.Nisargadatta Maharaj. La meraviglia è l'alba della sapienza

L’appercezione in cui tutto sorge, è questa la realtà. Un’appercezione pura e chiara, quella che chiamano l’occhio di Dio.Karl Renz

« La persona non- risvegliata vive nel suo mondo, la persona risvegliata vive nel mondo. » Andrew Cohen

Finché immagino "come dovrei essere", continuerò ad essere quello che sono ora.U.G.Krishnamurti

"Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti." Eraclito

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezzaBenjamin Franklin

In televisione non c'è la pubblicità, il mezzo televisivo è "solo" pubblicità.Dioniso 777


Upton Sinclair, “è difficile far capire qualcosa ad un uomo quando il suo stipendio dipende dal suo non capire”.


mercoledì 30 luglio 2014

LA STORIA DIMENTICATA DEI BIANCHI RIDOTTI IN SCHIAVITÙ

(Perché il famoso «Mamma li turchi» non è una leggenda, né un modo di dire frutto di qualche bizzarro pregiudizio, bensì una tragica realtà della nostra storia, che faremmo bene a non dimenticare)
(È piuttosto lungo. Magari leggetelo a rate, ma leggetelo, che di queste cose non si parla mai. E bisognerebbe, invece)
I neri ricordano, i bianchi hanno dimenticato 
Gli storici americani hanno studiato tutti gli aspetti della schiavitù degli africani ad opera dei bianchi, ma hanno ampiamente ignorato la schiavitù dei bianchi da parte dei nord africani. Quella degli schiavi cristiani con padroni musulmani è una storia accuratamente documentata e scritta chiaramente di ciò che il prof Davis chiama «l’altra schiavitù», sviluppatasi all’incirca nello stesso periodo del commercio transatlantico, e che ha devastato centinaia di comunità costiere europee. Nel pensiero dei bianchi di oggi, la schiavitù non ha minimamente il ruolo centrale che ha tra neri, ma non perché sia stato un problema di breve durata o di scarsa importanza. La storia della schiavitù mediterranea è, infatti, altrettanto fosca delle più tendenziose descrizioni della schiavitù americana.
Nel XVI secolo, gli schiavi bianchi razziati dai musulmani furano più numerosi degli africani deportati nelle Americhe.
Un commercio all’ingrosso
La Costa dei Barbari, che si estende dal Marocco fino all’attuale Libia, fu sede di una fiorente industria del rapimento di esseri umani dal 1500 fino al 1800 circa. Le grandi capitali del traffico di schiavi furono Salé in Marocco, Tunisi, Algeri e Tripoli, e durante la maggior parte di questo periodo le marine europee erano troppo deboli per opporre più che una resistenza simbolica.
Il traffico transatlantico dei neri era puramente commerciale, ma per gli arabi, i ricordi delle crociate e la rabbia per essere stati espulsi dalla Spagna nel 1492 sembrano aver determinato una campagna di rapimenti dei cristiani, quasi simile ad una Jihad.
«È stato forse questo pungolo della vendetta, contrapposto alle amichevoli contrattazioni della piazza del mercato, che ha reso gli schiavisti islamici tanto più aggressivi e inizialmente (potremmo dire) più prosperi nel loro lavoro rispetto ai loro omologhi cristiani», scrive il professor Davis.
Durante i secoli XVI e XVII furono condotti più schiavi verso sud attraverso il Mediterraneo che verso ovest attraverso l’Atlantico. Alcuni furono restituiti alle loro famiglie in cambio di un riscatto, alcuni furono utilizzati per lavoro forzato in Africa del Nord e i meno fortunati morirono di fatica come schiavi nelle galere.
Ciò che più colpisce circa le razzie barbaresche è la loro ampiezza e la loro portata. I pirati rapivano la maggior parte dei loro schiavi intercettando imbarcazioni, ma organizzavano anche enormi assalti anfibi che praticamente spopolavano parti della costa italiana. L’Italia è il bersaglio più apprezzato, in parte perché la Sicilia è solo a 200 km da Tunisi, ma anche perché non aveva un governo centrale forte che potesse resistere all’invasione.
Grandi incursioni spesso non incontrarono alcuna resistenzaQuando i pirati hanno saccheggiato Vieste nell’Italia meridionale nel 1554, ad esempio, rapirono uno stupefacente totale di 6.000 prigionieri. Gli algerini presero7.000 schiavi nel Golfo di Napoli nel 1544, un raid che fece crollare il prezzo degli schiavi a tal punto che si diceva che si poteva «scambiare un cristiano per una cipolla».
Anche la Spagna subì attacchi su larga scala. Dopo un raid su Grenada nel 1556, che fruttò 4.000 uomini, donne e bambini, si diceva che «piovevano cristiani su Algeri». Si può calcolare che per ognuno di questi grandi raid ce ne siano stati dozzine di minori.
La comparsa di una grande flotta poteva far fuggire l’intera popolazione nell’entroterra, svuotando le regioni costiere.
Nel 1566, un gruppo di 6.000 turchi e corsari attraversarono il mare Adriatico e sbarcarono a Francavilla. Le autorità non erano in grado di fare nulla e raccomandarono l’evacuazione completa, lasciando ai turchi il controllo di più di 1300 chilometri quadrati di villaggi abbandonati fino a Serracapriola.
Quando apparivano i pirati, la gente spesso fuggiva dalla costa per andare alla città più vicina, ma il Professor Davis spiega che questa non era sempre una buona strategia: «più di una città di medie dimensioni, affollata di profughi, si trovò nell’impossibilità di sostenere un assalto frontale di molte centinaia di corsari e reis [capitano dei corsari] che altrimenti avrebbero dovuto cercare schiavi a poche dozzine per volta lungo le spiagge e sulle colline, potevano trovare un migliaio o più di prigionieri comodamente raccolti in un unico luogo per essere presi.»
I pirati tornavano continuamente a saccheggiare lo stesso territorio. Oltre a un numero molto maggiore di piccole incursioni, la costa calabra subì le seguenti depredazioni, sempre più gravi in meno di dieci anni: 700 persone catturate in un singolo raid nel 1636, un migliaio nel 1639 e 4.000 nel 1644.
Durante il XVI e XVII secolo, i pirati installarono basi semi-permanenti sulle isole di Ischia e Procida, quasi all’imboccatura del Golfo di Napoli, da cui organizzavano il loro traffico commerciale.
Quando sbarcavano sulla riva, i corsari musulmani non mancavano di profanare le chiese. Spesso rubavano le campane, non solo perché il metallo aveva valore, ma anche per ridurre al silenzio la voce inconfondibile del cristianesimo.
Nelle più frequenti piccole incursioni, un piccolo numero di barche operavano furtivamente, piombando sugli insediamenti costieri nel cuore della notte per catturare gli uomini «tranquilli e ancora nudi nel loro letto». Questa pratica diede origine alla moderna espressione siciliana, pigliato dai turchi, [in italiano nel testo], che significa essere colto di sorpresa, addormentato o sconvolto.
La predazione costante provocava un terribile numero di vittime
Le donne erano più facili da catturare degli uomini, e le regioni costiere potevano perdere rapidamente tutte le loro donne in età fertile. I pescatori avevano paura di uscire, e si prendeva il mare solo in convogli. Infine, gli italiani abbandonarono gran parte delle loro coste. Come ha spiegato il Professor Davis, alla fine del XVII secolo «la penisola italiana era preda dei corsari di Barberia da più di due secoli, e le popolazioni costiere si erano ritirate in gran parte nei villaggi fortificati sulle colline o in città più grandi come Rimini, abbandonando chilometri di coste, una volta popolate, a vagabondi e filibustieri.
È solo verso il 1700 che gli italiani riuscirono a impedire le imponenti incursioni di terra, anche se la pirateria sui mari continuò senza ostacoli.
La pirateria indusse la Spagna e soprattutto l’Italia ad allontanarsi dal mare e perdere la loro tradizione di commercio e di navigazione, con effetti devastanti: «Almeno per l’Iberia e l’Italia, il XVII secolo ha rappresentato un periodo oscuro in cui le società spagnola e italiana non erano più che l’ombra di quello che erano state durante le epoche d’oro precedenti».
Alcuni pirati arabi erano abili navigatori d’alto mare e terrorizzavano i cristiani fino ad una distanza di 1600 km. Uno spettacolare raid in Islanda nel 1627 fruttò quasi400 prigionieri.
L’Inghilterra era stata una formidabile potenza di mare dal tempo di Francis Drake, ma per tutto il XVII secolo, i pirati arabi operarono liberamente nelle acque britanniche, entrando persino nell’estuario del Tamigi a fare catture e incursioni sulle città costiere. In soli tre anni, dal 1606 al 1609, la Marina britannica ha riconosciuto di aver perso non meno di 466 navi mercantili inglesi e scozzesi a causa dei corsari algerini. Nel metà del Seicento, gli inglesi erano impegnati in un attivo traffico trans-atlantico dei neri, ma molti equipaggi inglesi divennero proprietà dei pirati arabi.
Vita sotto la frusta
Gli attacchi di terra potevano essere molto fruttuosi, ma erano più rischiosi delle catture in mare. Le navi erano quindi la principale fonte di schiavi bianchi. A differenza delle loro vittime, le navi dei corsari avevano due mezzi di propulsione: gli schiavi delle galee oltre alle vele. Ciò  significava che potevano avanzare a remi verso un’imbarcazione ferma per la bonaccia e attaccarla quando volevano. Avevano molte bandiere diverse, così quando navigavano potevano issare quella che meglio poteva ingannare le prede.
Una nave mercantile di buone dimensioni poteva trasportare circa 20 marinai abbastanza sani da poter sopportare qualche anno nelle galere, e i passeggeri erano generalmente buoni per ottenere un riscatto. I nobili e i ricchi mercanti erano prede allettanti, così come gli ebrei, che potevano generalmente fornire un forte riscatto da parte dei loro correligionari. Anche alti dignitari del clero erano preziosi perché il Vaticano era solito pagare qualsiasi prezzo per sottrarli alle mani degli infedeli.
All’arrivo di pirati, spesso i passeggeri si toglievano i vestiti belli e tentavano di vestirsi il più poveramente possibile, nella speranza che loro rapitori li restituissero alla loro famiglia per un riscatto modesto. Lo sforzo era inutile se i pirati torturavano il capitano per avere informazioni sui passeggeri. Era inoltre consuetudine far spogliare gli uomini, sia per cercare oggetti di valore cuciti nei vestiti, sia per verificare che non ci fossero ebrei circoncisi travestiti da cristiani.
Se i pirati erano a corto di schiavi per le galee, potevano mettere immediatamente al lavoro alcuni dei loro prigionieri, ma i prigionieri erano solitamente messi nella stiva per il viaggio di ritorno. Erano ammassati, potevano a malapena muoversi in mezzo a sporcizia, fetore e parassiti, e molti morivano prima di raggiungere il porto.
All’arrivo in Nord Africa, era d’uso far sfilare per le strade i cristiani appena catturati, affinché la gente potesse schernirli e i bambini coprirli di immondizia.
Al mercato degli schiavi, gli uomini erano costretti a saltellare per dimostrare che non erano zoppi, e gli acquirenti spesso li volevano far mettere nudi per vedere se erano in buona salute. Ciò permetteva anche di valutare il valore sessuale di uomini e donne; le concubine bianche avevano grande valore, e tutte le capitali dello schiavismo avevano una fiorente rete omosessuale. Gli acquirenti che speravano di fare rapidi guadagni con un forte riscatto, esaminavano lobi delle orecchie per trovare segni di piercing, che era un’indicazione della ricchezza. Inoltre si usava guardare i denti per vedere se fossero in grado di sopportare un duro regime di schiavo.
Il Pasha,  cioè il governatore della regione, riceveva una certa percentuale di schiavi come una forma di imposta sul reddito. Questi erano quasi sempre uomini e diventavano proprietà del governo, piuttosto che proprietà privata. A differenza degli schiavi privati che solitamente si imbarcavano con il loro padrone, questi vivevano nei «bagni», come erano chiamati i negozi di schiavi del Pascià. Agli schiavi pubblici venivano solitamente rase la testa e la barba come ulteriore umiliazione, in un tempo in cui la capigliatura e la barba erano una parte importante dell’identità maschile.
La maggior parte di questi schiavi pubblici trascorrevano il resto della propria vita come schiavi sulle galee, ed è difficile immaginare un’esistenza più miserabile. Gli uomini erano incatenati tre, quattro o cinque ad ogni remo, e anche le loro caviglie erano incatenate insieme. I rematori non lasciavano mai il loro remo, e quando veniva loro concesso di dormire, dormivano sul loro banco. Gli schiavi avrebbero potuto spingersi a vicenda per defecare in un’apertura dello scafo, ma spesso erano troppo esausti o scoraggiati per muoversi e si liberavano sul posto. Non avevano alcuna protezione contro il sole cocente del Mediterraneo, e il loro padrone sfregiava le schiene già provate con lo strumento di incoraggiamento preferito del padrone di schiavi: un pene di bue allungato o “nerbo di bue”. Non c’era quasi nessuna speranza di fuga o di aiuto; il compito dello schiavo era quello di ammazzarsi di fatica – principalmente in incursioni per catturare altri disgraziati come lui – e suo padrone lo gettava in mare al primo segno di malattia grave.
Quando la flotta pirata era in porto, gli schiavi vivevano nel “bagno” e facevano tutti i lavori sporchi, pericolosi o estenuanti che il Pasha ordinava. Lavori consueti erano tagliare e trascinare pietre, dragare il porto, o lavori dolorosi. Gli schiavi che si trovavano nella flotta del sultano turco non avevano nemmeno quella scelta. Erano spesso in mare per mesi di fila e restavano incatenati a loro remi anche al porto. Le loro barche erano prigioni a vita.
Altri schiavi sulla Costa dei Barbari avevano i lavori più vari. Spesso svolgevano lavori domestici o agricoli del genere che noi associamo alla schiavitù in America, ma quelli che avevano qualche competenza venivano spesso affittati dai loro proprietari. Alcuni proprietari mandavano in giro i loro schiavi durante il giorno con l’ordine di tornare la sera con una certa quantità di soldi, sotto pena di essere duramente picchiati. I padroni sembravano aspettarsi un profitto di circa il 20% sul prezzo di acquisto. Qualunque cosa facessero, a Tunisi e Tripoli, gli schiavi dovevano tenere un anello di ferro attorno a una caviglia e una catena di 11 o 14 kg di peso.
Alcuni proprietari mettevano i loro schiavi bianchi a lavorare in fattorie lontane verso l’interno, dove correvano un altro rischio: la cattura e una nuova schiavitù dalle incursioni berbere. Questi infelici probabilmente non avrebbero mai più visto un altro europeo per il resto della loro breve vita.
Il Professor Davis osserva che non c’era nessun ostacolo alla crudeltà: «Non c’era alcuna forza equivalente per proteggere lo schiavo dalla violenza del suo padrone: nessuna legge locale  contro la crudeltà, nessuna opinione pubblica benevola e raramente pressioni efficaci da parte di stati stranieri».
Gli schiavi bianchi non erano solo merci, erano infedeli e meritavano tutte le sofferenze che il padrone infliggeva loro.
Il Professor Davis osserva che «tutti gli schiavi vissuti nei “bagni” e sopravvissuti per scrivere le loro esperienze, hanno sottolineato la crudeltà e la violenza endemica che vi venivano praticate». La punizione preferita era fustigazione, in cui un uomo veniva messo sulla schiena con le caviglie legate per essere battuto a lungo sulle piante dei piedi.
Uno schiavo poteva ricevere fino a 150 o 200 colpi, che potevano lasciarlo storpiato. La violenza sistematica trasformava molti uomini in automi.
Gli schiavi cristiani erano spesso così numerosi e così a buon mercato che non c’era alcun interesse ad occuparsene; molti proprietari li facevano lavorare fino alla morte e poi li rimpiazzavano.
Gli schiavi pubblici contribuivano anche ad un fondo per mantenere i sacerdoti del bagno. Era un’epoca molto religiosa e anche nelle condizioni più terribili gli uomini volevano avere la possibilità di confessarsi e, soprattutto, di ricevere l’estrema unzione. C’era quasi sempre un sacerdote prigioniero o due nel bagno, ma perché fosse disponibile per i suoi compiti religiosi, gli altri schiavi dovevano contribuire e riscattare il suo tempo al pasha. Alcuni schiavi di galee dunque non avevano più niente per comprare cibo o vestiti, sebbene in certi periodi degli europei liberi che vivevano nelle città della Costa dei Barbari contribuissero al mantenimento dei sacerdoti.
Per alcuni la schiavitù diventava più che sopportabile. Alcuni mestieri, in particolare quello del costruttore di navi, erano così ricercati che un proprietario poteva premiare il suo schiavo con una villa privata e delle amanti. Anche alcuni residenti del bagno riuscivano a sfruttare l’ipocrisia della società islamica e a migliorare la propria condizione. La legge vietava rigorosamente ai musulmani il commercio di alcol, ma era più indulgente con i musulmani che si limitavano a consumarlo. Schiavi intraprendenti organizzarono delle taverne nei bagni e alcuni facevano la bella vita servendo i bevitori musulmani.
Un modo per alleggerire il peso della schiavitù era «prendere il turbante» e convertirsi all’islam. Questo esentava dal servizio nelle galere, dai lavori faticosi e qualche altra vessazione indegna di un figlio del Profeta, ma non faceva cessare la condizione di schiavo. Uno dei compiti dei sacerdoti dei bagni era quello di impedire agli uomini disperati di convertirsi, ma la maggior parte degli schiavi non sembrano aver bisogno di consiglio religioso. I cristiani pensavano che la conversione avrebbe messo in pericolo la loro anima, e significava anche lo sgradevole rituale della circoncisione in età adulta. Molti schiavi sembravano sopportare gli orrori della schiavitù considerandoli come una punizione per i loro peccati e come una prova per la loro fede. I padroni scoraggiavano le conversioni perché limitavano il ricorso ai maltrattamenti e abbassavano il valore di rivendita di uno schiavo.
Riscatto e redenzione degli schiavi bianchi
Per gli schiavi, la fuga era impossibile. Erano troppo lontani da casa, spesso erano incatenati ed erano immediatamente identificabili dai loro tratti europei. L’unica speranza era il riscatto.
A volte la salvezza arrivava in fretta. Se un gruppo di pirati aveva già catturato tanti uomini che non c’era più abbastanza spazio sotto il ponte, poteva fare un’incursione in una città e poi tornare qualche giorno più tardi per rivendere i prigionieri alle loro famiglie. Era di solito ad un prezzo notevolmente inferiore a quello del riscatto di chi si trovava nell’Africa del Nord, ma era molto di più di quanto i contadini potessero permettersi. Gli agricoltori normalmente non avevano denaro in contanti e non avevano altri beni che la casa e la terra. Un mercante era generalmente disposto ad acquistarlo a modico prezzo, ma ciò significava che un prigioniero tornava in una famiglia completamente rovinata.
La maggior parte degli schiavi potevano prospettarsi il ritorno solo dopo essere passati attraverso il calvario del passaggio in un paese del Nordafrica e la vendita a uno speculatore. I prigionieri ricchi generalmente potevano trovare un riscatto sufficiente, ma la maggior parte dei schiavi non potevano. I contadini analfabeti non potevano scrivere a casa e anche se lo avessero fatto, non c’erano soldi per un riscatto.
La maggior parte degli schiavi dipendeva dall’opera caritatevole dei Trinitari (fondata in Italia nel 1193) e dei Mercedari (fondata in Spagna nel 1203). Questi gli ordini religiosi erano stati fondati per liberare i crociati detenuti dai musulmani, ma ben presto passarono a dedicarsi all’opera di riscatto degli schiavi detenuti dai barbareschi, raccogliendo denaro appositamente per questo scopo. Spesso mettevano davanti alle chiese delle cassette con la scritta «per il recupero dei poveri schiavi», e il clero invitava i cristiani ricchi a lasciare soldi per l’esaudimento dei loro voti. I due ordini divennero abili negoziatori e riuscivano a riscattare gli schiavi a prezzi migliori di quelli ottenuti da liberatori inesperti. Tuttavia non c’era mai abbastanza denaro per liberare molti prigionieri, e il Professor Davis ha stimato che in un anno venivano riscattati non più del 3 o 4% degli schiavi. Questo significa che la maggior parte hanno lasciato le loro ossa nelle tombe cristiane senza un contrassegno fuori dalle mura delle città.
Gli ordini religiosi tenevano conti precisi dei risultati conseguiti. I Trinitari spagnoli, per esempio, hanno effettuato 72 spedizioni di riscatto nel Seicento, con una media di 220 liberazioni ciascuna. Era consuetudine portare gli schiavi liberati nelle loro case e farli passare per le strade delle città in grandi celebrazioni. Queste parate divennero uno degli spettacoli urbani più caratteristici del tempo e avevano un forte orientamento religioso. A volte gli schiavi camminavano con i loro vecchi stracci di schiavi per evidenziare i tormenti che avevano sofferto; talvolta indossavano speciali costumi bianchi per simboleggiare la rinascita. Secondo i registri del tempo, molti schiavi liberati non si ristabilirono mai completamente dopo il loro calvario, soprattutto se essi aveva trascorso molti anni in cattività.
Quanti schiavi?Il Professor Davis nota che sono state fatte enormi ricerche per calcolare il più precisamente possibile il numero di neri trasportati attraverso l’Atlantico, ma che non c’è stato uno sforzo analogo per conoscere l’estensione della schiavitù nel Mediterraneo. Non è facile ottenere dati affidabili, anche gli arabi generalmente non conservavano archivi. Ma nel corso di oltre dieci anni di ricerca il Professor Davis ha sviluppato un metodo di calcolo.
Ad esempio, gli archivi suggeriscono che dal 1580 al 1680 c’è stata una media di circa 35.000 schiavi nei paesi di Barberia. C’era una perdita costante per morti e riscatti, così se la popolazione rimaneva costante, il tasso di cattura di nuovi schiavi da parte dei pirati doveva essere tale da pareggiare le perdite. C’è una buona base per stimare il numero dei decessi. Per esempio, sappiamo che dei quasi 400 islandesi catturati nel 1627, solo 70 erano ancora vivi otto anni più tardi. Oltre alla malnutrizione, al sovraffollamento, all’eccesso di lavoro e alle punizioni brutali, gli schiavi subivano delle epidemie di peste, che eliminavano solitamente il 20 o 30% degli schiavi bianchi.
In base a un certo numero di fonti, il Professor Davis calcola pertanto che il tasso di mortalità era circa il 20% all’anno. Gli schiavi non avevano accesso alle donne, quindi la sostituzione avveniva esclusivamente per mezzo delle catture.
La sua conclusione: Tra il 1530 e il 1780, quasi certamente 1 milione e probabilmente fino a 1 milione e un quarto di cristiani europei bianchi sono stati ridotti in schiavitù dai musulmani della Costa dei Barbari.
Questo supera notevolmente la cifra generalmente accettata di 800.000 africani trasportati nelle colonie del Nord America e successivamente negli Stati Uniti.
Le potenze europee non furono in grado di porre fine a questo traffico.
Il Professor Davis spiega che alla fine del Settecento controllavano meglio questo commercio, ma ci fu una ripresa della schiavitù dei bianchi durante il caos delle guerre napoleoniche.
Neppure la navigazione americana si salvava dalla predazione. Fu solo nel 1815, dopo due guerre contro di loro, che i marinai americani riuscirono a liberarsi dei pirati barbareschi. Queste guerre furono operazioni importanti per la giovane Repubblica; una campagna è ricordata dalle parole «verso le coste di Tripoli» nell’inno della marina.
Quando i francesi presero Algeri nel 1830, c’erano ancora 120 schiavi bianchi nel bagno.
Perché c’è così poco interesse per la schiavitù nel Mediterraneo a fronte di un’infinità di studi e riflessioni sulla schiavitù dei neri? Come spiega il Professor Davis, schiavi bianchi con padroni non bianchi non si inquadrano nella «narrativa dominante dell’imperialismo europeo». Gli schemi di vittimizzazione tanto cari agli intellettuali richiedono malvagità bianca, non sofferenze bianche.
Il Professor Davis osserva anche che l’esperienza europea della schiavitù su larga scala rende evidente la falsità di un altro tema favorito della sinistra: che la schiavitù dei neri sarebbe stata un passo fondamentale nella creazione di concetti europei di razza e gerarchia razziale.
Non è il vero; per secoli, gli stessi europei sono vissuti nella paura della frusta, e molti hanno partecipato alle parate della redenzione degli schiavi liberati, che erano tutti bianchi. La schiavitù era un destino più facilmente immaginabile per se stessi che per i remoti africani.
Con un piccolo sforzo, è possibile immaginare gli europei preoccupati per schiavitù tanto quanto neri. Se per gli schiavi delle galere gli europei avessero nutrito lo stesso risentimento dei neri per i lavoratori nei campi, la politica europea sarebbe stato sicuramente diversa. Non ci sarebbe la continua richiesta di scuse per le crociate, l’immigrazione musulmana in Europa sarebbe più modesta, non spunterebbero minareti per tutta l’Europa e la Turchia non sognerebbe di entrare nell’Unione europea. Il passato non può essere cambiato e può essere esagerato coltivare rimpianti, ma chi dimentica si ritrova a pagare un prezzo elevato.
Fonti: Robert C. Davis, Christian Slaves, Muslim Masters: White Slavery in the Mediterranean, the Barbary Coast, and Italy, 1500-1800, Palgrave Macmillan 2003, 246 pagine, 35 dollari US.
Il genocidio velato
Sotto l’avanzata araba, milioni di africani furono razziati, massacrati o catturati,castrati e deportati nel mondo arabo-musulmano, da parte dei mercanti di carne umana dell’Africa orientale. Questa è stata in realtà la prima impresa degli arabi che hanno islamizzato i popoli africani, spacciandosi per pilastri della fede e modelli dei credenti. (Qui, traduzione mia)

Il caos in Libia è una sciagura per l’Italia


Fonte http://www.lintellettualedissidente.it/

Per il nostro paese, vedere fallire un paese che costituiva un vero e proprio supermarket energetico a due passi dal giardino di casa, è una tragedia economica di proporzioni difficilmente immaginabili; forte degli antichi legami coloniali, Roma e Tripoli avevano relazioni privilegiate ed invidiate dal resto del mondo, che garantiva al nostro paese il 40% dell’approvvigionamento petrolifero e del gas

Caos Libia
Nulla di nuovo sotto il sole caldo della Libia; nei media tradizionali, si usano espressioni come “colpo di scena”, “mondo in allarme”, un po’ come se fossero tutti sorpresi di quanto sta capitando nel paese africano, ma già negli ultimi giorni di resistenza di Gheddafi in molti prevedevano uno scenario libico molto simile a quello somalo, con uno Stato di fatto fallito, il cui governo non ha più alcuna sovranità.
La situazione è forse peggiore dell’Afghanistan, lì dove il presidente viene chiamato “Sindaco di Kabul”, per via del fatto che la propria autorità non travalica i confini della capitale, ma in Libia nemmeno Tripoli e Bengasi sembrano essere sotto il controllo di alcuna autorità, anche perché autorità non ce n’è. I soldati che sembrano “regolari”, con tanto di divise, sono invece fedeli al generale Haftar, che dopo 20 anni di vita negli USA è tornato in patria per cercare di prendere le redini del gioco sotto l’evidente e marca spinta del paese che lo ha ospitato per tanti anni. Poi sul campo, ci sono tutta una serie di fazioni, spesso corrispondenti alle tradizionali tribù con cui è suddivisa la società libica e che rivendicano ciascuna fette di potere dopo essere state pagate per cacciare Gheddafi e porre in essere davanti gli occhi del mondo il teatrino della “resistenza” libica.
L’unico elemento di sorpresa, riguarda il fatto che in molti si aspettavano una frammentazione del paese seguendo la suddivisione storica della Libia, con l’autonomia cioè di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, ma pare che anche questi confini siano stati abbattuti ed a loro volta frammentati e così la spaccatura libica ha confini ancora più ristretti, seguendo le rivendicazioni non di intere regioni, ma di singole tribù o si singole famiglie.
Ma per il resto, per l’appunto, lo spacchettamento del paese era messo in conto ed anzi forse anche pianificato all’atto della brutale invasione della NATO cominciata nel marzo del 2011. Ciò che deve preoccupare adesso, sono le conseguenze che questa situazione avrà per i paesi vicini, in primis per l’Italia.
Per il nostro paese, vedere fallire un paese che costituiva un vero e proprio supermarket energetico a due passi dal giardino di casa, è una tragedia economica di proporzioni difficilmente immaginabili; forte degli antichi legami coloniali, Roma e Tripoli avevano relazioni privilegiate ed invidiate dal resto del mondo, che garantiva al nostro paese il 40% dell’approvvigionamento petrolifero e del gas, nonché anche investimenti di ogni tipo, come la costruzione fatta interamente da imprese italiane della super autostrada tra Tripoli e Bengasi. La caduta di Gheddafi, ha cancellato tutto; prima perché USA, Gran Bretagna e soprattutto la Francia, si sono insinuate di prepotenza nello scacchiere libico, stringendo accordi con coloro che hanno abbandonato Gheddafi per stringere le mani piene di Dollari dei capi di governo occidentali, poi perché quella poca produzione rimasta nelle mani di aziende italiane, oggi è quasi impossibile continuarla per via dei problemi di sicurezza.
Gli impianti sono ripetutamente attaccati dalle milizie, spesso si deve ricorrere a mercenari per proteggere le strutture, una situazione quindi che potrebbe far crollare già quest’inverno gran parte dell’approvvigionamento energico per l’Italia. Ma quello di gas e petrolio non è l’unico problema per il nostro paese. Infatti, dalla Libia arriva circa il 96% dei migranti che sbarcano sulle coste siciliane; una Libia fuori controllo, vuol dire via libera per i tanti criminali trafficanti di esseri umani, i quali hanno il controllo dei tanti porti grandi e piccoli della costa libica, specie in Tripolitania.
Di fatto, anche volendo, il governo italiano a differenza di prima non ha una controparte con cui poter discutere circa il problema dell’immigrazione; mentre con la Tunisia sono stati stretti accordi che hanno quasi azzerato le partenze da questo paese, a Tripoli non esiste un governo capace di mettere mano alla questione e poter garantire la sicurezza nel Mediterraneo.
Sembrano lontani i giorni in cui la Libia poteva vantare uno dei PIL più alti dell’Africa ed uno standard di vita superiore a molti paesi vicini; i libici godevano di uno stato sociale di prim’ordine, così come di diritti sociali oggi utopistici in molte parti d’Europa, come per esempio il diritto ad una casa assegnata dallo Stato quando una coppia decideva di sposarsi. Tutto questo non c’è più, non c’è più forse nemmeno la Libia, frantumata dallo spirito neo colonialista e prepotente di un occidente sempre più miope di fronte ai cambiamenti dello scenario internazionale. E in tutto questo, da sottolineare l’atteggiamento suicida di Roma, che contro i propri interessi è andata lei stessa a bombardare un paese che garantiva introiti e rifornimenti energetici.
Adesso quello stesso occidente però, tanto spavaldo nel marzo del 2011, oggi non è in grado di prendere il controllo della situazione; l’assassinio dell’ambasciatore americano a Bengasi nel 2012, era solo un avvertimento: oggi tutti i diplomatici di quei paesi che hanno bombardato la Libia, scappano dal paese. Una fuga da vigliacchi, di chi si gira subito dall’altra parte dopo aver causato un danno irreparabile per un popolo che adesso si ritrova senza uno Stato e con una grave situazione umanitaria.
Prima le bombe, poi la fuga: ecco l’occidente di oggi, quell’occidente che si professa esportatore di democrazia, che in nome di essa provoca guerre, infligge sanzioni e che poi, dopo aver perso di mano la situazione, scappa via lavandosene le mani. Ma dalla Libia il peggio deve ancora venire: lo scenario è imprevedibile e fuori controllo, ogni città del paese è in mano ad una fazione diversa, con gli islamisti pronti a replicare a pochi chilometri dalle nostre coste l’atroce esperimento che l’ISIL sta effettuando tra Iraq e Siria.
L’effetto boomerang del siluramento di Gheddafi, ancora deve dimostrare la sua massima potenza distruttiva: ed a piangere saranno gli stati del Mediterraneo confinanti alla Libia, con in testa un’Italia sempre più incapace di salvaguardare i suoi stessi interessi.

MATTEO RENZI E NICOLAS SARKOZY: ANATOMIA DI UNA SCALATA AL POTERE MADE IN U.S.A.

DI FEDERICO DEZZANI 
Cosa accomuna il neo-premier italiano, artefice di una sfolgorante carriera nel Partito Democratico, e Nicolas Sarkozy, stella cadente del partito conversatore francese UMP? Solo l'immagine di uomini energici e vitali al limite dell'iperattività? La passione per il jogging? No, una curiosa serie di analogie nelle carriere, frequentazioni e posizioni in politica estera. Il vento che ha gonfiato le loro vele soffia dall'oceano Atlantico.
Viviamo un'epoca post-ideologica e globalizzata, dove gli organismi sovranazionali ed i grandi trust finanziari erodono giorno per giorno la sovranità degli stati-nazione che avevano egregiamente solcato i marosi della storia dalla pace di Vestfalia del 1648. In questo contesto le posizioni politiche tendono a smussarsi, le grandi battaglie ideologiche latitano (chi nel pieno di una depressione economica che ha cannibalizzato il 10% del PIL italiano e milioni di posti di lavoro considera i matrimoni omosessuali una tematica sociale pressante?) e i programmi politici sono gradualmente sostituiti dal personalismo dei capi di partito. Qualche politologo la chiama americanizzazione della vita politica.


Gli elettori, intanto, sembrano non gradire, ed i livelli di partecipazione alle elezioni inanellano di volta in volta un record negativo: persino in Italia, dove la passione politica scorre nelle vene dai tempi degli Orazi e Curiazi, l'affluenza alle ultime elezioni europee, che hanno sancito il trionfo del premier Matteo Renzi, è crollata al 58%. Americanizzazione, confermano i politologi: alto tasso di leaderismo e bassa affluenza.
Ma l'americanizzazione della nostra vita politica, della nostra economia (le pagine dedicate dai giornali ai misteri dell'alchimia superano quelle inerenti al super-segreto accordo di libero scambio transatlantico Ue-Usa), e della nostra diplomazia (da Mosca lamentano il totale appiattimento di Bruxelles alla volontà statunitense sulla vicenda ucraina e correlate sanzioni) è frutto solo del dominio incontrastato degli USA nella cultura quotidiana, nei media (i vari esperimenti di Euronews, France24, Deutsche Welle TV e Rai News non sembrano aver scalfito il duopolio britannico-statunitense dell'informazione) e nelle moderne tecnologie? È ancora il vecchio, seppur ammaccato, soft power, puntellato da un discreto ma coercitivo hard power costituito dalle decine di basi militari statunitensi che costellano l'Europa, dal Regno Unito alla Bulgaria, dalla Spagna alla Polonia?

Il testo integrale (31 pagine, 524KByte) viene fornito in formato pdf per download: cliccare qui per scaricare il file.
E' disponibile anche la versione in formato eBook qui

29.07.2014

La guerra sta arrivando (War is coming) «Le elite occidentali e i governi non sono solo totalmente corrotti, sono anche pazzi». [Paul Craig Roberts]

La propaganda straordinaria condotta contro la Russia dai governi statunitense e britannico e dai ministeri della propaganda noti come "media occidentali" ha lo scopo di portare il mondo ad una guerra che nessuno potrà vincere.
I governi europei devono scuotersi dalla noncuranza, perchél'Europa sarà la prima ad essere vaporizzata a causa delle basi missilistiche statunitensi che ospita per garantire la sua "sicurezza".
Come riportato da Tyler Durden di Zero Hedge, la risposta russa alla sentenza extragiudiziale di un corrotto tribunale olandese, che non aveva alcuna giurisdizione sul caso che ha arbitrato, sentenza che ordina al governo russo di pagare 50 miliardi di dollari agli azionisti della Yukos (un'entità corrotta che stava saccheggiando la Russia ed evadendo le tasse), è molto significativa. Quando gli è stato chiesto come la Russia si comporterà riguardo la sentenza, un consigliere del presidente Putin ha risposto: "C'è una guerra che sta arrivando in Europa. Crede davvero che questa sentenza abbia importanza?".
L'Occidente si è coalizzato contro la Russia perché è totalmente corrotto. La ricchezza delle elite è ottenuta non solo depredando i paesi più deboli i cui leader possono essere comprati (per istruirvi su come funziona il saccheggio leggete "Confessions of an Economic Hit Man" di John Perkins), ma anche derubando i loro stessi cittadini. Le elite americane eccellono nel saccheggio dei loro connazionali e hanno spazzato via gran parte della classe media statunitense nel nuovo 21° secolo.
Al contrario, la Russia è emersa dalla tirannia e da un governo basato sulle menzogne, mentre gli USA e il Regno Unito sono sommersi da una tirannia schermata da menzogne. Le elite occidentali vorrebbero depredare la Russia, un premio succulento, e Putin sbarra loro la strada. La soluzione è sbarazzarsi di lui, come in Ucraina si sono sbarazzati del presidente Yanukovich.
Le elite predatorie e gli egemonisti neoconservatori hanno lo stesso obiettivo: fare della Russia uno stato vassallo. Questo obiettivo unisce gli imperialisti finanziari occidentali con gli imperialisti politici.
Ho raccolto per i lettori la propaganda che viene usata per demonizzare Putin e la Russia. Ma perfino io sono rimasto scioccato dalle strabilianti e aggressive bugie del giornale britannico The Economist del 26 luglio. In copertina c'è il viso di Putin in una ragnatela, e, avete indovinato, il titolo di copertina è "Una rete di bugie".
Dovete leggere questa propaganda per constatare sia il livello di spazzatura della propaganda occidentale, sia l'evidente spinta verso la guerra. Non viene presentata la minima prova per supportare le accuse estreme dell'Economist e la sua richiesta che l'Occidente smetta di essere conciliante con la Russia e intraprenda le azioni più dure possibili contro Putin.
Questo genere di menzogne incoscienti e di lampante propaganda non ha altro scopo che di condurre il mondo alla guerra. Le elite occidentali e i governi non sono solo totalmente corrotti, sono anche pazzi. Come ho scritto precedentemente, non aspettatevi di vivere ancora a lungo. In questo video, uno dei consiglieri di Putin e alcuni giornalisti russi parlano apertamente dei piani statunitensi per attaccare la Russia:


(29 luglio 2014)

sabato 26 luglio 2014

Uno schiavo puo’ veramente comprendere la libertà?

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Una persona nata in schiavitù puo’ mai veramente comprendere la santità della libertà?

Una persona nata in schiavitù puo’ mai veramente comprendere la santità della libertà?
Shin Dong-hyuk è l’unica persona ad essere fuggita da un campo di morte della Corea del Nord ed essere ancora vivo per raccontare la storia.
Dong-hyuk nacque dentro il campo di prigioniadi Kaechon (Camp #14) dove rimase per oltre 22 anni; fu testimone delle esecuzioni pubbliche della propria madre e fratello ed ha sofferto torture, botte, è stato vicino alla morte per denutrizione ed ha subito tutti i tipi di punizione inumana e crudele.
Ha rischiato la sua vita per fuggire dal campo e per disertare nella Corea del Sud; Dong-hyuk è ora un attivista per i diritti umani, che viaggia per il mondo parlando della dittatura stalinista della Corea del Nord e dei suoi campi di prigionia, tristemente noti, in cui sono incarcerati 200.000 prigionieri.
L’eccellente documentario Camp 14: Total Control Zone racconta della storia straziante di Dong-hyuk e mostra anche interviste con ex guardie del campo di detenzione, che descrivono come venisse dato loro il potere di torturare ed uccidere i prigionieri; tutto questo a loro discrezione.
escape camp 14 feature
Dong-hyuk descrive in modo raccapricciante come non sentisse emozioni nel vedere sua madre impiccata e il fratello ucciso, come risultato del fatto di aver informato le guardie, dopo aver sentito discutere i due famigliari su un loro piano di fuga. Dong enfatizza comel’indottrinamento incessante e la brutalità dello stato, nella sua forma piu’ selvaggia, ha persino il potere di obliterare la capacità di sentire e connettersi con concetti di famiglia e di amore.
In un’altra clip, Dong-hyuk spiega come un vecchio con cui condivideva la cella, gli salvo’ la vita prendendosi cura delle sue ferite dopo aver subito una barbara “seduta di tortura” per mano delle guardie del campo.
“Avevo 14 anni e fu la prima volta che sentii dell’affetto umano… Non avevo mai provato prima questi sentimenti, mai sentito che gli esseri umani potessero essere animali sociali”, ha detto Dong-hyuk, aggiungendo di non aver mai avuto l’esperienza di questi sentimenti fuori dal campo.
Tuttavia, l’aspetto pu’ incredibile della storia di Dong-hyuk è che in verità vuole ritornare nel campo di prigionia in cui è nato perchè preferisce la semplice esistenza in quel luogo, piuttosto che che la vita ultra-moderna della Corea del Sud.
“Vorrei tornare nella Corea del Nord – la mia patria- al campo di lavoro per i prigionieri….Voglio vivere nel campo dove sono nato. ” ha detto Dong-hyuk, aggiungendo che preferiva la sofferenza delle botte e della fame, alla sofferenza di non avere abbastanza denaro in Corea del Sud .
Facendo notare di non aver mai visto suicidarsi nessuno nel campo, mentre ogni giorno nei Tg in Sud Corea, invece, sentiva notizie di persone che si uccidevano, Dong-hyuk ha detto di avere nostalgia del campo.
“Mi manca l’innocenza [?? Sicuri sia questa?] e la mancanza di preoccupazioni che avevo nel campo. Dove vivevo, avevo un cuore puro, ero naive, non pensavo a niente,” ha detto Dong-hyuk, aggiungendo che: “Mi manca la purezza del mio cuore. Non so in che altro modo dirlo, mi manca il mio cuore innocente.”
La storia di Dong-hyuk serve ad illustrare una questione agghiacciante : chi ha conosciuto solo la schiavitù, puoi mai anelare alla libertà e comprenderne il suo significato?
La “mancanza di preoccupazione” che Dong-hyuk descrive, può tradursi nel contesto contemporaneo, in cui miliardi di persone sono contente di restare imprigionate nelle loro celle, celle che si sono autoimposte, per la paura di uscire dalla loro “zona comfort” (spazio sicuro) ed esercitare le loro libertà?
I sentimenti di Dong-hyuk rivelano il fascino dello statalismo nella sua espressione piu’ “pura”: la capacità di indurre nello schiavo, la forma piu’ potente della sindrome di Stoccolma, offrendogli totale protezione dalle influenze esterne e loro imprevisti e nel fare questo eliminando il bisogno dell’individuo persino di pensare che possa esercitare una qualche forma di libero arbitrio.
By Paul Joseph Watson, 
fontehttp://www.prisonplanet.com/can-a-slave-ever-truly-understand-freedom.html
Traduzione: Cristina Bassi
P.S. italico: l’on Razzi è noto per la sua massima cultura e dialettica e senso democratico. Non solo, o forse solo, anche per essere una delle massime tristezze di questo Parlamento italiano, nonchè emblema della affidabilità e acutezza degli elettori italiani. L'autorevole... politico,
viene intervistato – qui su youtube - da un giornalista “vero” , sulla Corea del Nord. Ne parla entusiasta, dipingendola molto simile alla “sua Svizzera”… Se avete stomaco e spirito forti, non perdetevi l’espressione dei suoi …ragionamenti? La parte piu’ bella? Il giornalista che sembra molto convinto della sua intervista. Il delirio razziano dura pochi minuti. Merita. Nel mentre tenete a portata di mano un google translator…
P.S. 2: inquieta e fa... pensare , pero', questa immagine che si trova in google,  del ragazzo fotografato con... Bush.Sembra perfetta per la propaganda, o per un lavaggio... non convenzionale? Vagamento ambiguoi tutto? Sguardo e foggia compresi?

nk-bush-shin-dong-hyuk-oct-2013
Si veda anche:

martedì 22 luglio 2014

Karl Renz Tu sei pura luce



3éme Millénaire n. 91 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini


D.   Ho letto il versetto n. 24 del Vangelo di Tommaso: “C’è della luce dentro a un essere luminoso ed egli illumina il mondo. Se non l’illumina, egli è tenebra” Cosa ci dice questo?
K.R.   A livello dell’assoluto, non c’è illuminazione. Quando si domandava a Ramana se era illuminato, o realizzato, la sua risposta era: ciò che tu vedi come Ramana, non può mai essere realizzato, ma ciò che è il Sé è sempre realizzato. E non c’è niente da fare: al livello relativo, non c’è nessuno, al livello assoluto non c’è niente che possa essere fatto. Allora che dire? Sii ciò che sei. L’illuminazione è una favola. E la verità è un’altra favola.

D.      Gesù ha detto: “Io sono la luce”.
K.R.   Lui è la luce, ma non ha detto: “Io sono illuminato”. E’ completamente differente. Vuol dire semplicemente che non c’è mai stato qualcuno che non sia illuminato e non ci sarà mai . Perché tutto ciò che è, è il Sé.

D.      Ogni uomo è luminoso.
K.R.   Non l’uomo, ciò che è l’uomo.
Tu sei pura luce. Non c’è che la luce. L’essenza di tutto ciò che è, è la luce. E la tua natura è di essere la sorgente di quella luce. La luce è dunque la prima presenza della tua esistenza, ma tu sei anteriore perfino a questo. Allora sii tu stesso luce, prendi la luce  come lo specchio assoluto della tua esistenza assoluta. Tu sei la sorgente di quella luce. Tu sei sempre quello che è, perché non c’è niente altro che ciò che tu sei.

D.      Il proiettore del cinema è un buon esempio. Sullo schermo si vedono dei personaggi, ma sono delle immagini. La luce è il raggio e ciò che è sullo schermo è un sogno, ma ci si crede.
K.R.   Si crede a un andirivieni, mentre non succede nulla. Che fare? Il punto essenziale per me è di indicare sempre la qualità dell’esistenza. Niente può essere ottenuto con tutte le comprensioni, e con tutte le incomprensioni niente può andare perduto. Questa è la qualità della conoscenza stessa, o Dio. Dimenticando, non ci si può dimenticare di sé e ricordandosi, non c’è niente di cui ci si possa ricordare, ma né l’uno né l’altro possono essere un vantaggio o una perdita. E’ la natura dell’esistenza che sei. Niente è mai stato creato, niente sarà mai distrutto. Non c’è né creazione né distruzione. Il momento seguente è già lì, assoluto in sé stesso. Niente andare e venire.

D.      Tu dici andare e venire, ma il maestro non è lì per trasmettere quell’illuminazione?
K.R.   No, l’illuminazione non può essere trasmessa. Non si può darti la tua natura, un punto è tutto. Ma ciò che è Shiva, la tua natura, vorrà sempre danzare, perciò danzerà. Quando arriva la grazia, ti decapita, che tu voglia danzare o no, e non perché sei pronto o che tu non voglia danzare Viene all’improvviso e non perché lo desideri. Se qualcuno te la vuole dare…Ha! Ha! Nessuno te la può dare! In quel senso è piuttosto come un furto. Quello ti capita come un niente. La grazia non mostra alcuna pietà e che ti piaccia o no, avrai la testa tagliata. Nessuno ti domanderà se sei pronto. Lei non può decidere il momento, perché, secondo natura, non c’è nessuna necessità che se ne vada alcunchè.

D.      Altrimenti ricadi nella causalità. Non è più l’assoluto. Io sono senza causa.
K.R.   Starei semplicemente tranquillo, senza dire che sono qualsiasi cosa. Anche l’assoluto diventa un concetto.

D.   Da dove viene quella convinzione che siamo “Quello” che è inconoscibile, inverificabile, non è assurdo?
K.R. Perché sei innamorato di te stesso, provi sempre a conoscerti. Non ci sono scappatoie. Provi sempre a trovare una parola più adatta, come assoluto, bla bla bla…E’ autodivertimento. E questo autodivertimento è la realizzazione di ciò che sei. E’ senza causa, senza ragione,  semplicemente è.

D.      Allora perché siamo così pochi membri del club?
K.R.   Non ce n’è nemmeno uno di membri nel tuo cosiddetto club. Chi è qui? Che risposta vuoi? Un oggetto di sogno domanda perché c’è un sogno e perché siamo così pochi. E sarà sempre così: un richiedente di sogno e una risposta di sogno. “ Perché ci sono un miliardo e mezzo di ignoranti? Perché siamo così pochi ad essere interessati alla verità?” Con l’idea di uno crei sei miliardi e mezzo  di esseri umani. Qui non c’è nemmeno “uno”, allora qual è il problema? E’ un sogno. Allora, che fare? In un sogno ci sono molte soluzioni, ma sono solo soluzioni di sogno che non possono aiutare  ciò che tu sei. In un sogno c’è uno che dice: “ Io sono l’assoluto”. Pensi che Dio si preoccupi di lui? Non fa nessuna differenza che tu dica: sono una pietra o sono l’assoluto, tutto questo non è che un sogno.

D.      Il consiglio dato spesso dai guru “conosci te stesso” è una soluzione del sogno? Perché non si può conoscere se stesso.
K.R.   Ramana ti dice come conoscere te stesso: conosciti come ti conosci nel sonno profondo. Tu esisti nell’assenza totale di chiunque che conoscesse o non conoscesse. E quest’esistenza è la conoscenza stessa, senza nessuna necessità, senza nessuno che conosca o non conosca. Conoscere o non conoscere, mondo o assenza di mondo, tutto questo è ciò che è. E’ la conoscenza stessa e “Questo” tu lo conosci col cuore e non con la comprensione, la saggezza, l’amore o con ciò che puoi immaginare. “Questo” lo conosci prima di averlo immaginato. Questa è la conoscenza.

D.      Il termine conoscenza mi sembra non appropriato perché la tua preferenza è quella conoscenza che ho nel sonno profondo…
K.R.   No, tu non l’hai. Non è questione di avere o di possedere. E’ la conoscenza che tu esisti, nonostante la tua idea d’esistenza. E’ semplicemente un’indicazione verso la conoscenza che è al di là di ogni conoscenza relativa, di ogni conoscenza o non conoscenza. Ma così la conoscenza diventa una parola. Quando provi a conoscere “Quello”, lo metti in questo mondo relativo.Ma non potrai mai integrarlo in un sapere relativo. Non è l’assenza di conoscenza, non è né la conoscenza né la non conoscenza. Master Eckart lo chiamerebbe “la base stessa della conoscenza, il fondamento senza fondo”, Dio che non conosce Dio, il Sé che non conosce il Sé. Questo è quello che si chiama “ la conoscenza”.
Con questo capisci che non c’è niente da guadagnare né da perdere in questo mondo. Qui non hai perso niente e non avrai mai niente. Però non puoi lasciare ciò che sei, perché questo è ciò che sei, non lo lascerai mai. Nessuna scappatoia. Poco importa se hai la vista limitata di una persona o la vista aperta della coscienza, tu sei quello che sei in ogni circostanza. Tu non hai bisogno di nessun cambiamento per essere ciò che è. E’ la qualità stessa dell’esistenza che tu sei, e tutto ciò che ha bisogno di conoscere, è senza dubbio un bel divertimento, ma non ha nessun valore, grazie a Dio!

D.      Non resta che giocare bene:
K.R.   Si,, anche se bari tutto il tempo con te stesso. Ma anche questo non ha importanza. Essere ingannato da se stesso, cosa importa? Però sei imprigionato dall’idea della liberazione, mentre tu sei la libertà. Imprigionato dalla libertà, mentre non c’è che la libertà! Allora cosa c’è da perdere o da vincere, per cosa? Che risveglio immaginario potrebbe farti raggiungere la liberazione? Tu sei già la libertà.
La luce si lamenta di essere prigioniera della luce!
La libertà non può mai essere posseduta da nessuno, è quello che ne fa la bellezza. Non ci sarà mai libertà per un oggetto relativo nel tempo. Quell’idea di libertà  ti fa dipendere da lei: perfino l’idea di libertà è una dipendenza.

D.      Finchè c’è qualcuno che vuole, è illusione?
K.R.   Qui e ora sei quello che sei, non preoccuparti. Il desiderio e il non desiderio, l’amore o la mancanza d’amore non esistono che in questa realizzazione di sogno, e lì si trova tutto quello di cui si può parlare. Per quello che è la tua natura, non c’è nessuna necessità di cambiamento, qualunque esso sia. Sarà sempre ciò che è, fuori da tutto quello che puoi immaginare; tu sei Quello che immagina tutto, ma non può immaginare se stesso. Ogni volta che sei qualcosa di immaginabile, esci da Quello. E non essere quello che sei è il solo suicidio che  tu possa commettere. Ma anche così, non puoi ucciderti.

D.      Non si può uccidere che un fantasma.
K.R.   Non puoi. E’ il significato di un fantasma: non puoi uccidere chi non c’è. Finchè cerchi di ucciderlo, anche tu sei un fantasma.

D.      Nel Vangelo di Tommaso, Gesù dice: “Chi troverà l’interpretazione di queste parole, non proverà la morte” Cosa ne pensi? E’ un incitamento alla ricerca.
K.R.   No. Se ascolti bene, capirai, in una frazione di secondo,  che non puoi essere una cosa conoscibile. In questo stesso istante l’idea di nascita cade e con lei quella della morte. E c’è la vita eterna. Non c’è ricerca, è la fine della ricerca, della possibilità di conoscersi.

D.      Però Gesù ha detto: “cercate e troverete, colui che cerca non smetta di cercare finchè non trova”. E’ un incitamento alla ricerca.
K.R.   Non ti fermi perché hai trovato, ma perché non trovi. Hai esaminato tutte le circostanze e non trovandoti da nessuna parte, scopri che non puoi trovarti e che sei anteriore a tutto quello che puoi immaginare. Non trovandoti né nel mondo né nella mente, né nella luce, e in nessuna circostanza, sei quello che sei. Tuttavia, devi continuare a osservare. Cerca, e scoprirai che non sei qualcosa che tu possa trovare. E questo devi scoprirlo da solo, che qualcun altro l’abbia trovato o no, non fa differenza. Devi guardare da solo e non il concetto di qualcuno che ti dice di guardare. Allora sii totalmente egoista, perché solo “Quello” è. Devi vederlo da solo.

D.      D’altra parte il verso seguente dice: “E quando avrà trovato, sarà sconvolto, ed essendo sconvolto, sarà meravigliato e regnerà sul Tutto”. Ci sono tre stadi: sconvolto, poi meravigliato, e infine regna su Tutto, cioè, tutto è calmo.
K. R.  Ma non è mai così, dipende da chi guarda, da ciò che è sperimentato e da ciò che accade allora, non è sempre seguendo quei tre stadi e non ne farei un concetto o una regola col motivo che è ciò che sembra accadere. Ciascuno si chiederebbe allora dove è. Non aspettare nulla.

D.     Ciò che sento dietro la parola di Karl, è la presenza e la gioia, quella gioia intuitiva che è la stessa e che vedo con questo corpo nello stesso tempo che con un altro corpo.
K.R.   Sono qui per uccidere l’idea di me perché il Sé possa essere vivo, è tutto, e questo non succederà mai con dei si dice. Devi camminare da solo, senza guida, senza parole, senza alcun appiglio. La libertà è tutto ciò che è, non c’è dipendenza, dunque niente padrone, niente schiavo, niente maestro, né discepolo, niente insegnanti, niente papi. E’ la più bella scoperta che cisia. La vera pace è quando maestro e discepolo scompaiono.

D.      Il verso 19 dice: “Felice chi era già prima di esistere”
K.R.   E’ questo di cui parlo. Non voglio dare nessun aiuto, posso solo indicare che non c’è la necessità per ciò che è anteriore all’esistenza. Solo lì c’è la pace che non è interrotta da una comprensione o da una incomprensione, né da qualcosa di meglio o di peggio. Quelli che sono qui hanno un desiderio intenso di quella pace; non posso togliere ciò che può esserlo, ma ciò che siete sarà sempre il resto assoluto, il substrato assoluto a cui non si può sottrarre niente. E questa è la pace stessa, senza che la si conosca, essendola.