.Nisargadatta Maharaj. La meraviglia è l'alba della sapienza

L’appercezione in cui tutto sorge, è questa la realtà. Un’appercezione pura e chiara, quella che chiamano l’occhio di Dio.Karl Renz

« La persona non- risvegliata vive nel suo mondo, la persona risvegliata vive nel mondo. » Andrew Cohen

Finché immagino "come dovrei essere", continuerò ad essere quello che sono ora.U.G.Krishnamurti

"Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti." Eraclito

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezzaBenjamin Franklin

In televisione non c'è la pubblicità, il mezzo televisivo è "solo" pubblicità.Dioniso 777


domenica 5 gennaio 2014

Un SINISTRO rappresentativo


Fonte http://bastacasta.altervista.org/p8399/

GAD CHE ABBAIA, NON MORDE – RITRATTONE DI LERNER, PENNA SINISTRATA AFFASCINATA DAI POTENTI, DAI SALOTTI E DA QUELLA BORGHESIA ILLUMINATA CON IL CUORE A SINISTRA E IL PORTAFOGLI ALTROVE – - – - -

In elicottero con Agnelli, sullo yacht con De Benedetti, al potere con Prodi: Lerner ha sempre avuto naso per i “Principi” al potere – Impegnato nella propria promozione sociale, è stato l’anello di congiunzione tra Prodi e CDB – La mancata direzione de “la Stampa”, il siluramento al Tg1, i rapporti con Profumo e Tronchetti…

Foto
Salvatore Merlo per “il Foglio”
Va volentieri in bicicletta come Prodi, si scopre ecologista come Milly Moratti, va a incontrare Afef alla Fiera dei fiori dei Giardini pubblici, alla Scala veste in black tie come i capitani d’industria, il pomeriggio ama discutere di politica e di Pd con il banchiere Alessandro Profumo e, se c’è, anche con la moglie del banchiere, Sabina Ratti, manager dell’Eni.
Se passa da Roma cena da Carlo De Benedetti nell’attico di via Monserrato, si concede più di un bicchiere di vino in massima raffinatezza e, se capita, appende pure sul balcone di casa la bandiera della pace. Come altri editorialisti, scrittori, intellettuali confortati dal successo, Gad Lerner vuole far parte di quella classe dirigente – ostentata disinvoltura e complicità di sottintesi – che va disseccandosi nei salotti di Milano e della capitale, palazzi dalle aristocratiche facciate con insospettabili e rigogliosi giardini interni.
Ma il suo contributo in questo mondo un po’ esausto è felicemente collaterale, esornativo con brio, d’altra parte lui non possiede l’eleganza di Tronchetti Provera né la forza di De Benedetti, arrota tutte le erre che esistono in una frase, e non di rado gli viene richiesto di ripetere: “Prego, come dice?”. E in quei ritrovi così per bene e misurati, eleganti, dove non piacciono né le urla di Beppe Grillo né gli eccessi di Marco Travaglio, Lerner ha il suo specialissimo piedistallo, è l’intellettuale col sigaro toscano (spento) in bocca, il suo parere viene tenuto da conto. “Scusi lei che ne pensa di questo Matteo Renzi?”.
L’esperto tira dal suo toscano (acceso), le palpebre un po’ abbassate nello sforzo di concentrazione. “Puf puf”, risponde. “Alla Leopolda non troverete i portavoce del movimento degli sfrattati né le mille voci del Quinto Stato dei precari all’italiana. Ma ci sono i milionari come Della Valle”.
Poi va a sedersi con dignità sul divano di broccato. E poiché gusta fino in fondo il piacere composito della bella frequentazione, ha spinto la sua attrazione suprema e arcana nei confronti della borghesia illuminata fino a comperarsi una cascina nel Monferrato accanto a quella di Inge Feltrinelli e Franzo Grande Stevens.
E lì, tra gli alberi, le vigne e i danarosi vicini, nel paese in cui è anche segretario della locale sezione del Pd, agli amici che vanno a trovarlo, dopo aver mostrato la sua biblioteca e lo studio da intellettuale azionista, e dopo aver raccontato che da lì una volta è passato anche Norberto Bobbio, confessa soddisfatto e modesto di produrre “la Barbera in purezza più buona del mondo”.
Da sempre e per sempre sprofondato interamente nella politica – Rutelli lo voleva portavoce nel 2004 – Gad Lerner nel giornalismo italiano è stato tutto, redattore di Lotta continua, inviato dell’Espresso, collaboratore del Corriere della Sera e del Manifesto, inventore di trasmissioni televisive severe e bacchettone ma di successo, spalla di Giuliano Ferrara su La7, direttore del Tg1 di Romano Prodi, vicedirettore della Stampa, firma della Repubblica di Carlo De Benedetti.
Ed è possibile sia vero che la sua generazione, e i suoi amici, siano dilagati nel giornalismo perché non hanno sfondato nella politica, ma la politica è rimasta lì, motore mobilissimo, vaghezza inappagata, anima oscura e profonda di quest’uomo colto, intelligente e impegnato nella propria promozione sociale all’interno d’un mondo complicato ed esclusivo.
La sua storia, fino a oggi, alle soglie dei sessant’anni (ne ha cinquantanove, e sette anni fa firmò con Alessandro Profumo e altri un manifesto in cui s’impegnava a ritirarsi al compimento dei sessanta), appare come un avvicendarsi di cadute, precedute però da fulminee ascensioni speranzose: la vicedirezione della Stampa e poi il Tg1 per soli tre mesi, la decennale conduzione dell’”Infedele” e poi il tracollo di ascolti.
E la fuoriuscita da La7, avvenuta il 9 luglio scorso, è il più acerbo dei suoi dolori, anche se, in realtà, la chiusura dell’”Infedele” – e poi la breve esperienza di un programma chiamato “Zeta”, inchiodato a un’audience residuale – sono stati forse la liberazione e la salvezza dal martirio lento e doloroso dello spelacchiamento catodico d’un giornalista che pure aveva avuto la sua fierissima grandeur televisiva. Lerner ha dimostrato il raro pregio della modestia, e s’è tirato fuori in tempo.
Nel 1996 salì sull’elicottero di Gianni Agnelli da vicedirettore della Stampa e ne uscì una radiosa intervista che avrebbe dovuto consolidare il rapporto con l’Avvocato, dicono sia stato uno dei giorni più felici e impegnativi della sua vita. Anche Lerner lo ammirava, l’Avvocato, avrebbe voluto essere come lui e come Grande Stevens, come Ezio Mauro che della Stampa era il direttore, come Bobbio, come Galante Garrone, insomma un piemontese riservato, colto e dalla morale di ferro, “Torino è stata la mia vera scuola”.
E quando Carlo Federico Grosso divenne vicepresidente del Csm, lui salutò quell’elezione come una vittoria della cultura torinese, ascrivendone in un articolo il merito persino al Partito d’Azione e a Gobetti, buonanima. Ogni tanto lo si sentiva correre per il corridoio del giornale, rapido puntare alla porta della sua stanza: “C’è Bobbio al telefonoooo! C’è Bobbio al telefonoooo!”. E allora si chiudeva dentro, prendeva finalmente la telefonata, poi riemergeva: “Forse Bobbio scrive!”.
Ma Agnelli ricambiava con garbo distratto quella ammirazione appassionata e disponibile del giovane Lerner, nato a Beirut da genitori ebrei egiziani e desideroso di farsi piemontese tra i gran piemontesi. E così, quando Mauro lasciò la Stampa per andare a Repubblica, l’Avvocato, consigliato da Cesare Romiti e da Luca Cordero di Montezemolo, non pensò al piccolo e mai troppo composto Gad, il vicedirettore arruffatello che adora le parolacce (“impazzisco per il loro suono”), lui che da poco aveva scoperto le ruvide giacche di tweed, le più difficili da indossare, l’innamorato dell’azionismo, lui che gramscianamente considerava il direttore della Stampa come il sindaco di Torino.
Scelse invece per la direzione Carlo Rossella, uomo dal perfetto taglio d’abiti e capelli, mai un pensiero spettinato, l’eloquio limpido, neanche una “r” fuori posto, niente a che fare con l’azionismo, insomma un usurpatore, ma elegante e secondo l’occasione pure misurato come un torinese, anche se di Pavia.
Allora Gad se ne andò, lo sguardo malinconico e ostinato dello scalatore indefesso, inclinando a un quieto rancore per Romiti e per Montezemolo, e a un sentimento di affranta gratitudine, malgrado tutto, per il potente e fascinoso Avvocato che, commentò Carlo De Benedetti, a quel punto, perso Ezio Mauro, “dovette ciucciarsi Rossella”. Quel giorno Gad rilasciò un’intervista a Prima Comunicazione nella quale spiegava che lui la Stampa di fatto l’aveva già diretta, “ero praticamente condirettore”.
Ma da quel momento, da quella prima spigolosa delusione, in lui cambia qualcosa, dicono che Lerner abbia pronunciato in quelle ore tristi un giuramento con se stesso, quello di non perdere mai più d’occhio la legge cardine del successo, cioè che per voler arrivare all’Olimpo non basta essere bravi ma spesso bisogna pure frequentare un gran signore con gentile premura. Con l’Avvocato non era andata abbastanza bene, malgrado l’elicottero. Occorreva ancora affinarsi.
E così il suo modo di stare a sinistra da quel momento ha combaciato con i suoi mecenati e protettori, finanziari e politici. Creatore sorgivo di felici intuizioni giornalistiche e televisive, apriva la sala da pranzo di casa per riunire Prodi e Profumo, il presidente del Consiglio e il maggiore banchiere d’Italia, Enrico Micheli e Piero Fassino, il doppio-sosia di Prodi e il doppio-sosia di D’Alema.
Il mestiere, la probità intellettuale, il successo professionale, forse non gli bastavano. E se qualche malizioso lo descriveva gran cerimoniere della sinistra, il Bruno Vespa dell’Ulivo, l’anello di congiunzione tra Prodi e De Benedetti, lui si arrabbiava, ma con una strana e intima aria dignificata, come se, in fondo, questa immagine di sé, cui lui in verità non corrisponde, in realtà un po’ lo compiacesse.
E la militanza politica di Lerner – la sua intera vita – è dunque stata una penetrazione puntigliosa ed effusa nelle frequentazioni salottiere; un’intensa arrampicata fino a Villar Perosa, alla barca di De Benedetti (che lo ha portato prima in vacanza e poi a Repubblica), alla cucina di casa Prodi, quella conquista di paesaggi sociali, di persone, di stati d’animo, quella felicità e quel rigore che lo hanno persino portato, con suo imbarazzo pare, a frequentare in estate anche lo stesso mare toscano di Denis Verdini.
Lerner gusta insomma il piacere della frequentazione e della fiducia, anche se non confesserebbe nemmeno a se stesso la contentezza, fatta di dolci vantaggi e occasioni professionali (non sempre sprecate), che deriva dalla prossimità e dall’appartenenza a quegli uomini e a quel mondo verso il quale prova un’attrazione fatale e persino, chissà, un mai appagato complesso d’inferiorità, come lascia intuire lui stesso nel suo libro autobiografico “Scintille” (per il quale suo padre lo querelò).
“Mio padre mostra di saperla lunga su ogni argomento, sfoggia credenziali altisonanti, dichiara di aver viaggiato in ogni dove. Una vita di successi che è l’esatto contrario di quella sfortunata che ha vissuto”. E in questo suo libro Lerner dà vita ai suoi fantasmi, li uccide per sopravvivere. Racconta di suo padre Moshé che telefona a una famosa scrittrice dopo aver letto un’intervista di argomento familiare con suo figlio, e le dice (è l’incipit folgorante del racconto): “Pronto… le interesserebbe avere un’intervista con il vero Lerner?”, eroe letterario figlio delle grandi paternità ebraiche di Philip Roth e di Mordecai Richler ma prototipo originale e in carne e ossa del medesimo Gad.
Quando Sergio Cofferati si candidò sindaco a Bologna, Lerner lo introdusse in televisione con un urlo di dolore: “Devi vincere, non possiamo permettere che la destra governi la città di Romano Prodi”. E dunque senza rinnegarsi, la sua struttura di sinistra si piega anche alla potenza del relativo e legittimamente onora il potere. Ma questa faziosità esibita in lui è stata, a volte, persino una virtù: ci sono in Italia talenti faziosi che irritano ma fanno ragionare, parteggiano senza pudore ma toccano tutte le corde dell’interesse, della curiosità e dello spettacolo, tengono desti i sensi.
La faziosità è il loro talento. Così la metafisica di quello che negli anni Settanta fu il più esile e meno credibile dei katanga milanesi, la dimensione stessa della sua libertà, si risolve nella vita di salotto e di clan, in un rapporto compiaciuto e (non sempre) paritario con il principe, si chiami questo Agnelli, De Benedetti, Profumo, Tronchetti, Prodi… Un giorno di tanti anni fa Lerner stupì l’ingegner De Benedetti spiegandogli che il suo arcinemico Silvio Berlusconi non era il peggiore di tutti, “almeno lui è un democratico, Gianfranco Fini invece è ancora un fascista”.
E Lerner è stato il conduttore, sul palco, di tutte le manifestazioni dell’Ulivo, si occupava di ogni cosa, fece anche da sparring partner a Lilli Gruber, la aiutò a prepararsi per la campagna elettorale quando la giornalista si candidò alle elezioni europee. Rimase folgorato da Prodi nel 1997, ai tempi di “Pinocchio”, sulla Rai, dopo la delusione di Agnelli e prima del corteggiamento a De Benedetti.
E il professore se ne stava in collegamento da Palazzo Chigi, rassicurante e carnoso, sorridente e appagato. Fu subito amore tra il cattolico rotondo e l’ebreo ex segaligno sempre attratto dalla fede romana, dai preti impegnati, da don Ciotti e da don Colmegna, al punto d’aver subìto a un certo punto persino il fascino di Cielle cui fu avvicinato da Roberto Fontolan e da Renato Farina (di cui è stato molto amico prima di rompere e di cominciare a riferirsi a lui con le sole iniziali: “Io e te siamo divisi da R. F.”, ha scritto una volta in una lettera a Vittorio Feltri).
E con Prodi l’amore è durato e dura ancora: Lerner al ritiro di Camaldoli, Lerner invitato d’onore al matrimonio del figlio di Prodi, Giorgio, a mangiare tortelloni verdi, erbazzone e tosone, come si usa in Emilia; Lerner che porta il vino (il suo, verso il quale ha un trasporto che rasenta l’erotismo), rapporti quotidiani, familiari, anche con i prodiani Arturo Parisi e Giulio Santagata.
E grazie a Prodi Lerner ottenne la direzione del Tg1, e fu una meteora. La sua è stata la direzione più breve e sciupata della lunga e allegra storia di lottizzazioni alla Rai. Ebbe la felice idea di comprimere il pastone politico nella satiresca cornice di “Carosello”, e i faccioni dissipati dei politici erano introdotti dal siparietto e dal jingle della pubblicità di una volta. Fu un piccolo sberleffo, una strizzatina d’occhio complice al comune sentire, ma anche un’invenzione fantasiosa.
Eppure la sua veloce uscita dal Tg1 è stata un capitolo dolente della sua biografia. Il suo tg delle 20 aveva trasmesso immagini traumatiche per la sensibilità dei bambini, a quell’ora davanti alla tv. Immagini spettacolarmente morbose. Lerner chiese scusa, spiegò che si trattava di una doppia imperizia, quella dei redattori che avevano montato le immagini e quella del direttore che non le aveva visionate e fermate.
Perciò la Rai l’aveva perdonato, i colleghi pure, e persino la destra, che lo attaccò per colpire Prodi, lo avrebbe lasciato perdere una volta finita la sceneggiata. Ma invece Gad cominciò una commedia delle tormentate dimissioni: le diede, le sospese per il Capodanno ebraico, le riconfermò.
E dopo due lunghi giorni d’altalena e consulti, confermando definitivamente le dimissioni, col prurito di “ora ve lo faccio vedere io”, controaccusò uno dei suoi accusatori, il dimenticato Mario Landolfi, deputato di An, un simil potente senza alcun vero potere, colpevole di avergli raccomandato una giornalista precaria, Marilù Lucrezio, durante un pranzo “politico” voluto otto mesi prima dallo stesso Lerner dopo la sua nomina a direttore. E la caccia alla giornalista raccomandata a quel punto sostituì la caccia al pedofilo. Generoso con gli amici ma talvolta anche un po’ vendicativo, capace di duraturi rancori, ancora vibra a sentir pronunciare il nome di Giampaolo Pansa.
Vecchie, antiche ruggini, storie di militanza politica e giornalismo che si perdono nella nebbia oscura e sanguinosa degli anni Settanta. Da qualche anno ha allentato per ragioni private i rapporti con Luigi Manconi, il suo “fratello maggiore”, che a Roma, ai tempi di Lotta continua, gli preparava persino da mangiare nella casa che divideva, a vicolo dei Venti, a due passi da piazza Farnese, con Lucia Annunziata.
Più di recente Gad ha allontanato con durezza Renato Farina, che pure gli è stato amicissimo sin dai tempi delle trasmissioni che facevano insieme alla Rai, negli anni Novanta, quando “Profondo Nord” e “Milano-Italia” cominciavano a far conoscere il fenomeno leghista, il nativismo settentrionale, le sue vaghezze e le sue astuzie, i suoi anacoluti e volgarità e ridondanze. Lerner non perdona a Farina la storiaccia della sua collaborazione con i servizi segreti, lo disprezza in pubblico, lo ha archiviato tra gli infrequentabili.
Qualche tempo fa si sono incontrati per caso. Farina gli è andato incontro con un sorriso cauto, un fare remissivo e preoccupato: “Possiamo tornare amici?”; “no, è ancora troppo presto”. Dicono che Lerner, come molti ex sessantottini, confonda l’amicizia con l’appartenenza, il familismo politico con il pensiero politico, e che viva una vita di clan.
E così va forse interpretata anche la sua presa di posizione nella polemica che, in seno a Repubblica, ha diviso Eugenio Scalfari da Barbara Spinelli, lontani e separati su molte cose che riguardano i difficili tempi della grande coalizione: dal ruolo del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano all’atteggiamento da mantenere nei confronti di Beppe Grillo, che secondo Spinelli va ascoltato.
“Trovo si tratti di una ramanzina impropria e di pessimo gusto, anche se proviene da un grande giornalista”. Lerner si è schierato contro Scalfari trovandosi accanto a Marco Travaglio (con il quale si scambia spesso vicendevoli e animose lezioni di giornalismo), ma lo ha fatto così, con questa frase lanciata nell’opaco acquitrino di Twitter e con un post di duecentosei parole in tutto, pubblicato sul suo blog. Non su Repubblica.
S’intuisce allora, nelle poche parole di Lerner, in controluce, qualcos’altro, forse una piccata delusione mal repressa, come una tortura nascosta in quell’oscuro rimbrotto rivolto a Scalfari che non lo ha mai fatto entrare nel suo giro, e mai gli ha permesso di diventare uno dei giornalisti che lui frequenta. Una minuscola ritorsione umorale e privata, come quella che lo portò a denunciare Mario Landolfi ai tempi del Tg1: “Adesso ve lo faccio vedere io”.
E dunque Scalfari come Landolfi, e come quel famoso tipografo di Lotta continua con il quale Gad, righello alla mano, faceva a gara a chi ce l’aveva più lungo nelle ore di goliardica dissipazione redazionale. In quanto a dimensioni, fu celebrato persino da Carmen Llera nel suo romanzo “Diario dell’assenza”, lei che faceva collezione di uomini. E si capisce allora che “adesso ve lo faccio vedere io” dev’essere il suo motto, la sua sigla araldica, il suo marchio di fabbrica.

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