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martedì 5 luglio 2016

I giapponesi si liberano degli oggetti inutili per ritrovare il senso delle cose

Il monolocale di Fumio Sasaki a Tokyo è così severo che gli amici lo paragonano a una stanza per interrogatori. Sasaki possiede tre camicie, quattro paia di pantaloni, quattro paia di calze e pochi altri oggetti. Il problema non sono i soldi. Ha 36 anni, lavora in una casa editrice e ha compiuto una scelta di vita consapevole, unendosi a un numero crescente di giapponesi secondo i quali il meno è più.
Influenzati dall’estetica spartana del buddhismo zen tradizionale del Giappone, questi minimalisti vanno controcorrente in una società preda di un consumismo febbrile, eliminando in modo radicale ciò che possiedono.
Sasaki, un tempo appassionato collezionista di libri, cd e dvd, due anni fa si è stancato di correre dietro alle mode. “Continuavo a pensare a quello che non possedevo, a quello che mi mancava”, racconta. Per tutto l’anno successivo ha venduto o regalato agli amici tutto ciò che possedeva.


Un cassetto a casa di Katsuya Toyoda a Tokyo, il 19 giugno 2016. - Thomas Peter, Reuters/Contrasto
Un cassetto a casa di Katsuya Toyoda a Tokyo, il 19 giugno 2016. 
“Trascorrere meno tempo a fare pulizie o a fare shopping significa averne di più per stare con gli amici o per uscire, oppure per viaggiare nei giorni di ferie. Sono molto più attivo”, prosegue.
Altri accettano di possedere solo cose che piacciono davvero, una filosofia applicata anche da Marie Kondo, una consulente che con il suo metodo organizzativoKonMari ha conquistato gli Stati Uniti.


L’armadietto del bagno di Fumio Sasaki a Tokyo, il 19 giugno 2016. - Thomas Peter, Reuters/Contrasto
L’armadietto del bagno di Fumio Sasaki a Tokyo, il 19 giugno 2016. 
“Non avevo più cose di quanto non abbiano in media le persone, ma non tutto quello che possedevo aveva un valore per me, o mi piaceva davvero”, ha detto Katsuya Toyoda, uno scrittore che possiede solo un tavolo e un futon nel suo appartamento di 22 metri quadrati.
“Sono diventato un minimalista per consentire alle cose che mi piacciono davvero di emergere fino alla superficie della mia vita”. I minimalisti giapponesi si sono ispirati agli Stati Uniti, dove questa corrente ha annoverato tra i primi sostenitori Steve Jobs.
Le definizioni variano molto, perché l’obiettivo non è solo fare ordine, ma anche rivalutare il significato del possesso per guadagnare qualcos’altro. Nel caso di Sasaki, tempo per viaggiare.


Una spugna appesa al muro nella casa di Katsuya Toyoda, a Tokyo, il 19 giugno 2016. - Thomas Peter, Reuters/Contrasto
Una spugna appesa al muro nella casa di Katsuya Toyoda, a Tokyo, il 19 giugno 2016. 
Non è chiaro quanti siano, ma secondo Sasaki e altri i minimalisti intransigenti sarebbero migliaia, e altre migliaia potrebbero essere quelli interessati. Alcuni ritengono che il minimalismo sia un prodotto naturale del buddhismo zen e della sua visione del mondo priva di fronzoli.
“In occidente completare uno spazio significa metterci qualcosa dentro”, commenta Naoki Numahata, 41 anni, scrittore freelance. “Tuttavia, con le cerimonie del tè o con lo zen, le cose sono lasciate incomplete di proposito, così sarà l’immaginazione delle persone a rendere quello spazio completo”.
Secondo i minimalisti, possedere pochi oggetti è particolarmente utile in Giappone, dove i terremoti sono frequenti. Nel 2011 un terremoto di magnitudo 9.0 e il successivo tsunami hanno ucciso quasi 20mila persone, inducendo molti a rivalutare gli oggetti in proprio possesso, prosegue Sasaki.
“Tra il 30 e il 50 per cento degli infortuni in caso di terremoto sono provocati dalla caduta di oggetti”, dice, indicando con gesti il suo appartamento. “Ma in questa stanza non devi preoccupartene”.
(Traduzione di Bruna Tortorella)
Questo articolo è stato pubblicato dall’agenzia britannica Reuters.

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