.Nisargadatta Maharaj. La meraviglia è l'alba della sapienza

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martedì 28 maggio 2013

Un po di ottimismo

Elezioni a cinque stelle

Nessunodeverimanere JPGNon so cosa si aspettassero i militanti del M5S da questa tornata elettorale, ma devo dire che il risultato delle urne è stato in linea con le attese più ragionevoli. Lo so che i giornali dicono esattamente il contrario, che il M5S ha avuto un crollo, una débacle, una sconfitta cocente e via dicendo, ma in realtà, per chi conosce un pochino le cose elettorali e non è completamente in malafede, le cose non stanno affatto così. Cerco di spiegarne le ragioni.
Tra elezioni nazionali e competizioni locali la differenza è come tra il giorno e la notte. Lo si è visto molto chiaramente anche durante le elezioni politiche dello scorso febbraio, con i risultati di Roma. In città alle politiche, il M5S è stato il primo partito con oltre il 27% dei voti, ma contemporaneamente, alle regionali che si tenevano nello stesso giorno ed al quale hanno partecipato gli stessi che hanno votato per il M5S alle politiche, il voto per i rappresentanti del movimento sono stati ben l’11% di meno, attestandosi intorno al 16%. Schizofrenia dell’elettorato? Carisma irresistibile di Zingaretti? Errori di presentazione dei candidati? Non credo proprio. I candidati del M5S, sia alle politiche che alle regionali, così come alle comunali, erano dei perfetti sconosciuti al grande pubblico, né avevano particolari radicamenti sul territorio. Anzi, magari è proprio il contrario, sono i candidati al Comune che sono stati più presenti di quelli al nazionale nelle questioni dei quartieri, delle circoscrizioni e delle città.
Il fatto è che le elezioni politiche hanno visto una caduta verticale della fiducia nei confronti dei partiti, percepiti come artefici del disastro dell’economia del paese, della disoccupazione, delle difficoltà quotidiane, dello spread, dell’aumento dei prezzi, e soprattutto visti come incapaci di dare risposte credibili ai problemi del paese, delle persone, delle famiglie e delle imprese. A livello locale, invece, questa ottica scompare ed emerge il rapporto diretto con il politico, il candidato, il gruppo di potere cui si è legati nel paese, nella città, nel quartiere. La risposta che non riesce a dare la politica nazionale perché è astratta e lontana dai bisogni e dai problemi della gente, chiusa com’è nei suoi palazzi, la si cerca nella politica locale, dove una raccomandazione, un posto in comune o in una municipalizzata, un piccolo appalto, un legame di parentela, di amicizia, di clan sono la regola e non l’eccezione. Se dalla politica nazionale i cittadini si attendono le risposte ai grandi problemi della crisi, della mancanza del lavoro, dell’accesso al credito bancario, della riduzione delle tasse e dei servizi pubblici nazionali, dalla politica locale ci si attende, invece,  la soluzione del problema locale. Nessuno pensa che il sindaco di Roma o di Empoli possa risolvere da solo il problema della disoccupazione o dello spread, ma che possa togliere la multa, o rateizzare il pagamento questo sì che se lo aspettano. Quel sistema di diffusa corruzione spicciola, quella della raccomandazione per un esame all’ospedale, per ottenere un certificato, un provvedimento dell’autorità competente (ce ne sono migliaia), una chiamata a scuola per una supplenza, un posto da precario nella pizzeria che dal politico ha ottenuto la licenza magari facendo chiudere un occhio o due nei controlli, insomma, tutto questo è decisivo per le elezioni locali.
Per questa ragione, penso che il risultato del M5S  sia non solo buono, ma per certi versi eccezionale. La sinistra estrema, quella che in qualche modo è sempre stata estranea a queste logiche clientelari, non ha mai superato la soglia del 5% nelle elezioni locali, mentre il 12 e passa per cento del M5S a Roma è di per sé un risultato notevole. Come si fa ad andare oltre? Come si batte questa logica clientelare, spartitoria, amicale, di clan, di lobby, che costituisce il tessuto stesso della società italiana?
L’opzione trasparenza non è sufficiente da sola. L’onestà, va bene, la trasparenza, va benissimo, la condivisione pure, ma poi occorre altro. La gente si aspetta risposte immediate ai propri problemi quotidiani, non assicurazioni astratte sull’etica pubblica. Se questa non fa mangiare e non distribuisce lavoro o qualche piccolo privilegio la gente non la sceglie affatto. Inutile nascondersi dietro un dito, l’Italia è un paese di ipocriti, educato nell’ipocrisia cattolica a predicare bene e razzolare male, anzi malissimo. D’altra parte, l’opzione trasparenza da sola, ha funzionato finora solo a Parma, e per ragioni legate alla situazione davvero insostenibile dei due partiti maggiori in quella città. E ora?
Pizzarotti rivendica giustamente di aver ridotto il debito della città di oltre il 20% in un anno. Bravissimo, ma i tagli ai servizi pubblici, l’aumento delle tasse, una gestione povera di idee e di innovazione non hanno dato a nessuno la sensazione che a Parma si sia compiuta davvero una rivoluzione, o che questa stia per cominciare da un momento all’altro. Una buona e onesta politica di tagli e di tasse, ma soluzione dei problemi zero.
Questo è il punto, che deve fare il M5S dopo aver raccolto a livello nazionale la protesta della gente contro il malaffare, la corruzione, il consociativismo, l’incapacità della politica ad affrontare la crisi e le sue conseguenze e soprattutto, l’indifferenza dei politici “casta” nei confronti dei suoi problemi? Promettere trasparenza, legalità, onestà non basta. Di Pietro nel 1992 prometteva questo con una credibilità ben maggiore – mi perdonino i 5S, ma è oggettivamente così – eppure non ha mai sfondato, così come Ingroia, che è persino più credibile del Di Pietro degli esordi ha raccattato solo schiaffoni in queste elezioni politiche.
Il 50% che a Roma non ha votato è costituito dagli esclusi, da quelli che sanno che comunque, chiunque vinca, non darà loro alcun vantaggio concreto, alcuna possibilità, alcuna speranza. E nemmeno il M5S ha saputo costruire questa prospettiva. Probabilmente, senza il M5S l’astensione avrebbe superato il 50%, il 12,5% dei voti presi dai pentastelluti sta a rappresentare una fascia di popolazione che nella trasparenza e nell’onestà vede un’alternativa reale. Ma quanti sono, e chi sono? Si dovrebbe fare un’analisi sociologica del voto per capire chi ha votato M5S, ma non si fa fatica ad immaginare che si tratta di gente che prova nei confronti del malaffare e della corruzione non solo un senso di repulsione ma ritiene che affrontare questo problema possa risolvere una parte dei suoi problemi, che certamente non sono legati alla crisi economica.
Quello di cui ha bisogno la gente è di un progetto compiuto e credibile, ma soprattutto praticabile nell’immediato. Un progetto che coinvolga non solo il 12,5% dell’elettorato del M5S, ma anche quell’altro 10/15% che ha votato per gli altri partiti e che non è legato a lobbies di nessun genere – e ce ne sono! – e soprattutto il 50% che non ha votato. Insomma, la gente deve avere la sensazione che il problema della spesa e quello della trasparenza della politica sono due fatti immediatamente correlati, non in astratto o alla lontana. Per le imprese, il problema è lo stesso, hanno bisogno di risposte immediate, efficaci, praticabili e credibili. Un progetto così si porta appresso tutta la società, non solo una esigua minoranza e riporta alla politica, che non significa al voto, ma all’impegno per una società migliore, tutti quelli che in questi anni se ne sono allontanati. Un progetto di ricostruzione del tessuto sociale dal basso, fondato sulla ricostruzione della solidarietà sociale, dei servizi pubblici, di un ambiente vivibile e bello, di una vita non più segnata dallo stress quotidiano e dalla lotta di tutti contro tutti. In cui chi viene sconfitto perde tutto, casa lavoro, famiglia, la faccia, la vita. Una società in cui non ci siano sconfitti né perdenti, ma tutti siano vincitori del bene fondamentale, la vita.
Il M5S è portatore “sano” degli elementi di questa innovazione radicale: il Reddito di cittadinanza, la moneta complementare sono elementi che in concreto possono cambiare la società. Occorre continuare su questa strada, realizzando i progetti, e per farlo non c’è nemmeno bisogno di stare nelle istituzioni se non per garantire la trasparenza e controllare l’onestà dei comportamenti e battersi contro gli inciuci consociativisti che rischiano spesso di sfociare in inciuci criminogeni. Occorre costruire il nuovo dal basso, dall’unione di imprese, cittadini, precari, lavoratori, impiegati, pensionati per la costruzione di una nuova economia che porti ad una nuova società. Strappando così migliaia, e poi centinaia di migliaia, e poi milioni di persone dalla logica della piccola corruzione, che fa schifo a tutti ma che tutti praticano. Per questo, occorre continuare così, sulla strada della democrazia liquida, della trasparenza, della implementazione della partecipazione sul web e nella società, ma soprattutto sulla strada della costruzione in concreto di un’alternativa economica e sociale, che diventi alternativa politica. Il progetto Faz, che abbiamo presentato a Roma il 15 maggio insieme al candidato sindaco del M5S De Vito è una di queste alternative, credo la più immediatamente praticabile e la più concreta, anche se è quella che ha più alto il senso dell’utopia. La battaglia è appena iniziata, una fetta consistente della popolazione di questa città crede nell’alternativa, in questo genere di alternativa non solo in una diversa gestione degli usuali modi della cosa pubblica. Un altro 50% dell’elettorato aspetta che ci sia un’alternativa del genere per impegnarsi di nuovo e liberarsi degli affanni quotidiani sulla bolletta, sulla multa, sul lavoro che non c’è, sui rapporti sempre più difficili e nevrotici. Possiamo farcela, le premesse ci sono tutte. Possiamo fare in modo che nessuno rimanga indietro e tutti possano avere le loro opportunità per una vita migliore. Ce la meritiamo tutti una vita migliore di questa, compresi quelli che non ci credono.

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