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giovedì 25 febbraio 2016

Eco è morto e lotta insieme a voi, zombi

Si sono celebrati i funerali di Umberto Eco , si dice in forma modesta, a un passo da casa sua. Un tripudio di popolo e di autorità nella cornice regale del castello sforzesco di Milano. Discorsi commemorativi, popolo plaudente in commosso silenzio, dirette televisive, partecipazione da tutto il mondo. I giornali non hanno voluto mancare l’omaggio all’illustre scomparso, che onora l’Italia, in un periodo in cui i grandi nomi, noti fuori dagli angusti confini nazionali, sono ben pochi, anzi pochissimi.
Ho trovato in rete un solo articolo critico (1). Un articolo in cui si ricorda il suo tenace ed ossessivo antifascismo, che considerava tutt’uno con il nazismo. Un minimo di senso della realtà storica avrebbe dovuto separare i due movimenti: fascismo dal nazismo. Il secondo non essendo esportabile fuori dalle popolazioni germaniche. Mentre il primo è ancora ben vivo e vegeto in molte nazioni, sia pure sotto mentite vesti. Nessuno lo dice ma in Cina vige un sistema politico nazional-fascista, come in molti paesi usciti da un recente passato di regime comunista.
Dice Scianca: Eco «odiava quelli .. che non sono di sinistra, che non sono antifascisti. Ci odiava perché l’odio è stato la cifra del suo impegno metapolitico. Un odio mai triviale, si badi, bensì raffinato, colto, ironico. Il peggiore. C’è anche grandezza intellettuale, in questo odio, ovviamente, grandezza che non si può minimamente sottrarre a un personaggio che ha saputo incarnare un idealtipo sociale, anzi, forse ha persino contribuito a crearlo: se noi oggi immaginiamo l’intellettuale democratico, il firmatore inesausto di petizioni, la firma tagliente che stabilisce il bene e il male tramite dotte citazioni e sofisticati giochi di parole, il progressista disprezzatore del popolo che non è alla sua altezza – ecco se immaginiamo questo tipo umano, noi oggi inevitabilmente ricreiamo mentalmente l’immagine di Umberto Eco, e lo facciamo anche qualora non l’avessimo mai conosciuto, perché egli ha saputo dare il suo volto a una figura tipica.
Non poteva mancare la sua firma, quindi, nella “lettera di autodenuncia” pubblicata nell’ottobre 1971 dal quotidiano Lotta Continua … : «”Quando i cittadini … affermano che in questa società ‘l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione della lotta di classe’, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono ‘se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andare a riprendere quello che hanno rubato’, lo diciamo con loro. Quando essi gridano ‘lotta di classe, armiamo le masse’, lo gridiamo con loro. Quando essi si impegnano a ‘combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento’, ci impegniamo con loro”. Ma Eco non impugnerà mai le armi, preferendo … la guerriglia semiologica, come lui stesso dichiarava in un seminario con questo titolo tenuto nel 1967 a New York.…Eco spiegava che “il pensiero è una vigilanza continua, uno sforzo per discernere ciò che è pericoloso anche in circostanze e discorsi in apparenza innocenti”. .. Il 24 aprile del 1995, invece, tenne alla Columbia University di New York, nell’ambito delle celebrazioni per la “liberazione dell’Europa dal nazifascismo”, un famoso discorso in cui definiva i tratti dell’Ur-Fascismo, ovvero del fascismo eterno, che si può presentare in qualsiasi forma. Il fascismo che è sempre tra noi, che si può celare ovunque. “L’Ur-Fascismo – diceva – è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse ‘Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane’. Ahimè, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo”. La missione dell’intellettuale è quindi quella di cercare, come un rabdomante, i filoni celati del fascismo eternamente ritornante.
E poiché il fascismo può essere ovunque, siccome può travestirsi, siccome il mimetismo è una delle caratteristiche con cui il fascismo normalmente si dà, allora tutti sono sospetti o sospettabili. E anche la negazione, alla bisogna, può essere interpretata come una affermazione rimossa, secondo un delirante abuso del freudismo. La cultura ridotta a crimonologia politica: una pietra miliare nella storia del libero pensiero.
Poiché il fascismo torna sempre ed è solito camuffarsi, poteva forse sfuggire all’accusa di essere il nuovo Mussolini quel Silvio Berlusconi che per vent’anni ha fatto ammattire (ed è forse la parte migliore del suo lascito politico) tutta la sinistra, soprattutto quella colta, sgomenta di fronte al fatto che il popolo se ne sbattesse di farsi guidare da tale élite illuminata? Eco avrà per Berlusconi una sorta di ossessione, non tanto, però, rivolta verso l’uomo, quanto verso la categoria antropologica che egli sosteneva fosse incarnata dal patron delle reti Mediaset. In un’intervista al Manifesto, il semiologo ben esprimeva questa tesi della superiorità antropologica della sinistra, pur trovando disdicevole che essa non fosse blindata e certificata attraverso un governo dittatoriale degli ottimati progressisti, che mettesse una volta tanto in riga questo schifoso popolo di evasori e di fascisti. “Il problema – diceva Eco – non è cacciare Berlusconi con un colpo di stato, contro il 75 per cento degli italiani, al quale in fondo le cose vanno bene così”. Sì, il 75%, ovvero “quella maggioranza naturalmente berlusconiana che non vuole pagare le tasse, ha voglia di andare a 150 chilometri all’ora sulle autostrade, vuole evitare carabinieri e giudici, trova giustissimo che uno se può se la spassi con Ruby, trova naturale che un deputato vada dove meglio gli conviene.” Bisognerebbe, invece, cambiare gli italiani in quanto tali attraverso “un’azione più profonda, di persuasione ed educazione”. Rieducare il popolo: stavolta senza gulag, però, basta una rubrica su L’Espresso. »
Per essere stato in gioventù un dirigente dell’azione cattolica, Umberto Eco ne ha fatta di strada!
Ma c’è un altro articolo (2) degno di nota. E’ un articolo di Ferraris, dove si vorrebbe tessere uno dei tanti elogi indirizzati ad Eco. Invece si dimostra la sua superficialità e l’insaziabile bisogno di stupire, ricorrendo anche a mezzi piuttosto meschini. L’articolo a sua volta ci fa ricordare un pezzo che appartiene alla serie delle tanto decantate “bustine di Minerva” (3), la serie in cui Eco fa un’esposizione estemporanea di pensieri che vorrebbero essere originali e taglienti.
Ogni tanto (2) negli incontri conviviali con allievi e simpatizzanti, come avviene sempre, si verificavano momenti di silenzio. Allora il maestro se ne usciva dicendo: “E poi, c’è quel problema della morte“. A New York, nel 2011, parlando con Putnam del carattere vincolante della realtà, diceva che la cosa veramente inemendabile, quello che nessuna vita potrà mai correggere, è la morte. La coscienza acuta di questa mortalità è stata, come spesso avviene, la vera musa, filosofica e no, di Eco. L’origine del suo incontenibile buon  umore, anzitutto”.
Innanzitutto sembra che chi scrive non abbia un’idea molto concreta circa la morte, fatto ed argomento laicamente rimosso. Che la morte induca sic et simpliciter al buon umore rivela quantomeno una dose eccessiva di superficialità. Non si vede come si possa definire filosofo un personaggio così descritto.
Infatti se, sempre parlando della morte, andiamo a vedere l’articolo (3), di cui ho accennato sopra, troviamo le parole autentiche del maestro Umberto Eco: «Non sono sicuro di dire una cosa originale, ma uno dei massimi problemi dell’essere umano è come affrontare la morte. Pare che il problema sia difficile per i non credenti (come affrontare il Nulla che ci attende dopo?) ma le statistiche dicono che la questione imbarazza anche moltissimi credenti, i quali fermamente ritengono che ci sia una vita dopo la morte e tuttavia pensano che la vita della morte sia in se stessa talmente piacevole da ritenere sgradevole abbandonarla; per cui anelano, sì, a raggiungere il coro degli angeli, ma il più tardi possibile.
Un discepolo (Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni. Allo stupore di Critone ho chiarito. “Vedi,” gli ho detto, “come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani di ambo i sessi danzano divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, … imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente ….?
Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.
Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”
Critone mi ha allora domandato: “Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?” Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perché qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione.
Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno (sei miliardi) siano coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta. Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il giorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire. Quindi la grande arte consiste nello studiare poco per volta il pensiero universale, scrutare le vicende del costume, monitorare giorno per giorno i mass-media,… i filosofemi dei critici apocalittici, gli aforismi degli eroi carismatici, studiando le teorie, le proposte, gli appelli, le immagini, le apparizioni. Solo allora, alla fine, avrai la travolgente rivelazione che tutti sono coglioni. A quel punto sarai pronto all’incontro con la morte.
E’ naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perché varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perché vale la pena (anzi, è splendido) morire.
Critone mi ha allora detto: “Maestro, non vorrei prendere decisioni precipitose, ma nutro il sospetto che Lei sia un coglione”. “Vedi”, gli ho detto, “sei già sulla buona strada.»
Forse Eco era un filosofo che si prendeva qualche passatempo. Forse …

Note

1) Adriano Scianca. “Umberto Eco l’Ur-Antifascista che ridusse il pensiero a vigilanza democratica”, 22 febbraio 2016
2) Maurizio Ferraris, “Umberto Eco e la “musa” della morte”, 21-2-2016
3) Umberto Eco, La ‘Bustina di Minerva’ : ‘Come prepararsi serenamente alla morte. Sommesse istruzioni a un eventuale discepolo’. Ironica lettera a un discepolo immaginario che il semiologo scrisse nel 1997. Pubblicata sull’Espresso il 12 giugno 1997 Riportata sull’Espresso del 20 febbraio 2016 –

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