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sabato 28 febbraio 2015

Grecia: “Colpirne uno per educarne cento”

Fonte un portale russo molto interessante.http://it.sputniknews.com/ Questa era la risposta tedesca al problema dalla crisi greca e l’inflessibilità doveva servire ad impedire che altre “cicale” si immaginassero di poter seguire la stessa strada.
Tuttavia, il successo del partito SYRIZA nelle ultime elezioni e l'effetto domino che questo potrebbe avere su Podemos in Spagna, sul Front National in Francia e sui partiti anti-euro ed anti-austerità, in Italia ed altrove, hanno obbligato Berlino a venire in qualche modo a patti. Dopo l'accordo di 20 Febbraio tra i vertici europei ed il governo greco, nonostante l'ipocrisia generale consentirà a tutti di dirsi vincitori, anche la rigidità tedesca ha dovuto fare concessioni.  Nella realtà, l'ipocrisia non sarà solo nelle parole ma anche nella sostanza perché da quell'intesa usciranno solo tutti perdenti.
Sono perdenti Tzipras e il suo ministro delle finanze Varufakis che saranno obbligati, contro le promesse della campagna elettorale, a confermare il controllo esterno da parte della Troika (che si limiterà a cambiare nome) sulle scelte economiche del Governo e a continuare una politica, almeno parzialmente, recessiva. E' perdente le Germania, e quindi i difensori dell'austerità, perché, pur salvando la faccia col ribadire la necessità dell'approvazione europea delle misure proposte da Atene, ha dovuto concedere quattro ulteriori mesi di tempo (i greci ne chiedevano sei) prima di prendere atto che la Grecia non riuscirà a ripagare i propri debiti. Quattro mesi che significano almeno sette nuovi miliardi di euro elargiti alla Repubblica Ellenica e destinati a non ritornare mai.
Purtroppo, sembra non ci fosse altra scelta né per gli uni né per gli altri. Non consentire ai greci questa dilazione avrebbe significato dover affrontare l'incognita del possibile "contagio" con gli altri Paesi  deboli e lo scatenarsi della speculazione. Ma soprattutto avrebbe significato, con l'uscita della Grecia dall'euro la svalutazione e  nuove barriere tariffarie, la sua conseguente ed inevitabile uscita dalla Unione Europea mettendo così a rischio la tenuta di tutta l'Unione.
La minaccia greca di dichiarare fallimento e uscire dall'euro era un evidente ricatto anche se basato soprattutto su di un bluff. Durante la campagna elettorale, Tzipras aveva continuamente citato l'esempio dell'Argentina del 2003 che, annunciando l'impossibilita' di pagare i propri debiti e rinegoziandoli drasticamente, era riuscita, almeno temporaneamente, a far ripartire la propria economia con tassi di crescita eccellenti.  Quello che un economista colto come Varufakis però sapeva bene è che il caso dell'Argentina aveva tre variabili importanti che hanno consentito al Paese sudamericano di fare fronte all'impossibilità di ottenere un qualunque nuovo credito sul piano internazionale. Variabili che alla Grecia mancano: la presenza di abbondanti materie prime sul suolo nazionale, la continuità della stessa valuta e un mercato mondiale dominato dalla domanda. Come è noto, Atene non può contare sulla disponibilità di materie prime e neanche su una agricoltura ed un allevamento importanti e sviluppati come quelli argentini. La necessità poi di tornare alla dracma con un tasso di conversione tutto da definire (che penalizzerebbe o  i debitori privati o, in alternativa, le banche creditrici) richiederebbe, inoltre, un enorme controllo poliziesco contro la fuga di locali capitali che si aggiungerebbero alle decine di miliardi già fuggiti negli ultimi mesi. Infine, anche qualora misure del genere fossero attuate, non si riuscirebbe ad immaginare come la Grecia potrebbe aumentare le proprie entrate dall'estero vista la contrazione economica mondiale e la crisi che tocca tutti i Paesi, tra i quali  la Russia,  da cui, fino a poco fa, arrivava il più grande flusso turistico e quindi l'entrata di valuta straniera.
Detto ciò, che Atene sia nell'impossibilita' di pagare i debiti pregressi e presenti era, e resta, una certezza.
Il Governo non è in condizione, senza dover affrontare più gravi tensioni sociali, di ridurre ulteriormente la spesa pubblica ma, contemporaneamente, non è nemmeno in grado di aumentare, come sarebbe necessario, il prodotto nazionale lordo. Dove e come, con tutta la buona volontà, potrebbe aumentare le proprie entrate? La risposta che Tzipras offre agli altri ministri europei è una più intensa lotta all'evasione fiscale ma, considerata l'esperienza fallimentare pluridecennale di campagne di questo genere in Grecia, in Italia ed negli altri Paesi con forte vocazione all'evasione, è evidente che si tratti solamente di fumo negli occhi. Fingere di crederlo rientra in quella ipocrisia di cui parlavamo poco sopra.
Ora e' tardi per recriminare su ciò che già andava fatto e non fu attuato per la cieca opposizione tedesca nel 2008. Un intervento immediato avrebbe comportato minori rischi e minori costi. Ci sarebbe piuttosto da domandarci se ha un senso, e quale, che l'Europa continui a inviare i propri soldi verso Paesi che dell'Europa non sono membri e, probabilmente, non lo diventeranno mai. Pensiamo, ad esempio,alle decine di miliardi già spesi per l'Ucraina e alle centinaia ancora necessarie per risollevare la disastrata economia di quel Paese.
Considerato che, fra quattro mesi, con Atene saremo esattamente allo stesso punto e dovremo scegliere se consentirne il fallimento o trovare nuovi fondi, sarebbe stato probabilmente più opportuno, già  fin d'ora,  accettare di annullare almeno il 50% dei crediti che l'Europa vanta con questo suo Stato Membro. Si sarebbe dimostrata così  la necessaria solidarietà verso chi all'Unione partecipa da anni e si sarebbe data ai greci  una vera, unica, chance per rialzarsi.

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