
La pura coscienza è Vita prima che si manifesti, e quella Vita osserva il mondo della forma attraverso i “tuoi” occhi, perché la coscienza è chi sei. Quando sai di essere Questo, allora riconosci te stesso in ogni cosa. È uno stato di assoluta chiarezza percettiva. Non sei più un’entità con un pesante passato che diventa uno schermo di concetti attraverso il quale viene interpretata ogni esperienza. Quando percepisci le cose senza interpretarle, puoi sentire ciò che viene percepito. Il massimo che possiamo esprimere a parole è che c’è un campo di attenta quiete nel quale avviene la percezione.
Attraverso di “te”, la coscienza senza forma è diventata consapevole di se stessa. Le vite della maggior parte della gente sono guidate dal desiderio e dalla paura.Il desiderio è il bisogno di aggiungere qualcosa a te stesso per essere te stesso più pienamente. Tutte le paure dipendono dall’unica paura di perdere qualcosa e quindi di ridursi ed essere meno. Questi due movimenti oscurano il fatto che l’Essere non può essere né dato né tolto. L’Essere nella sua totalità è già dentro di te, Adesso.
(DA: CHI SEI VERAMENTE DI E. TOLLE)

venerdì 18 dicembre 2015

La Tribù contro lo Stato: l’Anarchia Selvaggia di Matteo Minelli

Homo homini lupus 
La civiltà, ovvero quel moloch di cultura, economia, politica, religione che da 5500 anni fa la voce grossa nel corso della storia, non fa altro che ribadire questo assioma trito e ritrito. Un postulato assoluto che siamo soliti collegare alla figura e all’opera di Hobbes, sebbene sia stato Freud a coniare nella sua chiave definitiva la celeberrima citazione. Una sentenza che, in tutte le svariate declinazioni, da almeno venticinque secoli viaggia di bocca in bocca tra filosofi, storici, dotti, santi, cantastorie e scienziati un po’ improbabili.
Da Plauto a Tucidide, da Sant’Agostino a Tommaso d’Aquino, da John Owen a John Adams passando per Machiavelli e Kant fino ad arrivare a Schopenauer, una nutritissima schiera di “pensatori” ha incessantemente alimentato il fantasma di una natura umana avida, meschina, cattiva ed egoista.
Che sia tutta colpa del peccato originale o del nostro discendere dalle ceneri dei perfidi Titani, o ancora dal nostro bagaglio genetico troppo affine a quello dei gorilla, fatto sta che sembriamo proprio essere inclini alla sopraffazione dei nostri simili.
E così l’uomo per poter tenere a freno i suoi malefici istinti deve gioco forza assoggettarsi a stati e governi capaci di imprigionare queste sue tremende pulsioni.  Ma quale stato e quale governo? “Menti raffinatissime” hanno prodotto un numero pressoché infinito di riflessioni, studi, libri e articoli in cui ci si è domandati come organizzare le istituzioni statali e governative. Ed è evidente che se ancora oggi ci si interroga su questo tema è sia perché non siamo affatto soddisfatti dai modelli attualmente in auge sia perché riteniamo impossibile sviare questo dibattito.
A nessuno, o meglio a pochissimi, viene in mente che in fondo si potrebbe vivere senza stato e senza governo. E questo nonostante tutte le forme di stato e di governo abbiano dimostrato nel corso della storia di essere un coacervo inestricabile di fallimenti, contraddizioni e violenza più o meno gratuita. E se invece non fosse così? Se questa idea di un’umanità barbarica e violenta fosse soltanto una visione culturale instillata nelle nostre menti e trasmessa di individuo in individuo nel corso dei millenni? Se quello stato dibellum omnium contra omnes non fosse mai esistito?
A questo punto dell’analisi sarebbe sufficiente una piccola digressione per dimostrare quanto imperatori, sacerdoti e legislatori, faraoni e rajah, consiglieri e senatori abbiano cercato in ogni modo di instillare nella mente dei propri sudditi, cittadini e seguaci l’idea che senza uno stato e un governo saremmo solo delle belve inferocite sempre pronte ad azzannarci reciprocamente; e dimostrare allo stesso tempo quanto questa idea abbia condizionato la storia di una parte dell’umanità. Per almeno 5000 anni abbiamo abbattuto tiranni e oligarchi, dittatori e scia; abbiamo sostituito i parlamenti ai monarchi, gli eletti ai nominati, il diritto degli uomini a quello di Dio; abbiamo modificato le istituzioni, scritto costituzioni e inventato associazioni, sindacati, partiti; eppure non siamo mai riusciti a superare quello steccato invalicabile edificato sull’idea che no, non possiamo vivere e prosperare senza un governo.
E tutto ciò è avvenuto mentre lì, proprio davanti ai nostri occhi, dalle steppe dell’Asia centrale ai deserti del Sahara, dai ghiacci della penisola di Terranova alla foresta Amazzonica, uomini e donne sono vissuti senza che un re, un governo e uno stato ne limitassero le libertà e ne condizionassero l’esistenza. Ancora oggi queste comunità ci dimostrano empiricamente che è possibile costruire società in cui non esiste la coercizione istituzionale e in cui gli individui godono di spazi di autodeterminazione e di partecipazione alla vita pubblica della comunità che noi possiamo solo sognarci di avere. Ma noi uomini civilizzati non avremmo mai potuto accettare l’esistenza di questi esempi perfettamente funzionanti di Anarchia Selvaggia, che di fatto rendono carta straccia parecchie pagine di molti cosiddetti “grandi pensatori”. Perciò abbiamo preferito negare l’evidenza ed opporre una serie di argomenti approssimativi racchiusi in due correnti tuttora in auge. Per la prima, semplicemente, le società “primitive” non sarebbero realmente anarchiche poiché ogni comunità ha il suo “capo” che proprio come i re barbari del basso medioevo possiede potere di vita e di morte su tutti gli individui del gruppo. Per la seconda scuola di pensiero invece questo stato di anarchia sarebbe soltanto sinonimo di incompiutezza: l’organizzazione sociale di questi uomini “selvaggi” rappresenterebbe una forma embrionale ed apolitica dell’autentica società umana, un bambino che deve ancora crescere.
Entrambe le tesi sono piuttosto etnocentriche e poco supportate da riscontri concreti.
Le società dell’Anarchia Selvaggia sono evolute, adulte e compiute. Spesso rappresentano la sintesi di un percorso lungo migliaia di anni. Un percorso, è bene sottolinearlo più volte squisitamente politico. Un percorso caratterizzato dal rifiuto netto e collettivo dello Stato. Se queste comunità non hanno uno stato non è per infantilismo, bensì è perché esse non lo vogliono. Rifiutano qualsiasi rapporto di dominazione interpersonale e frappongono ostacoli di ogni natura alla creazione di un organo di potere separato dalla società. È proprio questa la straordinaria forza delle tribù: organizzare società nelle quali il potere coincide perfettamente con il corpo sociale della comunità. Un potere indivisibile e soprattutto inalienabile. Ne consegue che quelli che noi chiamiamo, con un linguaggio tutto civilizzato capi, e che l’antropologia definisce invece Big Men, sono figure lontane anni luce da re, rappresentanti del popolo, parlamentari e presidenti. Come dimostrano molti studi etnologici compiremmo infatti un grave errore confondendo il ruolo che il prestigio personale può donare con l’effettivo potere che da esso deriva. I “grandi uomini”, peraltro presenti solo nelle comunità di determinate dimensioni, hanno raggiunto una posizione di prestigio attraverso il duro lavoro proprio e del nucleo familiare a cui appartengono. Hanno accumulato beni sfruttando se stessi e la parentela al fine di produrre un surplus da donare al resto della comunità (sì, avete capito bene!), avendo in cambio solo (si fa per dire) gratitudine e rispetto.
Tale meccanismo il cui premio finale  è il più delle volte una dose massiccia di autostima e orgoglio è diametralmente opposto a quello che caratterizza le società statalizzate in cui i leader gestiscono e si spartiscono tutti i beni realizzati dalla comunità.  Paradossalmente i Big Men sono oggetto di una sorta di sfruttamento da parte degli altri membri del villaggio, che grazie ai doni ricevuti possono permettersi di lavorare molto meno di coloro che noi consideriamo loro capi. Questo rapporto, in cui è palese quale sia la parte che nutre un obbligo verso l’altra, non è mutabile. Qualora il Big Man tenti di invertire il flusso dello scambio e trasformare il suo prestigio in potere la reazione della comunità non tarderebbe a manifestarsi: esilio e talvolta omicidio sono i mezzi utilizzati  per impedire l’avvento di quello spettro che è la divisione sociale.
È evidente: la società tribale più che essere una società senza stato è una società contro lo stato (come ha raccontato magnificamente Pierre Clastres). Risulta perciò difficile immaginare un punto di incontro, uncontinuum tra i figli dell’anarchia selvaggia e i figli della Civiltà, tanto ampia è la distanza che separa l’organizzazione politica degli uni da quella degli altri. Appare più semplice immaginare che la comparsa dello stato, ilmalencontre, come già nel cinquecento lo definiva quel genio ineguagliabile di Étienne de la Boétie, sia stato un grave punto di rottura di un equilibrio naturale sapientemente conservato per decine di migliaia di anni dalla nostra specie.
Concludendo possiamo affermare che Yanomani e Kung, così come Seminole e Guaranì ci insegnano che l’uomo è nato per godere di una libertà assoluta e non limitabile, tanto lontana dal libertinaggio individuale quanto dal liberalismo collettivo. Una libertà autentica realizzata in società perfettamente compiute, cementate da solidi legami interpersonali e basate sul rifiuto totale di organi di potere estraneo alla comunità. Una libertà che può sopravvivere solo in un rapporto tra pari, poiché ogni relazione di dominio risulta mortale per quel modello sociale. Una libertà che anche noi uomini della Civiltà abbiamo dentro e che dovremmo incessantemente cercare di far riemergere.

Pensiero anarchico dal libro.Malatesta fra i contadini

Noi  vogliamo mettere tutto in comune.
Noi partiamo da questo principio che tutti quanti deb­
bono lavorare e tutti debbono stare il meglio che si può.
A questo mondo senza lavorare non si può vivere: per­
ciò se uno non lavorasse, dovrebbe vivere sopra il lavo ­
ro degli altri, il che è ingiusto ed è dannoso. Si capisce
che quando dico che tutti debbono lavorare, intendo tutti
quelli che possono e per quanto possono. Gli storpi,
gl'impotenti, i vecchi, debbono essere mantenuti dalla
società, perchè è dovere d'umanità di non far soffrire
nessuno; e poi, vecchi diventeremo tutti, e storpi o im­
potenti possiamo diventare da un momento all'altro, tan­
to noi quanto i nostri più cari.
Ora, se voi riflettete bene, vedrete che tutte le ric­
chezze cioè tutto ciò che esiste di utile all'uomo si può
dividere in due parti. Una parte, che comprende la terra,
le macchine e tutti gli strumenti da lavoro, il ferro, il le ­
gno, le pietre, i mezzi di trasporto, ecc. è indispensabile
per lavorare e deve essere messa in comune, per servire
a tutti come strumento e materia da lavoro. In quanto al
modo di lavorare poi, è una cosa che si vedrà. Il meglio
sarebbe lavorare in comune, perchè così con meno fati­
ca si produce di più: anzi è certo che il lavoro in comune
sarà abbracciato dappertutto, perchè per lavorare ognu­
no da sè bisognerebbe rinunziare all'aiuto delle macchi­
ne, che riducono il lavoro a cosa piacevole e leggera, e
perchè, quando gli uomini non avranno più bisogno di
strapparsi il pane di bocca, non staranno più come cani e
gatti, e troveranno piacere a stare insieme e a fare le
cose in comune. In ogni modo, anche se in qualche po­
sto la gente volesse lavorare isolatamente, padronissima.
L'essenziale è che nessuno viva senza lavorare, obbli­
gando gli altri a lavorare per suo conto, questo non po­
trebbe più avvenire perchè, ognuno avendo diritto a ciò
che serve per lavorare, nessuno certamente vorrebbe la­
vorare per conto altrui.
L'altra parte comprende le cose che servono diretta­
mente al consumo dell'uomo come alimenti, vestiti e
case. Di esse, quelle che già ci sono, debbono senz'altro
essere messe in comune e distribuite in modo che si pos­
sa andare fino alla nuova raccolta, e aspettare che l'indu ­
stria abbia nuovi prodotti. Quelle cose poi che saran
prodotte dopo la rivoluzione, quando non vi saranno più
padroni oziosi che vivono sulle fatiche di lavoranti affa­
mati, si distribuiranno secondo la volontà dei lavoratori
di ciascun paese. Se questi vorranno lavorare in comune
e mettere ogni cosa in comune sarà il meglio: allora si
cercherà di regolare la produzione in modo da assicurare
a tutti il massimo godimento possibile, e tutto è detto.
Se no, si terrà conto di quello che ciascuno avrà pro­
dotto, perchè ciascuno possa prendere la quantità di og­
getti equivalente al suo prodotto. È un calcolo abbastan­
za difficile, ch'io credo anzi addirittura impossibile, ma
ciò vuol dire che quando si vedranno le difficoltà della
distribuzione proporzionale, si accetterà più facilmente
l'idea di mettere tutto in comune.
In ogni modo, bisognerà che le cose di prima necessi ­
tà, come pane, case, acqua e cose simili, sieno assicurate
a tutti, indipendentemente dalla quantità di lavoro che
ciascuno  può  fornire.  Qualunque  sia  l'organizzazione
adottata, l'eredità non dovrà esistere più perchè non è
giusto che uno trovi, nascendo, tutti gli agi, e l'altro la
fame e gli stenti, che uno nasca ricco e l'altro povero; e
anche se si accettasse l'idea che ognuno è padrone di
quello che ha prodotto e che quindi può fare delle eco ­
nomie per suo conto personale, alla sua morte tutte le
sue economie ritornerebbe alla massa comune....
I fanciulli intanto dovranno essere allevati ed istruiti a
spese di tutti, in modo da procurar loro il massimo svi ­
luppo e la massima capacità possibile. Senza questo non
vi sarebbe nè giustizia, nè uguaglianza e sarebbe violato
il principio del diritto di ciascuno agli strumenti di lavo ­
ro, poichè l'istruzione e la forza fisica e morale sono
veri strumenti di lavoro: ed il dare a tutti la terra e le
macchine sarebbe una cosa ben insufficiente, se non si
cercasse di mettere tutti in grado di servirsene il meglio
possibile.
Della donna non ti dirò nulla, perchè per noi la donna
deve essere uguale all'uomo, e quando diciamo uomo,
intendiamo dire essere umano, senza distinzione di ses ­
so.
Fonte http://www.tempadelfico.com/wp-content/uploads/2015/05/Malatesta-fra_contadini.pdf

mercoledì 16 dicembre 2015

La cultura dell’humus può salvare il mondo

Fonte: Comune info 



Ogni essere vivente ospite di questa Terra è costituito da catene di carbonio. L’uomo,  però, con l’uso sconsiderato del petrolio, dei combustibili fossili e con altre irresponsabili attività ha sconvolto in maniera radicale il ciclo del carbonio. Tuttavia, ognuno di noi può compiere un’azione che, seppur piccola, è di grande importanza: producendo humus, attraverso il compostaggio, può restituire alla terra  il carbonio che ci presta
1339512233_zemlya-v-rukah
di Gustavo Duch
Dopo aver tolto il tè dal fuoco, Pierre si sedette accanto al tavolo della cucina. Mentre serviva le due tazze fumanti, le sue mani richiamarono la mia attenzione: mani maghrebine piene di solchi dove erano penetrate migliaia di minuscole particelle nere che generavano sulla sua pelle una vera e propria stampa giapponese.
È il risultato della mia passione” mi disse anticipando la mia indiscrezione. “E se senti il loro odore  – aprì le mani vicino alle mie narici formando con esse un calice – potrai scoprirla”. Effettivamente odoravano come il compost che preparo nel mio orto.
Approffitai di questo dettaglio, un po’ imbarazzato com’ero, per iniziare la conversazione che tanto desideravo.
“Pierre, perché così tanti anni a sottolineare il ruolo dell’humus per l’agricoltura?”
shutterstock_154641506“Immagino – rispose – che anche nel tuo paese valga il detto che una persona non deve morire senza prima piantare un albero e avere un figlio, vero? Ebbene, è chiaro che sono due questioni fondamentali affinché la vita della nostra specie continui ad essere possibile su questo Pianeta che ci accoglie. Effettivamente, piantare alberi – tanti quanti ci sia possibile – ed evitare la deforestazioneprovocata dalla brama capitalista per le monocolture di soia, gli agrocombustibili o l’allevamento di bestiame su grande scala, è indispensabile per poter disporre dell’ossigeno di cui abbiamo bisogno per respirare”.
“È importante mantenere la consapevolezza e la tensione su questo aspetto,però credo che ci dimentichiamo di qualcosa di ancora più rilevante. I nostri corpi, così come quello degli alberi e di ogni altro essere vivente, il cibo che abbiamo qui su questo tavolo, tutto è principalmente un insieme ordinato di milioni di molecole di carbonio. Anche osservandolo molto da vicino: il glucosio che ci permette di camminare, le vitamine che ci danno vitalità o le proteine che sono le nostre minute strutture, tutto, è composto da carbonio. Compreso l’ossigeno, che i vegetali ci regalano con la fotosintesi, è il processo di digestione del diossido di carbonio dell’atmosfera”.
La sua voce ammaliante si ferma un attimo per dare un primo sorso al tè e poi riprende chiedendomi: “Hai pensato qualche volta che tu stesso non sei altro che catene di carbonio riciclate da precedenti esseri viventi? Forse nelle tue ossa c’è carbonio che a suo tempo è stato un olmo o un pellicano”.
compost_yard-fall“Ebbene è così …la Terra contiene una quantità specifica di carbonio che non varia nel tempo: semplicemente, passa da una fase all’altra, in un ciclo continuo. Dall’aria, alla terra, all’acqua, alla materia, all’aria, alla terra…” -e le sue mani tracciano un cerchio sopra una lavagna immaginaria-  “Allora, non è vero che non siamo coscienti dell’importanza del carbonio per la nostra vita? Sembra che lo teniamo in conto solo quando revisoniamo le riserve di petrolio, perché, chiaramente, anche il petrolio non è altro che carbonio. Carbonio vecchio e rugoso dal tanto aspettare”.
“Bene – continua Pierre con un tono più rilassato ma senza perdere la forza che, nelle sue discussioni, ha tanto attirato la mia attenzione-  io penso che sia ovvio che la nostra civiltà sta sconvolgendo in maniera radicale e pericolosa il ciclo del carbonio. L’abuso nell’utilizzo del petrolio fa sì che nell’atmosfera si accumuli più carbonio, più CO2, del naturale. Dico che siamo la civiltà cocacola, una civiltà più carbonizzata del normale”.
“Allora, il nostro dovere in quanto esseri fatti di carbonio, è riportare il carbonio nel suo luogo appropriato, la terra, e compensare così questo squilibrio che riscalderà il pianeta. Dobbiamo restituirle il carbonio che ci presta, restituirle tutto quello che possiamo. Per questo, caro amico, per questo faccio compost, humus, -e giocherellando con lo sguardo così come ora gioca con le parole, conclude- perché sono umano, è il mio umile contributo all’umanità. Il mio lavoro degli ultimi trent’anni è consistito nel diffondere e spiegare la necessità di tornare alla terra, di rendere la terra fertile, di trasmettere e sostenere progetti ed iniziative per questa ‘cultura dell’humus’. Speriamo di vedere in queste piccole azioni la grande capacità di cambiamento che può generare, speriamo che riusciamo a capire che dobbiamo sostenere un’ agricoltura ‘umanizzata’ anziché un’agricoltura ‘industrializzata’ “.
omissisnews
Si alza dal tavolo e con gentilezza mi invita a seguirlo: mi mostrerà quell’humus del quale stiamo parlando.
Molto vicino all’orto, di fronte a tre grandi file di cumuli di materia organica in decomposizione, affonda la sua mano all’interno del compost e mi indica che è molto caldo, “al dente”, dice, come un cuoco che sta provando il suo stufato.
Produrre compost, humus, a partire dalle rimanenze dei nostri raccolti, dagli escrementi degli animali, dagli avanzi del nostro cibo: bisognerebbe insegnarlo nelle scuole così come si insegnano le addizioni e le sottrazioni. Nei programmi dei partiti politici dovrebbero, in primo piano, figurare progetti per riciclare in questo modo tutta la materia organica possibile”.
Come il buon maestro che è stato in gioventù, per completare la risposta alla mia domanda, riassume: “Produrre humus è fondamentale per correggere i nostri eccessi, ci consentirà di combattere con certezza il cambiamento climatico.”
“Inoltre, restituendo materia organica alla nostra terra, la rendiamo più fertile, più sana, più forte contro i parassiti, più produttiva e, beninteso, poiché non dobbiamo mai dimenticare i contadini, ci rende più autonomi, ci pone al margine -al di fuori- del modello criminale dell’agricoltura industriale che rovina la terra con i fertilizzanti chimici. Più humus è più sovranità“.

Tratto dal blog Palabre-ando. La pubblicazione su Comune è autorizzata dall’autore (traduzione di Daniela Cavallo)

Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it 

domenica 13 dicembre 2015

Mi sento un po anarchico

Uno spezzone di questo splendido libro anarchico.
http://www.tempadelfico.com/wp-content/uploads/2015/05/Malatesta-fra_contadini.pdf
Da pagina 17 e 18

Beppe. — Ma allora, quando non vi fossero più si ­
gnori, come si farebbe a campare? Chi ci darebbe da la ­
vorare?
Giorgio. — Pare impossibile! Come! voi lo vedete
tutti i giorni; siete voi che zappate, che seminate, che
falciate, che battete e portate il frumento nel granaio,
siete voi che fate il vino, l'olio, il formaggio e mi do ­
mante come fareste a campare senza signori? Domanda­
te piuttosto come farebbero a campare i signori se non
vi fossimo noi poveri imbecilli, lavoranti di campagna e
di città, che pensiamo a nutrirli, e a vestirli e... sommini­
striamo loro le nostre figlie, perchè possano divertirsi!
Poco fa, volevate ringraziare i padroni perchè vi dàn­
no da vivere. Non capite che sono essi che campano sul ­
le nostre fatiche e che ogni pezzo di pane che essi met ­
tono in bocca, è tolto ai nostri figliuoli? che ogni regalo
che essi fanno alle loro donne, rappresenta la miseria, la
fame, il freddo, forse la prostituzione delle donne no­
stre?
Che cosa producono i signori? niente. Dunque tutto
quello che consumano è tolto ai lavoranti.
Figuratevi che domani sparissero tutti i lavoranti di
campagna: non vi sarebbe più chi lavora la terra e si
morrebbe di fame. Se sparissero i calzolai, non si fareb­
bero scarpe; se sparissero i muratori, non si potrebbe far
case, e così via via per ogni classe di lavoranti che ve ­
nisse a mancare, sarebbe soppresso un ramo della pro ­
duzione e l'uomo dovrebbe privarsi di oggetti utili e ne­
cessarii.
Ma che danno si risentirebbe se sparissero i signori?
Sarebbe come se sparissero le cavalette.
Beppe.— Sì, va bene che noi produciamo tutto, ma
come ho a fare io a produrre il grano se non ho terra, nè
animali, nè semi. Via, te lo dico che non c'è modo: biso ­
gna per forza star soggetti ai padroni.
Giorgio.— O Beppe, c'intendiamo, o non c'intendia­
mo? Eppure mi pare d'avervelo detto che bisogna levar­
glielo ai padroni quello che serve a lavorare e a vivere:
la terra, gli arnesi, le sementi e tutto.
Lo so anch'io che fino a quando le terre e gli strumen ­
ti da lavoro apparterranno ai padroni, il lavorante dovrà
star sempre soggetto, e non avrà che schiavitù e miseria.
Perciò, tenetelo bene in mente, la prima cosa che biso­
gna fare è quella di levare la roba ai signori: se no, il
mondo non s'accomoda.

OGGI DIREI CHE BISOGNA LEVARE HAI PADRONI IL POTERE MONETARIO,
CHE HANNO ACQUISITO CON L'INGANNO.

venerdì 11 dicembre 2015

Progressisti in divisa (5): gli inganni di Avaaz

5ª puntata di "Progressisti in divisa: la Sinistra pacifista viene arruolata", saggio di P. Boylan di cui pubblicheremo l'e-book. Il caso di AVAAZ e Giulia Innocenzi.

Redazione
lunedì 5 agosto 2013 23:55


"Progressisti in divisa: la Sinistra pacifista viene arruolata": è il titolo di un libro di Patrick Boylan* che stiamo pubblicando a puntate su Megachip, capitolo dopo capitolo per poi pubblicarlo tutto insieme in forma di e-book. Sono messi a nudo i difetti dei pacifisti italiani e occidentali, che condividono i difetti della sinistra, nel frattempo auto-eliminatasi e cooptata nel campo di chi fa le guerre.
Nella precedenti puntate abbiamo iniziato a vedere i dieci tasselli da inserire nel vasto mosaico dell'espropriazione e contaminazione del pacifismo di sinistra da parte dei poteri forti.
Abbiamo visto per primo il piano internazionale, ossia il 1° tassello: Amnesty (USA); il 2° tassello: l'ong francese FIDH. Poi abbiamo visto il piano nazionale, ossia il 3° tassello: Tavola della Pace; il 4° tassello: RaiNews24. Poi siamo passati al piano individuale (5° tassello: Padre Dall'Oglio, 6° tassello: Giulio Marcon). Per una curiosa coincidenza, poche ore dopo la pubblicazione, Padre Dall'Oglio è stato coinvolto in uno stranissimo "rapimento-negoziato" dai contorni torbidi, a conferma della deriva della sua azione. In questa puntata vedremo il caso Avaaz (7° tassello).
Nelle prossime puntate vedremo i tasselli successivi.
Questa è la quinta puntata.
Buona lettura
(la Redazione)



Settimo Tassello - Il sito Avaaz

Sul piano virtuale, cioè quello dell'interazione in Internet, troviamoAvaaz, un movimento politico "progressista" che esiste esclusivamente in rete, con 17 milioni di iscritti in più di cento paesi (www.avaaz.org/it/).  Esso rappresenta un altro "tassello" del mosaico poiché, con grande efficacia, espropria e contamina ideologicamente la Sinistra (pacifista) planetaria.  Infatti, come fa Amnesty (USA) negli Stati Uniti - ma senza la rete di uffici regionali che consente ad Amnesty di organizzare attività territoriali faccia a faccia - Avaaz mobilita virtualmente l'opinione pubblica mondiale a favore di varie iniziative politiche senz'altro progressiste... e non pericolose per i piani egemonici delle potenze occidentali. 

Ma poi promuove altre iniziative che, invece, assecondano quei piani egemonici e non favoriscono la pace, come le petizioni ufficiali a favore dell'intervento militare immediato in Siria (con la scusa di creare zone protette - vedi: bit.ly/link-54   ).  Nel contempo Avaaz si astiene dal lanciare petizioni ufficiali per il ritiro immediato e totale delle truppe dall'Afghanistan.  La seguente scheda illustra l'ambiguità di molte petizioni Avaaz in apparenza progressiste.



     
Come Avaaz orienta l'opinione pubblica di sinistra 

Una delle ultime campagne eco-pacifiste di Avaaz (in data 27 gennaio 2013) è una petizione che critica implicitamente Rafael Correa, l'anticonformista Presidente dell'Ecuador - colui che ha offerto asilo, nella sua ambasciata a Londra, al fondatore di Wikileaks, Julian Assange.  La petizione chiede a Correa di ritirare la sua (deprecabile) autorizzazione per la ricerca del petrolio a Isla Sani, nel nord-est dell'Ecuador, perché l'eventuale trivellamento rovinerebbe le foreste pluviali e sradicherebbe gli indigeni, a beneficio di una "potente compagnia petrolifera". 

Si tratta dunque di una campagna a favore dell'ambiente, a favore dei diritti umani, e contro una Multinazionale del Male: che c'è di più progressista? (Vedi: bit.ly/link-55b  ► .)

Ma non appena si indaga un po' si apprende che nel 2006 l'Ecuador cacciò dal paese le aziende petrolifere USA, sostituendole con un'industria nazionale - i cui profitti, per intero, finanziano i servizi sociali del paese, i migliori in quell'angolo del mondo.  La "potente compagnia petrolifera" di cui parla Avaaz, senza nominarla, è dunque quella nazionale, la PetroAmazonas
Si scopre inoltre che, per dettame Costituzionale, essa può prospettare ma non estrarre petrolio senza il "sì" di un referendum popolare: quindi, niente imposizioni dall'alto di valsusina memoria. Del resto, gli indigeni di Isla Sani erano favorevoli alla ricerca del petrolio nella loro regione (per i benefici economici), fin quando una imprenditrice inglese del luogo, insieme al marito indigeno, non li abbiano dissuasi (vedi: bit.ly/link-56  ☼   ► ).

Si viene anche a sapere che il governo ecuadoriano ha già rinunciato a sfruttare il suo giacimento petrolifero più grande, lo Yasuni, perché si trova sotto una foresta primaria di straordinaria biodiversità.  Il giacimento di Isla Sani, invece, si trova fuori da quella zona.

Si scopre anche che, se oggi la PetroAmazonas osserva severi vincoli ambientali, nei ventennio prima del 2006 le compagnie petrolifere USA deturpavano senza restrizioni l'ambiente ecuadoriano.  Una di esse, la Chevron, deve ancora pagare una multa di sei miliardi di euro per disastro ambientale. In tutti quegli anni non c'è stata una sola protesta ambientalista. 

Infine si scopre che, da qualche anno, la già menzionata ong statunitense NED è al lavoro in Sud America, in modo prioritario nei paesi "troppo" a sinistra, tra cui l'Ecuador (vedi:  bit.ly/link-57b ☼   ► ). 
Infatti, se Washington trova "deprecabile" il Presidente Correa (l'epiteto è della Heritage Foundation), non è soltanto perché egli offre asilo politico a Julian Assange o perché ha nazionalizzato le industrie petrolifere statunitensi.  Egli ha anche chiuso la base militare americana installata da tempo nell'Ecuador; rifiuta di pagare alla Banca Mondiale una parte del debito accollato, dichiarandolo una "truffa" dei banchieri (molti esperti concordano); finanzia un'industria farmaceutica pubblica per produrre farmaci generici di ogni tipo, togliendo profitti alle case straniere titolari dei prodotti originali. 
Ma forse ciò che più dà fastidio, Correa si è alleato con la Cina. Un personaggio deprecabile (per gli Stati Uniti), altro che! 

Per metterlo in difficoltà, la NED opera per: (1.) destabilizzare politicamente l'Ecuador, ad esempio sostenendo le proteste antigovernative degli indigeni e, (2.) indebolirlo economicamente, ad esempio intralciando le sue industrie estrattive (vedi:bit.ly/link-57  ☼   ► ). 
Non è dato sapere se la NED sia implicata a Isla Sani, ma intanto la petizione di Avaaz: (1.) dà incoraggiamento agli indigeni a protestare, (2.) mira a frenare i piani di sviluppo dellaPetroAmazonas.  Questa petizione, dunque, contribuisce obiettivamente ai due traguardi della NED. 

Il copione è ormai familiare.  Come nel caso delle petizioni di Amnesty (USA), Avaaz arruola i suoi seguaci per sostenere una causa progressista in teoria giusta, ma, guardando meglio, anche parecchio strumentale.  Una causa, dunque, da prendere con le pinze. 

Infine va segnalato che Avaaz offre sul proprio sito, per par condicio, anche una petizione che chiede alla Chevron di ripulire l'ambiente che ha devastato in Ecuador (vedi: bit.ly/link-58  ► ). 
Ma la petizione contro la PetroAmazonas è stata a lungo sulla prima pagina del sito, è appar-sa in più email di Avaaz e ha oltre un milione di firme; mentre la petizione contro la Chevron sta, da più tempo, nascosta nelle pagine interne senza richiami sulla copertina né email.  Le firme sono cinque volte meno.  Par condicio, sì - ma fino ad un certo punto. 

In definitiva, per Avaaz bisogna salvare sì l'ambiente, ma sopratutto dai possibili futuri danni causati da un governo nemico, non dai disastri tuttora in atto, causati da un governo amico.


Come le organizzazioni descritte nei "tasselli" precedenti, dunque, Avaaz sa espropriare abilmente l'area politica progressista per fini non sempre del tutto progressisti.  Ma - diversamente da Amnesty (USA), dalla FIDH, dalla Tavola della Pace e da RaiNews24 - Avaaz non è stata, essa stessa, espropriata per svolgere questo ruolo.  E' statacreata ex novo grazie alle sovvenzioni di George Soros, speculatore miliardario e - tramite le sue fondazioni - potere forte mondiale. 
Per via delle sue molteplici iniziative sociali e politiche, come la creazione, appunto, di Avaaz e il finanziamento della campagna elettorale di Barack Oba-ma, Soros, Premio Dayton per la Pace, risulta per il pubblico americano un "progressista" molto ma molto di sinistra (per Fox News, un "socialista") - vedi: bit.ly/link-59   , bit.ly/link-59a     

E' stato Soros, come abbiamo già visto ("Secondo Tassello"), a co-finanziare le "rivoluzioni colorate" in alcuni paesi dell'ex URSS nel periodo 2000-2005, rivoluzioni sponsorizzate anche dal governo statunitense per introdurre in quei paesi le basi della democrazia - e, soprattutto, le basi della NATO (vedi: bit.ly/link-21   ). 
In sostanza, egli ha offerto a questi paesi, al posto della dittatura del Partito o di Putin, la dittatura FMI-Banca Mondiale e la sovranità limitata NATO-Dipartimento di Stato.  Invece delle grinfie dell'orso russo, gli artigli dell'aquila USA. 
Un mondo migliore?  Di sicuro non è il mondo che sognavano tutti coloro che hanno lottato duramente contro il passato regime, convinti che la rivolta avrebbe dato loro finalmente la libertà.

Intanto è il mondo al quale Avaaz, con le sue petizioni, ci chiede oggi di aderire tutti quanti: la Post-Democrazia dell'«Impero dell'Ovest» (la nuova NATO Globale - vedi l'elenco dei paesi qui: bit.ly/link-60     .) 
Un mondo che si contrappone sempre di più alla Pre-Democrazia dell'«Impero dell'Est» (la SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione: Cina, Rus-sia, Iran, Pakistan, ecc.; vedi l'elenco:bit.ly/link-61   ). 
Anzi, questi due imperi esprimono non solo due alleanze difensive contrapposte, la NATO verso la SCO, ma anche due alleanze economiche contrapposte, il G7 verso i BRICS.

Purtroppo queste contrapposizioni, invece di mitigarsi col tempo, si vanno irrigidendo - anche nell'opinione pubblica, spinta a schierarsi sempre di più e con sempre maggiore intransigenza grazie al lavoro di condizionamento da parte di organizzazioni come Avaaz.


Responsabile di Avaaz in Italia è Giulia Innocenzi, l'intervistatrice presso il programma Pubblico Servizio ed ex militante Radicale e poi del PD - una Progressista doc, dunque.  In divisa.  Infatti, all'inizio della guerra in Libia, gli italiani erano per la diplomazia, sopratutto i giovani (57%-35%). Pertanto la giovane Innocenzi fu invitata a L'Ultima Parola (Rai2, 26-03-2011) per far loro capire che: 1. dobbiamo salvare i civili a Bengasi anche con le bombe; 2. il NO che si diceva per la guerra in Iraq non vale più per la Libia; 3. infatti, il pacifismo è ormai di destra.  Vedi:  bit.ly/link-61a     

E così, con le sue petizioni, Avaaz, arruolandoci "dalla parte giusta", ci insegna quali siano i "paesi buoni" e quali siano i "paesi cattivi" nel mondo. 
Ad esempio, ci fa prendere le distanze dal deprecabile Presidente ecuadoriano Correa (peraltro, troppo agganciato alla Cina) e dal sanguinario Presidente siriano Assad (peraltro, troppo agganciato alla Russia e all'Iran). 
Ci fa invece chiudere un occhio sulla nostra occupazione dell'Afghanistan, evidentemente per Avaaz né deprecabile, né sanguinaria.  E si capisce perché: serve per spaccare l'Impero dell'Est e dirottare il petrolio dell'Asia centrale verso i paesi della NATO, anziché della SCO.

In una parola, Avaaz ci arruola per la neo Guerra Fredda che sta alle porte, in cui il pacifismo sarà un orpello. 
Sulla "Post-Democrazia" già avviata in Italia, vedi: bit.ly/link-62  
Sui due blocchi (o "imperi"), Est e Ovest, e l'emergente Guerra Fredda, vedi: bit.ly/link-63   . 




A breve saranno pubblicate le prossime puntate e i prossimi capitoli del libro di Patrick Boylan


*Patrick Boylan, ex docente all'università Roma Tre, dove approdò dalla sua nativa California, è entrato poi nella redazione diPeaceLink.it e ha co-fondato a Roma gli Statunitensi per la pace e la giustizia e la Rete NoWar. «Non è antiamericano contrastare le guerre imperialiste del mio paese, anzi!» tiene a precisare. «Abbiamo esportato la democrazia così tanto che ormai ce n'è rimasta ben poca. Salviamo almeno quella!»