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sabato 9 marzo 2013

CHAVEZ, E' L'ORA DI SCIACALLI E GRILLI PARLANTI


http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2013/03/chavez-e-lora-di-sciacalli-e-grilli.html



Come possiamo chiamarci ecosocialisti se non ci importa della vita degli ultimi. Dobbiamo amare e prenderci cura di tutti, compresi gli animali. (Hugo Chavez, raccogliendo un cane randagio)
Socialismo o barbarie, non c’è scelta per un rivoluzionario. (Hugo Chavez)


Di questa mia ex-collega al TG3 non varrebbe neanche la pena parlare. In qualche modo ci si insozza la penna. Dopo aver lisciato il pelo agli orchi in Kosovo, spappagallando di pulizie etniche come suggerite da Langley e come invece subite da una popolazione serba, o sterminata o espulsa, dopo essersi guadagnati i galloni Cia per l’ambito posto di corrispondente RAI a New York avallando le facezie e le infamie che dovevano portare all’uccisione dell’Iraq, la Botteri non poteva non essere la fiduciaria Cia-Mossad nel dramma venezuelano. Ieri, pure i più accaniti disinformatori e apostoli della dittatura del finanzcapitalismo, avevano dovuto riconoscere che quelle decine di milioni di popolo che, per tutte le lande dell’America Latina, con riverberi nel mondo intero, piangevano il comandante rivoluzionario e giuravano di proseguirne la missione, alla luce di una gioia che in passato solo nel 1789 e nel 1917 si era provata. Poi naturalmente, seguendo la traccia della velina che ne detta pensiero e verbo, avevano aggiunto ai dati inconfutabili del processo di liberazione delle masse la siringata di veleno del “caudillo”, dell’ ”autocrate”, dell’amico di personaggi “impresentabili” come l’iraniano Ahmadinejad, o Gheddafi, o Saddam.



Ma Giovanna Botteri, priva dei freni inibitori di qualche grano di intelligenza, ha voluto pisciare fuori dal vaso, probabilmente imbarazzando perfino i suoi più avveduti burattinai. Sulle immagini di quei milioni rossi che infittivano tutta Caracas e il cui pianto l’inondava, ha orinato le sue menzogne: Chavez aveva lasciato la povertà come l’aveva trovata (e via il dimezzamento della povertà non riuscito a nessun altro governante del mondo; e via la conquista dell’alfabeto, dell’istruzione, della salute, della casa, del lavoro per tutti) e il suo dominio sui mezzi d’informazione era stato brutale e assoluto (e via, surrealmente, 113 canali televisivi di cui solo due governativi e tutti gli altri in mano a oligarchi ostili alla rivoluzione bolivariana; e via tutti i grandi giornali, controllati dalle multinazionali dell’intossicazione).

Ma se Botteri e tutta la cosca dei lacchè mediatici si sono anche resi ridicoli davanti all’evidenza della passione di milioni di cittadini per il loro comandante e allo tsunami della loro determinazione di proseguirne la lotta, un po’ come i fustigatori di Grillo con le loro viscere intorcinate dalla frustrazione e le sinapsi intorbidite da una pervasiva aria di morte, c’è stato anche chi l’opera di deformazione e riduzione dell’insopportabile potenza del personaggio l’ha condotta con più scaltrezza. Prendendo la gente dalle spalle. Un esempio tanto elaborato, quanto affannoso, è stato l’articolo di Giuseppe De Marzo che ha colmato una pagina del “manifesto” dell’8 febbraio. Titolo  (ne riprendo l’eloquente neretto): “Un amico americano per i movimenti”. Bisogna prima sapere chi è De Marzo. Fondatore e leader dell’associazione “A Sud”, dinamico attivista dei beni comuni, fa parte di quel mondo di ONG, pacifisti, indigenisti, politically corretti, che viaggia in bici al lato del caimano capitalista, sollecitandolo ogni tanto a pulirsi le scarpe dal fango ecocida e a tagliarsi le unghie neoliberiste. Ho condiviso con lui una pedagogica esperienza in Bolivia. Nel pezzo che elogia Chavez, mica perché quel neoliberismo l’ha azzannato, masticato e sputato, mica perché ha tessuto una rete di resistenza mondiale contro le scelleratezze dell’imperialismo occidentale, la parola “movimenti” compare come l’acne sulla faccia di un adolescente inibito. Dieci volte. E sapete quale  sarebbe il grande, merito del rinnovatore, unificatore, liberatore dei popoli latinomericani, di colui che ha dato più fastidio agli Stati Uniti dai tempi di Cavallo Pazzo e di Stalin? Il fatto di aver imparato tutto dai movimenti, di averne adottato la formula del buen vivir , insomma di aver dato retta agli indios e alla società civile - e non il contrario - che per De Marzo e affini rappresentano la summa del pensiero filosofico, sociale, economico, ecologico, culturale, istituzionale della storia umana.

Hugo Chavez era di sangue proletario e indio e non aveva bisogno di imparare niente dagli interpreti della sua gente, grilli parlanti di pelle bianca. E, pur avendo dato alla sua popolazione indigena forse più spazio materiale e politico di qualsiasi altro governante della regione, aveva capito benissimo quale insidia antinazionale e antidemocratica si annidasse nei propositi separatisti, etnicisti, particolaristi, di certe formazioni indigene ultra-ecologiste (in Ecuador, Bolivia, Nicaragua) e come il loro separatismo in chiave razziale e antimoderna minasse la strategia bolivariana della Patria Grande, dell’integrazione continentale.

Ahamdinejad bacia la bara di Chavez

De Marzo, nel suo esteso pezzo, accanto alla superfetazione del termine “movimenti”, non nomina una sola volta la parola “socialismo”, e tanto meno “imperialismo”, che invece avevano con le labbra di Chavez più confidenza di qualsiasi altro lemma. Ricordi che, quando si esibirono a Porto Allegre la prima volta (per inneggiare a un sindaco, poi giustamente trombato, che aveva proposto un ridicolo e ingannevole “bilancio partecipativo” dello zero virgola qualcosa come creazione dell’ “altro mondo possibile”), a Chavez i movimenti sbatterono la porta in faccia. Ricordo la madre delle madri di Plaza de Majo, Hebe de Bonafini, che di fronte a quella ottusa iattanza (sicuramente gradita, se non suggerita, al solito covo in Virginia), indignata, a sua volta prese e se ne tornò a casa. Quell’accattivante e disimpegnata vaghezza dell’ ”altro mondo possibile”, che per strada non ha lasciato altro che le pezzuole colorate della pace, compatibile come lo yogurth con ogni sorta di ingrediente, da Chavez  ottenne forma e contenuto e si chiamò “Socialismo del XXI secolo” e le piacevolezze rosate del buen vivir assunsero la dimensione e la coscienza dello scontro mortale, anzi, per la vita, con il neoliberismo e il suo propagatore, l’imperialismo.


Forse a De Marzo, come a tutti coloro che, come De Marzo, a Chavez concedono l’onore delle armi…movimentiste, è sfuggito che, per l’America Latina e per il mondo, la vittoria più grande Chavez l’ha conquistata al vertice di Mar del Plata. Il 4 novembre 2005, trascinò tutti i governanti latinoamericani, perfino quelli più ligi a Washington, a fiondare in faccia a Bush il sasso del No all’ALCA, trattato-capestro di libero scambio con cui gli Usa si ripromettevano di riprendersi ciò che, dopo l’abbattimento del “Condor”, avevano iniziato a perdere. Gli è anche sfuggito, e stavoltapour cause, dato che si tratta di “impresentabili” per noi della democrazia e dei diritti umani, che Chavez è stato il primo è il più vigoroso amico e sostenitore di quei paesi e di quei leader che i feldmarescialli e i banchieri dell’Occidente, con vivandiere e sguatteri al seguito, demonizzano come  dittatori, terroristi (da che pulpito!!!), violatori dei diritti umani, e i cui popoli sanzionano radendoli al suolo, o strangolandoli con le sanzioni. Con cura ha evitato di rammentare gli incontri, l’amicizia, l’alleanza, la solidarietà che univano Chavez a diavolacci antidemocratici e anti-diritti umani come Ahmadinejad (l’avete visto piangere sulla bara di Chavez, a pugno chiuso?), Gheddafi, Assad, Lukashenko, Putin. Se oggi ci sono i BRICS, una Russia di nuovo consapevole del suo ruolo, una Cina che tiene botta, l’abbrivio lo ha dato Hugo Chavez. Sostituendo nello sguardo che un’umanità rattrappita nella paura lancia su un mondo di devastazione e desolazione, quello di una spianata soleggiata dove sarà possibile coltivare ogni sorta di alberi e fiori.

 La bara con il corpo di Chavez. Come si vede ha la copertura di vetro, trasparente, è la gente vede la salma. Questa, come tante altre immagini presenti in rete, dimostrano una volta di più la miseria dei diffamatori mediatici che hanno voluto far circolare il sospetto che la bara, vista da migliaia al funerale, fosse vuota e che il comandante fosse morto e sepolto all’Avana (sospetto oltre tutto stupido, visto che nulla avrebbe impedito al Venezuela di trasferire il corpo a Caracas e metterlo nella bara). Si tratta di un tentativo grottesco per legare ancora una volta nella diffamazione la detestata Cuba all’insopportabile Chavez.

Credo che Giuseppe De Marzo sia una brava e onesta persona, con le lenti un po’offuscate da buonismo e compatibilità. Gli sono anche amico, insieme a lui e al suo gruppo abbiamo percorso una Bolivia dove Morales era visto con la diffidenza che spetta all’usurpatore e ogni interesse era rivolto agli indigeni e alle Ong della proverbiale società civile. Gente che aveva accumulato meriti e sangue nella lotta contro i despoti burattini dei nordamericani, ma che oggi è finita, per ossessioni antistoriche, antistataliste e per ingordigia di protagonismo, a non far altro che a mettere bastoni tra le ruote di Evo Morales. Per quanto innamorato di quelle culture e per quanto radicato nella vicenda fossilizzata e anche depistante dei movimenti dell’ ”altro mondo possibile”, De Marzo, studiando meglio Chavez, può ancora diventare un rivoluzionario.

Chiudo con un’osservazione che farà rizzare i capelli ai soliti. Quello che il colonello parà Hugo Chavez ha fatto con la materia informe dei “movimenti”, elevandoli alla rivoluzione per il socialismo, si può paragonare a come il “comico” (così insiste a chiamarlo ormai solo “il manifesto” nel divertente tentativo di esorcizzarlo) Beppe Grillo ha saputo dare compattezza, afflato, indirizzo, massa e sentimento a un movimento, quello dei vari beni comuni, dalla TAV all’acqua al militare, che rischiava di anchilosarsi tra le muffe riformiste dei nostri eterni venerandi maestri. E come Chavez ha saputo uscire dalla dimensione domestica inserendosi, con i suoi collegamenti agli “impresentabili”, in un quadro internazionale fin lì dominato dal progetto strategico del nemico, così Grillo, si parva licet… , è stato l’unico a guardare fuori dal nostro bugigattolo, a restituirci il diritto alla sovranità, prima condizione per la lotta di classe, e a rappresentarci la nostra condizione di sudditi, non solo del principe locale, ma, peggio, dell’egemonia Usa. Aria fresca, aria buona, in entrambi i casi. Chavez aveva le idee per non farla inquinare. Grillo e i suoi, chissà.

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