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giovedì 10 luglio 2014

Sul Debito Argentino è il vero scontro di Civiltà . (di Maurizio Blondet)


Ecco perchè domenica tiferò argentina

Nota di Rischio Calcolato:  Questo post è tratto dalla rivista on-line EffediEffe sito di informazione a cui consigliamo caldamente un abbonamento (50€ spesi benissimo).
argentina brics 550 1 Sul Debito Argentino è il vero scontro di Civiltà . (di Maurizio Blondet)
Il 14 luglio si terrà a Fortaleza (Brasile) l’annuale riunione dei BRICS, i Paesi emergenti di successo. Con una novità: su invito ufficiale di Brasile, Russia, India, Cina e Africa del Sud, vi parteciperà Cristina Kirchner, la presidentessa dell’Argentina, che non è un BRICS, al contrario. Il senso politico dell’invito è inequivocabile. L’Argentina è sotto persecuzione e minaccia degli USA per la questione del debito.
Ricapitoliamo: nel 2001 l’Argentina (pagando l’errore di agganciare la sua moneta al dollaro per tentare di non svalutarla) fece crack. In piena rovina, cessò i pagamenti sul debito sovrano, pari 80 miliardi di dollari. I possessori di titoli del Tesoro argentino, per lo più, nel corso di lunghe trattative, si sono accontentati di ricevere il molti anni dopo 30 per cento, condonando il 70%. Non così Paul Singer, miliardario ebreo-americano possessore di un fondo speculativo, lo Elliott Capital Management: costui, dopo il crack, ha comprato da creditori titoli di debito argentino per 220 milioni di dollari a prezzi stracciati, pagandolo soltanto 49 milioni, meno di un quarto del suo valore facciale: dopodiché, s’è appellato ai tribunali americani per esigere il pagamento pieno dei titoli in suo possesso. Valore che, dopo 13 anni, è salito 832 milioni.
argentina brics 1 Sul Debito Argentino è il vero scontro di Civiltà . (di Maurizio Blondet)
  Paul Singer
È il modus operandi tipico dei «Fondi Avvoltoio», che si nutrono di cadaveri. O più precisamente, che pretendono la polpa dagli ossami dei cadaveri dentro cui puntano i loro becchi. Singer – con l’appoggio delle leggi e tribunali americani – è riuscito a spolpare il poverissimo Congo nel 2002, obbligandolo a pagargli 90 milioni di dollari per i 20 milioni di titoli di debito pubblico congolese in suo possesso, e prima aveva obbligato il Perù a versargli 58 milioni per gli 11 milioni di titoli sovrani peruviani che aveva raccattato.
Per l’Argentina, i profitti attesi dall’avvoltoio sono molto maggiori. E siccome un tribunale USA ha dato ragione a Singer nel 2012 ingiungendo a Buenos Aires di pagargli titoli secondo il valore facciale (più interessi), al saccheggio si sono uniti altri fondi speculativi di Wall Street, come Aurelius Capital Management e Blue Angel, che detengono insieme 1,3 miliardi di dollari di debito argentino. Ma c’è di peggio in vista , per il Paese debitore. Se accetta di pagare questi avvoltoi, tutta una schiera di creditori internazionali con i suoi titoli in default nel portafoglio pretenderanno lo stesso trattamento: si calcola che esigeranno subito 15 miliardi di dollari, la metà delle riserve argentine. E nel complesso il Paese potrebbe trovarsi di fronte ad un debito totale di 120 miliardi.
La completa rovina economica, senza più remissione, per un intero popolo.
Buenos Aires ha fatto appello alla Corte Suprema USA. La quale, però, ha rifiutato di discutere il caso: siccome gran parte del debito argentino è stato emesso sotto il diritto vigente a New York, la questione nemmeno si pone. L’Argentina deve pagare Singer e i suoi altri imitatori, oppure incorrere in sanzioni — sequestro delle sue merci e delle sue navi nei porti americani, blocco dei suoi conti esteri, qualunque cosa la legge USA preveda per i debitori insolventi privati. Per intanto, gli USA minacciano di «isolare» politicamente il Paese, e fargli il vuoto attorno: nessuno presenterà più un soldo all’Argentina. In tal modo, il Paese sarà reso uno Stato-paria come l’Iran o si tenta di far diventare la Russia; il mondo finanziario essendo globalizzato secondo i princìpi del capitalismo occidentale, è in pratica sotto giurisdizione americana, che pretende di divenire universale di fatto. È effettivamente successo lo scorso ottobre che in Ghana, un tribunale locale ha consentito a Singer di sequestrare una nave da carico argentina, laARA Libertad.
La sentenza americana è stata criticata – ed è tutto dire – persino dalla bibbia del liberismo anglosassone, il Financial Times: «La società deve dare alla gente un modo per ricominciare; è per questo che abbiamo il diritto fallimentare», ha scritto Martin Wolf: «Anzi, consentiamo alle imprese, di gran lunga i più importanti attori privati nelle nostre economie, di godere della “responsabilità limitata”. La facilità con cui le corporationsamericane possono liberarsi dei creditori è stupefacente. Una simile logica si deve applicare agli Stati».
Ed invece no, ed è questo il punto filosofico, di civiltà, per cui i BRICS mostrano disposti a battersi:
I giudici USA non riconoscono la sovranità degli altri stati. È questo che hanno dimostrato con questa sentenza: mettono l’Argentina, come un debitore privato, sullo stesso piano di un Hedge Fund, il privato creditore che la trascina in giudizio. Anzi peggio: trattano l’Argentina peggio di una loro azienda privata. Questa può utilizzare le leggi fallimentari per fare bancarotta controllata; l’Argentina no. Deve pagare sempre , interamente e in eterno. Senza remissione.
Gli USA hanno vietato il Giubileo periodico che persino la legge ebraica riconosce (evidentemente, valeva solo per altri ebrei).Già questo dovrebbe suggerire la natura di hubrys satanica che Washington pretende di imporre al mondo intero come «libertà di business».
È il diritto assoluto, totale e incondizionato del creditore ad essere pagato fino all’ultimo centesimo, quello che si intende affermare. E attenzione perché qui non si parla solo dell’Argentina.
La Germania sta imponendo questo principio assoluto in Europa ai Paesi europei «periferici». Alla Grecia ha imposto la più spietata austerità perché pagasse i suoi debiti — ossia, essenzialmente, perché pagasse le banche tedesche, che avevano indebitato la Grecia fino alla follia, fino all’ultimo euro. Un condono del debito greco avrebbe scongiurato la crisi in cui siamo precipitati. Ma la Germania, dura, ha fatto valere «il diritto». Il diritto del creditore. Il risultato è che «dopo sei anni di recessione provocata dall’austerità, il taglio delle spese sanitarie del 40%, la disoccupazione salita al 26,8% e quella giovanile più che doppia, la Grecia si trova con un debito pubblico cresciuto al 169 per cento del Pil» ( Mark Weisbrot, co-direttore del Center for Economic and Policy Research). Al confronto, e nonostante gli indubbi errori del suo Governo, la popolazione argentina sta molto meglio di quella greca; la moratoria sul debito, con la svalutazione del peso argentino che ha prodotto, ha innescato una ripresa dell’economia, dell’export, persino un principio di ri-localizzazione di industrie dall’estero. Anche se ora la ricaduta nei vecchi errori provoca lo estancamiento economico (con alta inflazione), per la gente sono stati 13 anni guadagnati in benessere — laddove i greci hanno perso 7 anni in miseria e devastazione sociale.
Il nuovo capogruppo del Ppe al parlamento europeo, Manfred Weber, ha espresso con speciale arroganza l’ideologia sancita dai tribunali americani, rispondendo al discorso inaugurale di Matteo Renzi: «L’Italia ha il 130% di debito. Dove prendete i soldi? (1)». Renzi, sì, ha chiesto «più tempo per fare le riforme», ma «Barroso lo ha concesso alla Francia» e «le riforme non si sono mai viste», con la conclusione tipica della nuova ideologia: «I debiti non creano il futuro, lo distruggono» — che è una ipocrita falsità anche economica.
Difatti Renzi ha risposto per le rime rilevando l’ipocrisia («L’Italia non accetta lezioni di morale») e rilevando la menzogna in questa ipocrisia: «Se Weber parlava a nome della Germania, gli ricordo che nella scorsa presidenza italiana, ci fu un Paese cui non solo fu concessa flessibilità ma anche di violare i limiti, ed essere oggi un Paese che cresce».
Ma ciò non basterà – sono solo parole – perché nell’Europa siamo così assuefatti alla cessione di sovranità, da non saper porre la questione alta e cruciale. I BRICS evidentemente sono molto più consapevoli del rischio mortale che il «nuovo diritto sovrannazionale globale» fa pendere sulle società umane. È la questione di filosofia politica fondamentale: se si accetta incondizionatamente il diktat «legale» americano a favore del miliardario Singer e dei Fondi Avvoltoio, si accetta il seguente principio:
Nel mondo esiste un solo stato sovrano, gli USA, e gli altri stati non sono che sue «aziende»,soggette alle sue leggi.
Ciò era già stato proclamato nel 2002, quando la Casa Bianca di G. W. Bush pubblicò la «nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America»Nel documento,l’America vi afferma il suo diritto storico a usare la sua «ineguagliata superiorità militare»senza limite legale alcuno. Letteralmente, essa minaccia «l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica contro qualunque Stato»del pianeta che l’America consideri pericoloso, e ciò in maniera “preventiva”. Nel nostro piccolo, fummo i primi in Italia a notare (2) l’aspetto radicalmente eversivo di questa nuova dottrina politica la quale «liquida l’ordine che ha governato le relazioni internazionali fin dal trattato di Westfalia del 1648»Il Trattato di Westfalia, che pose fine alla «Guerra dei Trent’Anni»riconobbe la legittimità delle autorità degli Stati, grandi o piccoli, potenti o non potenti. Di fatto, fu stabilito il principio della sovranità e della sua legalità: persone giuridiche, gli stati potevano legarsi tra loro con trattati (come le personalità private con contratti), e questi trattati avevano forza legale. Nell’instabilità del mondo, fu un punto fermo decisivo. Un altissimo atto di civiltà, che mise un argine fondamentale allo stato di «guerra perpetua», inarrestabile, quale fu appunto la guerra dei Trent’Anni.
Naturalmente, nessun politico in Europa capì che l’Amministrazione Bush jr., proclamando il diritto americano a colpire qualunque stato del pianeta – 1) dichiarava ogni altro Stato illegittimo; 2) Dichiarava gli USA l’unico Stato sovrano veramente esistente nel mondo; e 3) faceva dipendere la sua sovranità dalla sua «ineguagliata superiorità militare», grazie alla quale si arrogava (come scriveva nero su bianco) di fare «uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica contro qualunque Stato» del pianeta che a suo giudizio turbasse i suoi interessi, e ciò in modo «preventivo».
Gli USA hanno così affermato il primato della forza bruta sul diritto nelle relazioni internazionali. È un arretramento epocale della civiltà.
La civiltà consiste infatti negli sforzi organizzati per adottare istituzioni, che riducano la forza (nei rapporti tra uomini, come tra nazioni) ad «ultima ratio». Gli USA adesso, sono in stato di sfida perpetua verso il resto del mondo. Qualunque Paese voglia far valere la sua sovranità, deve dotarsi della forza; una forza tale, da tenere a bada la superpotenza americana. E rischiare la guerra, che nello stato presente sarebbe la fine dell’umanità.
Senza nemmeno rendersene conto, l’Unione Europea ha adottato lo stesso incivile principio: oggi la Germania è «più sovrana» dell’Italia, Grecia o Spagna, e può «dare lezioni» ed imporre austerità e rigori ormai chiaramente distruttivi agli stati più deboli, perché è più grossa. Il principio di parità viene cancellato — adesso comanda il più grosso. È un arbitrio, una prepotenza che, ovviamente, si ammanta di «giuridico» — come le leggi USA che hanno dato ragione all’Avvoltoio su uno Stato estero non-più-sovrano.
Questo è il punto da capire. Noi non l’abbiamo capito, e infatti ci siamo lasciati legare dal «diritto» incivile iscrivendo in Costituzione il patto di stabilità, il limite del 3% del deficit e tutto il resto delle normative austeritarie germaniche, a favore esclusivo dei creditori per lo più germanici.
I BRICS invece hanno capito: e per questo hanno invitato l’Argentina – Stato-paria per la finanza globale sotto giure americano – fra di loro. La Russia (la R dei BRICS) l’ha sottolineato esplicitamente: «Ciò mostra che l’Argentina è pienamente inserita nelle relazioni internazionali, non ‘isolata dal mondo’. Soltanto, non si adatta alle politiche dei paesi centrali a qualunque costo», ha detto Nicolai Tereschuk (che insegna all’Università di Buenos Aires). Interessante il fatto che è stata l’India (la I) ad avere l’idea di invitare la Kirhner. Dice l’economista Fernanda Vallejos, Università di Buenos Aires: «La proposta dell’India, con cui il commercio bilaterale è aumentato del 30% nel 2013, validata dal Brasile e dal Sudafrica, smentisce il tema del supposto isolamento del nostro paese nel mondo».
È stata la stessa Goldman Sachs a valutare che i BRICS ‘pesano’ per un quarto del prodotto intero lordo globale, con il 43% della popolazione, il 45% della forza-lavoro mondiale e il 20% dell’investimento globale. Hanno una produzione agricole di 2 mila milioni di tonnellate anno, e riserve per 3 mila miliardi di dollari.
Si noti che l’invito dei BRICS all’Argentina ha quasi coinciso con l’annuncio, il 28 maggio, dell’accordo firmato da Cristina Kirchner con il «Club di Parigi» ( i maggiori creditori globali), a cui doveva sulla carta 9,7 miliardi di dollari (dopo il default di 13 anni fa). A caro prezzo, Buenos Aires mostra la volontà di volersi reintegrare al mondo in materia finanziaria», a tornare ad apparire agli investitori esteri «un paese in via di sviluppo con forte potenziale».
Bisogna infatti capire che gli «investitori» che hanno tanto bisogno di indebitare, quanto i debitori di indebitarsi, anzi – coi bassi interessi che si lucrano oggi nel mondo – anche di più. E l’Argentina, oltre che la potenza agricola mondiale che tutti sanno, ha le seconde riserve mondiali di litio, è il terzo esportatore mondiale di potassio, è un notevole produttore di oro (10 mila tonnellate), di rame (500 milioni di tonnellate), d’argento, e produttore petrolifero e di idrocarburi «non convenzionali». Abbastanza da far gola agli speculatori di Wall Street.
Ma i BRICS, a Fortaleza, intendono porre le fondamenta di una loro Banca di Sviluppo regionale, alternativa agli organismi tipo FMI e Banca Mondiale. La Banca disporrebbe di 50 mila milioni di dollari per finanziare infrastrutture nei sei Paesi, e un fondo di riserve comuni di 100 mila milioni di dollari come cuscinetto contro la volatilità dei mercati. «L’Argentina potrebbe accedere a finanziamenti presso questa banca a tassi molto più favorevoli di quelli onerosissimi che esigono le organizzazioni internazionali» e i privati investitori, dice Diego Coatz, del Centro Studi dell’Unione Industriali d’Argentina.
Ma qui l’economia è politica. Affermazione della sovranità. Leggiamo da Voice of Russia:
«Il 10 giugno Sergei Glaziev, consigliere economico di Putin, ha pubblicato un articolo in cui sottolinea la necessità d’ instaurare una alleanza internazionale fra i Paesi che vogliono liberarsi del dollaro nel commercio internazionale e non usare il dollaro nelle loro riserve. Lo scopo ultimo è di spezzare la macchina di stampa monetaria di Washington che alimenta il complesso militare-industriale e dà agli USA ampie possibilità di spargere il caos nel mondo, innescando guerre civili come in Libia, Siria, Iraq e Ucraina».
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  Elvira Nabiullina
Un progetto velleitario, secondo gli esperti occidentali, date le difficoltà tecniche. Ma adesso la direttrice della Banca centrale russa, Elvira Nabiullina, ha svelato una soluzione definita «elegante» dal sito Zero Hedge. «Stiamo discutendo con la Cina e i nostri partners BRICS la creazione di un sistema di swap multilaterali che consentirà il trasferimento di risorse ad uno od altro Paese. Parte delle riserve valutarie può essere diretta a questo». Madame Nabiullina sarà a Pechino la settimana prossima per mettere a punto l’idea di uno swap rublo-yen; prima di partire per la capitale cinese, ha incontrato Putin per metterlo al corrente dell’avanzamento dei lavori.
Secondo ZH, gli swap in valuta tra le banche centrali BRICS faciliterebbero il finanziamento del commercio scavalcando il dollaro; e di più, sarebbe un sostituto di fatto del Fondo Monetario, consentendo a membri dell’alleanza di dirigere risorse al finanziamento dei paesi deboli. Usando a questo scopo di rimpiazzo del Fondo Monetario la «parte in dollari» delle loro riserve, ridurrebbero l’ammontare dei titoli in dollari comparti dai più grossi creditori esteri degli USA (un nome a caso: la Cina).
La missione resta comunque difficilissima. Altro sarebbe il caso, se importanti Paesi si unissero al progetto. Va detto che il capo della Banca Centrale di Francia, Christian Noyer, ha ventilato – come rappresaglia della multa stellare (9 miliardi) che la legge americana ha imposto a BNP Paribas – di cominciare gli scambi commerciali con la Cina in euro o yuan. E siccome a volte le cose corrono in fretta, la Banca Centrale di Francia (e quelle del Lussemburgo) hanno reso noto a fine giugno di aver firmato un trattato diswap con la banca centrale di Pechino. La Cina ha anche annunciato il progetto di aprire banche per il clearing dello yuan a Parigi e in Lussemburgo. Una linea di swap valutario yuan-euro è stata aperta nel 2013 dalla BCE, però per un importo modesto e durata di tre anni. In ogni caso, l’idea avanza.
Forse per questo il 29 giugno scorso, persino Foreign Affairs, la prestigiosa rivista del Council on Foreign Relations (lo storico think-tank dei Rockefeller) ha criticato «il pericoloso fondamentalismo» della Corte Suprema USA e del sistema giuridico americano che ha messo in ginocchio l’Argentina, ma – aggiunge – rende più difficile per gli stati di liberarsi dal peso del super-indebitamento, sarà un grosso danno per i mercati dei capitali internazionali, e sì, sminuisce la sovranità nazionale. Titolo: «Hedge Funds contro Sovrani». Sottotitolo: «Come i tribunali USA sovvertono la finanza internazionale». Persino loro l’hanno capito…
Prossimo crack Made in USA
L’inevitabile nuovo collasso tipo-subprime (quello del 2007) è preconizzato dall’ultimo rapporto della Banca dei Regolamenti internazionali di Ginevra. Che punta il dito sulla «Federal Reserve che pompa trilioni di dollari nei mercati finanziari e produce rialzi azionari mai visti, mentre l’economia reale sottostante ristagna: (anzi) l’economia USA si è contratta del 3% nel primo trimestre (contro un +2,6% della previsione ufficiale falsissima, ndr), ma il mercato azionario è salito comunque, nella convinzione che la stagnazione continua porterà all’iniezione di altro capitale a bassissimo costo.
La politica dei tassi ultra-bassi, iniziata per superare gli effetti della crisi del 2008, fa sì che «gli investitori non danno più un prezzo al rischio», prestando a destra e a manca (tanto la FED poi li salverà). I prezzi britannici degli immobili sono alle stelle, come negli anni pre-subprime. «Se la Cina, sede di un boom finanziario mostruoso, dovesse vacillare, gli effetti sarebbero gravi. Sarebbero rovinati soprattutto gli stati esportatori dicommodities che hanno goduto di forte credito, rincari dei prezzi delle materie prime che esportano, e hanno (quindi) accumulato alto debito e alti prezzi immobiliari».
Ciò che viene descritto è un super-vulcano finanziario imminente. Il peggio lo descrive Paul Craig Roberts (ex sottosegretario al Tesoro sotto Reagan): «Il dollaro è tenuto a galla dai mercati finanziari manipolati e dalla pressione che Washington esercita sui suoi vassalli: questi devono far girare la loro macchina da stampa monetaria per sostenere il valore della valuta americana comprando dollari».
Questo, Craigs Robert l’ha scritto una settimana prima del giorno (3 luglio) quando Draghi ha annunciato la creazione dal nulla di altri mille miliardi di euro – diconsi mille miliardi – con la scusa di «dare spinta al credito alle imprese e famiglie» in Europa. in realtà, tutto si riduce a comprare dollari per sopravvalutarli… sull’orlo del vulcano.
«Per mantenere a galla il dollaro gran parte del mondo conoscerà l’inflazione», scrive l’ex reaganiano: «Sergei Glaziev, consigliere di Putin, ha detto al presidente russo che solo un’alleanza contro il dollaro per farlo affondare può frenare l’aggressione di Washington. E’ quel che io penso da molto tempo. Non ci sarà pace finché Washington può creare denaro a volontà per finanziare le sue guerre. Come ha dichiarato anche il governo cinese, è il momento di dis-americanizzare il mondo».
E cosa fa nel frattempo la UE in segreto?
Leggete qui: si parla del negoziato segreto che gli eurocrati conducono con gli USA per il Trattato Transatlantico di Commercio. Fino ad oggi, vi abbiamo detto che con questo Trattato, gli Stati Uniti si appresterebbero ad asservirci una volta per tutte all’ultra-liberalismo; le loro mega-corporations multinazionali trascineranno i nostri Stati davanti ai tribunali arbitrali di cui noi europei le abbiamo nominate arbitre, e questi – con la motivazione che ostacolano il loro business e diminuiscono i loro profitti – ci obbligheranno a smantellare tutti i benefici rimasti dello stato sociale, servizi pubblici sussidiati, sanità, pensioni… Tutto questo è vero. Ma dobbiamo fare un’importante correzione, segnalata dall’economista Paul Jorion: Siamo noi europei (meglio: gli eurocrati) che in questi giorni usano i negoziati del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) per imporre agli americani che smantellino la loro nuova legislazione sul settore finanziario, essendo molto più esigente della nostra”»!
Sì, avete capito bene: sono i nostri eurocrati ad approfittare del Trattato per imporre l’ultra-liberalismo agli americani! O una versione più estrema del liberismo dogmatico. In evidente collusione con i fondamentalisti di Wall Street, che (evidentemente) pagano i nostri alti funzionari.
Lo ha rivelato il Corporate Europe Observatory, che è riuscito a venire in possesso di un documento riservato della UE.


1) I tedeschi moralisti fanno finta di non capire che è la stessa politica di deflazione e recessione che impongono all’Italia (e agli altri deboli) a rendere più difficile il dis-indebitamento. Se il Pil decresce invece di salire, il rapporto debito/Pil ovviamente cresce. Tutto il loro moralismo serve ai loro immorali e miopi interessi.
2Maurizio Blondet, «Chi comanda in America», EFFEDIEFFE, 2002. Capitolo 23, Chi è l’Anticristo?

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